Siena: un Dittico tra attesa e solitudine
Nell’ambito del Chigiana International Festival & Summer Academy 2025 “Derive”, l’Accademia Musicale Chigiana ha proposto al Teatro dei Rozzi di Siena (24 e 25 luglio) un dittico di sorprendente coerenza concettuale: La voix humaine di Francis Poulenc e Il prigioniero di Luigi Dallapiccola. Frutto del progetto didattico e divulgativo Chigiana OperaLab, l’accostamento di questi due drammi si configura come un arco narrativo unitario e stratificato, in cui si fronteggiano — e si riflettono — due ritratti speculari della clausura dell’anima, stazioni complementari di una medesima discesa nell’abisso.
In entrambi, l’azione si ritrae per lasciare spazio a un teatro interiore, dove la scena si trasfigura in paesaggio mentale: mobili accatastati al centro, un letto disfatto, un filo del telefono che pende a mezz’aria come unico legame con un altrove agognato e irraggiungibile. In questa prospettiva, l’adozione della versione cameristica per entrambe le opere appare davvero rivelatrice, poiché porta alla luce la nuda e profonda intimità del dramma.
Protagonisti di questa lettura scenico-musicale sono i talenti del Corso di Canto diretto dal maestro chigiano William Matteuzzi. La regia di Davide Garattini costruisce una rarefazione visiva in divenire: oggetti bianchi — sgabelli, una teiera, un ombrello — si stagliano come relitti della quotidianità, proiezione materica di un’angoscia interiore condivisa.
In apertura, La voix humaine — “tragédie lyrique” su testo di Cocteau — è affidata Zuzanna Klemańska (24 luglio) e Annapaola Trevenzuoli (25 luglio), entrambe efficaci nel restituire la progressiva disgregazione interiore del personaggio di Elle, sospesa tra bisogno, abbandono e disperazione. Al pianoforte, Francesco De Poli offre un contrappunto di dettagli timbrici, capace di amplificare ogni sfumatura drammaturgica fino all’ultimo respiro.
Mentre la voce di Elle si consuma nel vuoto — e s’insinua il dubbio: l’altra voce con cui parla esiste davvero, o è solo una proiezione del suo desiderio? — la scena si trasfigura lentamente. Figure silenziose, forse generate dall’inconscio, anticipano le ombre che popoleranno di lì a poco Il prigioniero: spostano gli oggetti e li dispongono lentamente ai margini, trasformando lo spazio in una cella della psiche, delimitata e inaccessibile. Il bianco lattiginoso — come ammalato — evoca la tossicità di un legame insalubre: basta sentire la voce dell’altro per illudersi di non essere soli, di essere salvi. Il filo del telefono, sospeso al centro della scena, diventa così emblema dell’isolamento di una dipendenza affettiva senza appiglio, arma silenziosa del desiderio che isola, della speranza che inganna.
E così la camera di Elle, scomposta e ricomposta sotto gli occhi dello spettatore, scivola gradualmente nell’incubo de Il prigioniero, come se una scena si dissolvesse nell’altra; il telefono rimane al suo posto, pendente, simulacro di qualche divinità assente, ormai svuotata e minacciosa.
Nel cinquantenario della morte di Dallapiccola (1975–2025), Il prigioniero giunge come un monumento tragico alla modernità del suo pensiero musicale. Composto tra il 1944 e il 1948, il lavoro — su libretto ispirato a Villiers de l’Isle-Adam e Charles De Coster — si fa potente allegoria del potere che illude e della speranza come strumento di tortura. Alla ricorrenza si intreccia l’ottantesimo Anniversario della Liberazione dai campi di concentramento, che conferisce ulteriore profondità al simbolismo dell’opera.
Proposta nella versione per canto, pianoforte, organo e percussioni, l’esecuzione è diretta da Mario Ruffini, studioso e interprete di Dallapiccola per eccellenza, che ne guida una lettura rigorosa e intensamente espressiva. Al pianoforte, Luigi Pecchia, con Francesco Mencarini all’organo e Angelo Maggi alle percussioni, costruiscono un tessuto sonoro compatto e allucinato, che mantiene costantemente tesa l’atmosfera drammatica.
L’ambientazione scenica, dominata da un pallore lunare inquieto e malevolo, asseconda la vocazione simbolica del lavoro: l’azione cede il passo a una dimensione più profonda, intessuta di segni. I deportati appaiono come visioni del dolore incarnato; nubi di fumo, dense e ambigue, invadono l’aria in un riferimento tanto chiaro quanto indicibile. La scena finale, immersa in una luce rossa fioca e gelida — le luci sono curate da Manfredi Michelazzi con la supervisione di Luca Bronzo, lighting designer tutor per il Guido Levi Lab — è dominata da un cilindro che cala dall’alto ed evoca, con una sintesi visiva folgorante, la memoria dei campi di sterminio. Il Prigioniero, immobile sotto di esso, accoglie una morte che nega ogni consolazione.
Nel ruolo del protagonista, Tamon Inoue (24 luglio) e Pavel Morgunov (25 luglio) offrono due interpretazioni diverse ma ugualmente toccanti, dense di pathos e tensione lirica. Aya Soeno (24 luglio) e Angelica Lapadula (25 luglio) restituiscono con intensità il dolore della Madre. Il Carceriere/Grande Inquisitore, incarnato da Enrico Basso (24 luglio) e Joseph Alexander Allmark (25 luglio), oscilla tra compassione e manipolazione con sottile ambiguità. Completano il cast Laurynas Viliušis e Congao Wang nei ruoli dei sacerdoti. Il Coro della Cattedrale di Siena “Guido Chigi Saracini”, collocato nell’ultima galleria del teatro e diretto da Lorenzo Donati, amplifica l’effetto di distanza mistica e trascendente sospensione.
In questo dittico, la voce si fa estrema testimonianza: da un lato, la solitudine affettiva di Elle; dall’altro, quella metafisica del Prigioniero. È un teatro della soglia e del silenzio, dove gesto, luce e oggetto si integrano in una partitura visiva parallela a quella musicale. Un progetto raffinato e coraggioso, che riaccende la luce su due capolavori ancora attuali e ancora incandescenti.
Elisabetta Braga
(24 e 25 luglio 2025)
La locandina
| Direttore | Mario Ruffini |
| Regia | Davide Garattini |
| Scene e costumi | Domenico Franchi |
| Luci | Manfredi Michelazzi |
| Lighting designer tutor per GuidoLeviLab | Luca Bronzo |
| Francis Poulenc | |
| La voix humaine | |
| Personaggi e interpreti: | |
| Elle | Zuzanna Klemańska (24/7), Annapaola Trevenzuoli (25/7) |
| Pianoforte | Francesco De Poli |
| Comparse | Joseph Alexander Allmark, Martina Barbaliscia, Tamon Inoue, Angelica Lapadula, Annapaola Trevenzuoli, Laurynas Viliušis, Congao Wang |
| Luigi Dallapiccola | |
| Il Prigioniero | |
| Peronaggi e interpreti: | |
| La Madre | Aya Soeno (24/7), Angelica Lapadula (25/7) |
| Il Prigioniero | Tamon Inoue (24/7), Pavel Morgunov (25/7) |
| Il Carceriere / Il Grande Inquisitore | Enrico Basso (24/7), Joseph Alexander Allmark (25/7) |
| Primo Sacerdote | Laurynas Viliušis |
| Secondo Sacerdote | Congao Wang |
| Pianoforte | Luigi Pecchia |
| Comparse | Marianna Acito, Joseph Alexander Allmark, Angelica Lapadula, Pavel Morgunov, Elena Paoli, Annapaola Trevenzuoli |
| Coro della Cattedrale di Siena “Guido Chigi Saracini” | |
| Maestro del Coro | Lorenzo Donati |






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