Sogni e favole io fingo

Intervista con l’abate Pietro Metastasio raccolta da Elisabetta Caminer, gazzettante veneziana. Vienna, 20 marzo 1782.

Elisabetta: Maestro, ci sono altre domande che vorrei rivolgervi per terminare questa nostra lunga conversazione di oggi, ma temo di aver abusato già troppo della vostra pazienza e delle vostre forze. Se credete, sarà forse meglio rimandare a domani.

Metastasio: Domani non è possibile, sono invitato dal segretario di stato, il signor marchese Perlas, ad un’accademia di musica in casa sua. Venite anche voi se volete, ma non vi sarà modo di far altro che udire qualche nuova produzione dei begli ingegni della città. Di solito cerco di declinare questa specie di inviti, tuttavia la mia figlioccia mi ha tanto pregato…

Elisabetta: Forse che la signora Marianna Martinez ha terminato quella sua composizione dell’Isacco ?

Metastasio: Brava, avete indovinato. Proprio questa notte ha strumentato la sinfonia, e domani potremo ascoltare la mia vecchia fanfaluca poetica rivestita di panni armonici alla moderna. I musici del teatro imperiale stanno già provando da qualche giorno, e se il signor marchese darà il suo benevolo assenso alla rappresentazione pubblica, gli sfaccendati di Vienna avranno un altro soggetto di conversazione per almeno sette giorni: una compositrice di musica, pensate! E non è la prima: già mi è riuscito di produrre in altra occasione alcune arie di una mia giovane compatriota, la signora Maria Rosa Coccia, romana. Ma c’è voluto del bello e del buono, e ho dovuto impiegare quel poco di influenza che mi ero acquistato a corte nel corso di mezzo secolo.

Elisabetta: Immagino: le solite càbale contro di noi povere donne.

Metastasio: Qualcosa di peggio; credevo che anche a Vicenza ne aveste sentito parlare. Erano giunte qui in Vienna copie stampate delle lettere che si erano scambiate due maestri dell’Accademia di Santa Cecilia, il Capalti e il Basili, a proposito dell’esame d’ammissione della signora Maria Rosa a quella venerabile congrega di parrucconi. Basta! Inorridisco a ripensarci. Una caterva di insinuazioni infami e di grossolane ingiurie, più degne di facchini di piazza che non di persone civili quali dovrebbero essere i maestri di cappella.

Elisabetta: Eh sì; anch’io nel mio piccolo ne ebbi qualche saggio a Venezia. Ma voi, Maestro, chissà quanti ne avrete conosciuti nel corso della vostra carriera teatrale!

Metastasio: Il Porpora, che m’insegnò a solfeggiare, era un vero tanghero, e tale restò finché visse anche se conosceva bene il suo mestiere. Devo alle sue lezioni gran parte della mia fortuna in teatro. Sapete: non ho mai scritto le parole di un’aria senza prima metterla in musica io stesso, o nella mia testa o al cembalo. Poi lasciavo che i maestri di cappella facessero a modo loro e non mi incomodavo mai a dar consigli, specie se non venivano a chiederne. Ma tante volte mi accorgevo, soprattutto nei primi tempi, che la loro musica non era poi tanto diversa da quella che avevo immaginato io. Con Leonardo Vinci, un calabrese ombroso e fantastico che fu il primo a mettere in musica la mia Didone…

 

Elisabetta: Ma io credevo che il primo fosse stato il Sarro, nel ventiquattro...

Metastasio (noncurante): … Ah sì, è vero, ma quello non conta. Col Vinci, vi dicevo, diventammo grandi amici. Mettemmo in scena cinque opere nuove in quattro anni; ogni volta un trionfo. Lui aveva sempre fretta, mi spingeva a scrivere senza posa. Sembrava che sapesse di dover morire presto, si consumava le forze ogni notte fra le crapule e il gioco. Povero Vinci! Quand’era vivo i sapientoni lo laceravano, e da morto ne hanno riconosciuto il merito. La gloria è il solo bene che può renderci felici, ma è tale che bisogna morire per conseguirla.

Elisabetta: Non è certo il caso vostro, Maestro.

Metastasio (amaro): La mia gloria non mi sopravviverà di molto, vedrete. Già il mio allievo e antico adulatore Calzabigi va spargendo ogni sorta di contumelie sul mio conto. Spera di prendere il mio posto. Buon pro’ gli faccia, non avrà molto da attendere.

Elisabetta: Non ditelo nemmeno per ischerzo!

Metastasio (immerso nei ricordi): Del Caldara, che mi accolse al mio arrivo a Vienna e per dieci anni esercitò il monopolio su tutte le primizie della mia vergine musa, non ho molto da dire. Carlo VI andava matto per la sua musica, ma io no: era un gran maestro del contrappunto, questo è vero, ma troppo trascurato nell’espressione e nella cura del dilettevole. Del resto io ragiono da poeta, mentre il mio primo augusto padrone era quasi più professore di musica che dilettante. Tutti quelli che sono venuti dietro a Caldara nella cappella di corte non è che abbiano fatto un gran riuscita: il Reutter, il Bonno, il Wagenseil e tanti come loro, mezzo italiani e mezzo tedeschi; bravi impiegati, capaci di spaccare una nota in sessantaquattro pezzi. Di loro non posso che lodarmi. Buoni colleghi, gente posata; mi hanno sempre coperto di finezze e di complimenti, e mi spiace di non poterli ricambiare come meriterebbe la loro civiltà.

Elisabetta: Non vi piace dunque la musica tedesca?

Metastasio: Dipende. Il sàssone Hasse, che del resto si è fatto le ossa a Napoli, è stato per molto tempo la mia passione: sempre grazioso e fecondo, sapeva sedurre i cuori. Lui e Galuppi ora si godono il riposo in Venezia. Da loro i nostri nuovissimi eroi, Cimarosa e Paisiello, hanno preso uno stile nuovo che io non capisco troppo ma che non lascia indifferenti. Peccato che spesso vogliano stupire con la ricchezza delle modulazioni e le tempeste dell’orchestra; ma almeno capiscono che il dramma per musica non è una sfilza di canzonette, e si affaticano anche col recitativo invece di lasciarlo da scrivere agli scolari.

Elisabetta: E il cavaliere Gluck, il gran riformatore della scena?

Metastasio: Un tempo aveva del fuoco, ma ora mi fa venire il latte alle ginocchia: è incline al grandioso, però non sa far cantare le voci. Musica arcivandalica, va bene per Parigi. Da qualche anno sento dir molto bene del ragazzo Mozart. Lo conosco da quando era un soldo di cacio che giocava a rimpiattino con le arciduchesse per i saloni di Schönbrunn e stupiva tutto il mondo con le sue improvvisazioni sul cembalo. Qualche anno fa Paisiello mi ha scritto da Milano di aver ascoltato con meraviglia una sua opera, il Lucio Silla. Il libretto era del tenente De Gamerra: molto acciabattato, resti fra noi. Mi avevano chiesto di aggiustarlo e l’ho fatto volentieri per dare una mano a quel ragazzino prodigioso. Poi l’anno scorso ha composto un Idomeneo per Monaco. Marianna me ne ha suonato qualcosa al cembalo.

Elisabetta: È buono?

Metastasio: Tanto da far spavento. Se solo quel Mozart potesse avere un posto a corte! Forse per lui riuscirei ancora a scrivere un libretto decente. Voglia Iddio che non si guasti prima del tempo! In fondo ai suoi occhi ho visto una luce, la stessa che brillava in quelli del povero Vinci. Quella febbre, quella fretta di fare, di vivere, di bruciare le tappe…

Elisabetta (con lieve rimprovero): Sempre con la vostra immaginazione malinconica, Maestro! Come in quel vostro sonetto che mi piace tanto…

Metastasio: Sogni e favole io fingo; e pure in carte

mentre favole e sogni orno e disegno,

in lor – folle ch’io son! – prendo tal parte,

che del mal che inventai piango e mi sdegno…

Carlo Vitali 

AVVISO AI LETTORI.
Il presente scrittarello, concepito in un’ora d’ozio, si colloca nel genere della HIF (historically informed fiction), opposto a quello della HUS (historically uniformed scholarsip). Se lo avesse voluto, l’autore poteva corredarlo con alcune decine di note a piè di pagina irte di controllabili riferimenti ai carteggi di Metastasio e di Leopold Mozart, nonché alle interviste di Griesinger con Haydn, alla voluminosa produzione giornalistica di Elisabetta Caminer e a vari scritti di letteratura primaria e secondaria. Poteva infine indorare il tutto con la “supercazzola del manoscritto perduto”, cara ai romanzieri di primo, secondo e terz’ordine. Poteva, ma non lo ha fatto. Perché HIF e HUS sono giochi differenti, ognuno con regole proprie. E chi pretende di giocare allo Scopone Scientifico con le regole del Solitario di Napoleone (che torna sempre perché lo si fa tornare a furia di trucchi), è solo un BARO DI CARTE.

 

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