Spoleto: Il Trittico di Gino Negri capolavoro di attualità
Quando il verso incontra la parola possono succedere dei veri miracoli. Miracoli di eventi non sapienti ma che conservano una duttilità ambientale infinita. È il caso del lavoro compositivo di Gino Negri. Questo autore misconosciuto al pubblico odierno italiano è invece un vero e proprio rappresentante di una possibile strada compositiva; le influenze colte e non colte, la scuola di un immaginifico Roberto Lupi, l vari tentativi sentimentali di procreazioni indifferenti e la ricerca costante di una possibile comprensione da parte di una umanità che era molto lontana dalle sue dimensioni. Negri, dunque, è stato incredibilmente anticipatore di una certa decadenza dei gusti e soprattutto del tessuto sociale.
Nella sua opera impegnativa e intelligente, egli ha sempre spinto in avanti quella possibile cosa che si chiamava affetto uditivo. Una cosa che divenne anche una “cosa in Lombardia” portata da un altro generatore di bistecche di sintesi dissonanti come è stato Enzo Jannacci. Infatti, i due si somigliavano e manco poco. Erano due che venivano dall’idroscalo e dalla mala. Senza mezzi termini e senza distinzioni di sorta. Una perfetta fantasia di Rogoredo, di Balille Fiat e di Cosa in Lombardia. Si incontrarono in quel circolo che oggi sarebbe impensabile. Erano tempi di recupero. Della schifosa guerra e dell’ancora più schifoso fascismo che aveva tolto agli italiani la voglia di vivere. E poi Togliatti che osava ma non poteva. Insomma, un mondo unico ed irripetibile. E Gino Negri con la lacrima nel taschino sinistro, si muoveva fra stanze sconosciute e improbabili gigolette. Le sue, quelle dell’anima. Di una sensibilità atroce. Troppo. Tanto che ad un certo punto quel sangue di tante emozioni che scorreva con troppa virulenza irruppe nel suo cervello e ci provò a renderlo inabile. Ma non c’era verso. Era un portento. Un abitante di impossibili luoghi e di ancestrali memorie. Un vero nobile del senso incompiuto. E tale doveva essere. Dunque, come è possibile che oggi nessuno o quasi conserva la memoria. Non si sa bene il perché. Ma è così. Allo Sperimentale di Spoleto succedono cose che non hanno a che fare con la modernità lirica italiana. Sarà ma Enrico Girardi è sempre più convinto che la ricerca vada condotta nel presente e nel passato.
Dunque, dopo Nanof capolavoro di Antonio Agostini ecco ora un trittico di incredibile attualità- Si tratta naturalmente di Gino Negri, altrimenti non avrebbe avuto senso tutto il preambolo. Ebbene a Spoleto sono state proposte tre opere in un atto a rappresentare un trittico che ha avuto la somma regia, costumi e scene di Pizzi. Ed ecco quindi riapparire Vieni qui Carla, Giorno di Nozze e Il Tè delle Tre, opera alla quale aveva già contribuito Pier Luigi Pizzi a creare tutto ciò che è movimento scenico e visivo nella prima di Como datata 1959. Come è spesso successo nella vita di Negri alcuni suoi lavori ebbero una prima e finirono li. Dunque, l’ambizioso progetto dello Sperimentale è stato quello di riportare sulla scena tre aspetti teatrali di Negri, autore non solo delle musiche ma anche del libretto.
E che libretto. Insomma, in una visione reale della vita, Negri non fa altro che mettere le cose in chiaro. Siamo in anni, come già scritto che si assiste ad un possibile assestamento. Le donne rimangono sempre nell’alone del mistero maschile. E quando il mistero maschile non si risolve diventa cosa poco bella. È il caso di Vieni qui Carla una misantropica versione della distopia maschile e della arrendevolezza femminile. È qui che Negri fa una cosa incredibile, sposta l’attenzione sulla zona uditiva per rendere la scena scabra e assolutamente asettica. I dialoghi fra i due diventano quindi supporto per una partitura jazz, sottinteso s’intende per non dare troppo nell’occhio all’accademismo dell’epoca. O forse a Negri non interessava tutto ciò e si diverte, molto, ad usare una serialità dodecafonica da far confluire nel percorso cool di tutta l’asetticità della narrazione.
Il bello è proprio questo: era il tempo in cui in Italia arriva Chet Baker e a Milano il jazz esplode fra beep boop e cool. Negri ha sempre amato il jazz, ha sempre usato una indicibile posizione swing in molte sue partiture. La sostanziale importanza di Vieni qui Carla consiste proprio nel rendere l’assoluta assenza di gravità dei protagonisti un continuum in linea con la scorrevolezza del jazz. Difficile da rendere, quasi improprio per una idea di canto contemporaneo. Eppure, i protagonisti di entrambi i cast hanno dato una linea di lettura assolutamente sinfonica, nel senso dell’unire il punto contro punto della parte orchestrale con quella del canto. Dunque, si assiste ad una sorta di media etas del teatro di dramma in musica. Un vero capolavoro. Quando poi Negri si cimenta nel monolgo, supera ogni aspettativa. Erano gli anni in cui Jean Cocteau, amico e sodale di Erik Satie, scrive La voix humaine: 1959. Debutto alla Piccola Scala dove Negri operava nel febbraio di quell’anno. L’amore è chimerico, dunque, Negri si snoda in quella che è per lui la voce umana e crea un monologo fortissimo Giorno di nozze.
La protagonista come quella di Cocteau e di Poulenc è al telefono e attraverso questo mezzo si dipana una matassa di ingredienti psicologici niente mane. Come mette in risalto Cocteau nella voce femminile si ritrova una sintesi monodica, così Negri riesce a sbrogliare una matassa intellettuale creata dall’autore francese per farne una possibile alternativa futuristicamente accettabile. In una Italia cattolicissima e poco attenta alle esigenze femminili. Non serve riferirsi al film omonimo di Matarazzo con le musiche di Nino Rota, né ad altre nature simili. Negri è abbagliato, innamorato da Poulenc e da Cocteau. Lo si sente nella tessitura della partitura che nasce per voce, pianoforte, celesta e radio o giradischi. Infatti, il vero medium di questo lavoro a questo mezzo che serve a Negri per introdurre due canzoni di assoluta bellezza: “M’hanno invitata all’Excelsior” e “La canzone del coccodrillo”. Veri suoni fuori dal contesto che introspettivicamente soggiacciano in un vero antro psicologico. La prima nella produzione di Spoleto è affidata alla voce di Ariadna Villardaga che rende la dolentissima canzone una vera social song ante litteram.
Mentre Elio è l’interprete del Coccodrillo, talmente antiaccademica da essere una vera bomba allora come oggi. Infatti, il coccodrillo dopo che ha mangiato ha sempre il suo pianto. Insomma, siamo in ambiti di alti magisteri della non curanza borghese. Anzi, la sposa Marina, abbandonata senza spiegazioni dal suo boyfriend musicista forse squattrinato, si riversa senza pensiero alcuno nelle braccia dell’industriale della bergamasca con la Giulietta rossa. Siamo proprio fuori ogni aspettativa e Negri irrompe quasi in silenzio assordante di non risposte. Compresa la Marcia Nuziale che diventa uno swing da cabaret e che conduce Marina verso un radioso futuro, oltre la voce umana e la tragica disgrazia di Cocteau.
Krystina Kustikova eccelle nel rendere Marina una donna che si dibatte fra gli immancabili sensi di colpa e la voglia tragica di non sopperire. La sua umana e bella vocalità superano le discordie in cui la protagonista vive e portano verso un vero trionfo, fra rivista e Haendel dei grandi fuochi inglesi. Giorgia Costantino che veste anch’essa i panni di Marina sceglie la strada della malinconica ironia, mettendo in voce se stessa come interprete di un sentimento eterno come la disillusione d’amore. Il Tè alle tre sublime atto unico che completa il trittico spoletino, è una sintesi di magia musicale, ovvero Negri si veste da fantasista e crea un lavoro che va oltre ogni possibile comprensione umana. Nel senso che nel gioco dei ruoli fra la Cantante famose e le sue prefiche osannanti, quello che vince è proprio la trasformazione di una partitura che non nasconde secondi fini. Insomma, Negri su questo lavoro investe tutto il suo sapere di musicista, usando stli diversi e rendendo la grande parata di soldatini immaginati una vera e propria orchestra di intenti mai comuni. Perfetti entrambi gli interpreti Paolo Mascari e Luca Giacomelli. Il primo sembra proprio Wanda Osiris, il secondo invece investe tantissimo sulla credibilità teatrale. Le prefiche osannanti, ovvero Favetta e Splendore sono state interpretate da Chiara Latini ed Eleonora Benetti e da Emma Alessi e da Francesca Lione. Tripudio di applausi per entrambe le coppie.
Medaglia d’eroico pianismo ad Antonio Vicentini che con Samuele Marelli giacciono alle “sevizie” del trio. Bravissimi.
Pizzi crea il vero sound del movimento, rispecchiando nella sua idea minimalista l’assenza di qualsiasi virtuosismo scenico. Pertanto, pianoforte a coda, divano bianco e alcune sovrastrutture come una scala alla Osiris fanno della scena il vero sound jazz. Dunque, tutto quello che succede ha per Pizzi la partitura jazz della narrazione di Negri. Costumi e scene in perfetta sintonia con lo swing perenne.
Marco Angius con i suoi Calamani sa dove andare, si diverte come poche volte lo abbiamo visto. È nel contempo interprete e spettatore. Ed ha così chiaro lo swing delle partiture di Negri da rendere il tutto in un movimento senza eguali. Bravissimo.
Notevole il cast tecnico- Insomma questa produzione dedicati a Negri fa salire talmente tanto il Teatro Sperimentale di Spoleto da far sperare veramente che nel tempo diventi il vero punto di riferimento sia per il teatro lirico contemporaneo che per quello moderno. Enrico Girardi ha il grandissimo merito di mettere assieme persone, lavorando con loro per assicurare una riuscita che possa far arrivare al pubblico la serenità, il divertimento e l’estrema cura dei particolari. Per Gino Negri è un punto importante di svolta.
Ora bisogna che ci sia una importantissima rinascita di una delle figure più estroverse, ironiche e umanissime di quella che chiamiamo “cultura italiana”. Almeno così pare.
Marco Ranaldi
(29 agosto)
La locandina
| Direttore | Marco Angius |
| Regia, scene, costumi e luci | Pier Luigi Pizzi |
| “Canzone del coccodrillo” | Stefano Belisari (Elio) |
| Canzone “M’hanno invitata all’Excelsior” | Ariana Vilardaga |
| Ensemble Calamani del Teatro Lirico Sperimentale | |
| Vieni qui Carla | |
| Personaggi e interpreti: | |
| Carla | Beatrice Caterino (29,) / Gaia Cardinale (28) |
| Leo | Alberto Petricca (29) / Dario Sogos (28) |
| Giorno di nozze | |
| Personaggi e interpreti: | |
| Marina | Kristýna Kůstková (29) / Giorgia Costantino (28) |
| Maggiordomo | Antonio Vicentini |
| Il tè delle tre | |
| Personaggi e interpreti: | |
| Una celebre cantante straniera soprano a sorpresa | Luca Giacomelli Ferrarini (29, / Paolo Mascari (28) |
| Un pianista accompagnatore | Antonio Vicentini |
| Ornella | Samuele Marelli |
| Favetta ex cantante | Chiara Latini (29,) / Eleonora Benetti (28,) |
| Splendore vecchia ex cantante | Emma Alessi Innocenti (29) / Francesca Lione (28) |
| Un maggiordomo decrepito | Jacopo Spampanato |














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