Stravinskij sul lettino dell’analista. E altri dialoghi col Padre

Losanna, settembre 1918. Studio del dottor Luftikus

– Il mio primo ricordo musicale? Durante un’estate in campagna coi miei genitori. Un contadino gigantesco seduto su un lungo tronco d’albero. C’era un forte odore di resina e di legno appena tagliato… Il contadino era muto ma schioccava forte la lingua, e noi bambini ne avevamo paura. Cantava due sillabe senza senso, le uniche che conosceva, alternandole con velocità incredibile, e accompagnava la sua litania in questo modo. Dottore, mi stia a guardare.

– No, signor Stravinskij. Lei conosce già le regole. Mi descriva la scena.

– Con la mano destra si premeva l’ascella sinistra sotto il camiciotto muovendo ritmicamente il braccio come fosse una pompa. Capisce, dottore?

No, ma vada avanti.

– Ne usciva una serie di suoni molto gravi e potenti, ma anche — come dire? — abbastanza sospetti.

Come forti scariche intestinali?

– Esatto.

Lei ne provò paura?

– No, anzi. Desiderio d’imitarlo. Corsi a casa ridendo e dopo varie prove mi riuscì di rifare così bene quel canto selvaggio che mio padre s’infuriò e mi proibì di continuare. Fu proprio a quell’epoca che si manifestarono in me i primi sintomi di una stitichezza ostinata.

Che professione era quella di suo padre?

– Basso al teatro imperiale Mariinskij; era un cantante fra i più acclamati di Pietroburgo.

Interessante. Suo padre avrà interpretato quei suoni come una sfida, un tentativo di mettere in ridicolo il suo canto. Le ha dato un’educazione musicale precoce?

– Tutt’altro. Lui voleva per me un futuro da avvocato. Se ne occupava solo mia madre, un’ottima pianista. In casa nostra si faceva musica, certo, ma quando c’erano invitati noi bambini potevamo ascoltarla solo dietro le porte chiuse della nostra camera.

– Lei pensa di aver avuto un’infanzia felice?

– Dottore… non vorrei…

Risponda senza pensarci troppo!

– Mi pareva di non piacere a nessuno. Tutta la mia infanzia… è stata un periodo di attesa…

Di che cosa?

– Del momento in cui avrei potuto mandare al diavolo tutti e tutto.

 Lei si è poi riavvicinato a suo padre?

– Sì, quando è morto di cancro nel 1902. Nell’estate di quell’anno, in vacanza a Heidelberg, avevo incontrato Rimskij-Korsakov, e fu lui ad insistere affinché io prendessi almeno il diploma inferiore in giurisprudenza. Mi sconsigliò invece di iscrivermi al Conservatorio, e solo poco prima della tesi acconsentì a darmi lezioni private di composizione due volte la settimana.

Dunque in un certo senso Rimskij-Korsakov è stato il suo secondo padre?

– Sì, forse…

Roma, Palazzo Venezia, Sala del Mappamondo, 1932

– Se fossi nato italiano avrei dato la mia entusiastica adesione alla vostra vittoriosa lotta contro gli appetiti e le passioni bestiali del bolscevismo. Duce! Voi siete il salvatore dell’Italia, e speriamo anche dell’Europa. L’Italia ci ha offerto un antidoto al veleno russo. D’ora in poi nessuna grande nazione sarà priva dei mezzi decisivi per proteggersi contro il mostro sovietico.

– Mi si dice che voi credete nella monarchia, signor Stravinskij…

– Credo anzitutto nell’aristocrazia dello spirito. Perciò detesto ogni tipo di marxismo, liberalismo, democrazia, e simili pestilenze. Ebbene, dopo aver conosciuto tanti avvenimenti e tanti uomini più o meno grandi, sentivo il bisogno imperioso di rendere omaggio a voi, Duce. Anche se sono un artista non mi sento estraneo alle questioni politiche e sociali.

 – Politica e arte musicale si somigliano. Lo sapevate che io suono il violino? Mi piace pensare al Fascismo come a una grande orchestra dove ognuno suona uno strumento diverso, ma — come la massa del popolo — un’orchestra è soltanto un gregge di pecore finché non trova un direttore che sappia organizzarla. La Massa, bimba inesperta e capricciosa, si travierebbe senza un padre amoroso che sappia reggerla con due redini: l’entusiasmo e l’interesse. Se ne manca una, l’armonia corre grave pericolo. Più di ogni opera o sinfonia, l’interesse del popolo è cosa drammatica. In quanto io lo servo, moltiplico la mia vita…

 – Duce, so che il vostro tempo è prezioso…

Ah, sì… Vi ho fatto chiamare per parlarvi di un progetto che mi sta a cuore. Due anni fa, a Venezia, il Primo Festival Internazionale di Musica ha mostrato al mondo che anche in questo campo l’Italia fascista tirerà diritto. Ma oggi sta nascendo qualcosa di ancor più grande: il Maggio Musicale Fiorentino. Io voglio che sia un grande successo, e lo sarà. L’EIAR trasmetterà le serate più importanti, le Reali Ferrovie faranno la loro parte per attirare pubblico da ogni parte d’Italia e d’Europa con biglietti di favore. Nell’occasione si terrà un congresso internazionale su temi quali critica musicale, tendenze dell’opera contemporanea, rapporto fra musica, radio, cinema e grammofono. Che ne dite?

– Un disegno grandioso, Duce; in tutto degno di voi. Se io potessi contribuirvi in qualche modo…

– Ne parleremo con comodo dopo la prima edizione. Per ora conviene procedere con cautela perché prima si dovranno soddisfare gli appetiti dei fedeli di D’Annunzio, come Pizzetti e Malipiero, e dei fascisti antemarcia come Casella. Conoscete D’Annunzio e la sua banda; sono come un dente guasto: o lo si estirpa o lo si ricopre d’oro. Ma è stato proprio il Comandante a farmi l’elogio del vostro Oedipus Rex

 – Alla prima parigina, nel 1927, non è stato un gran successo. Le recensioni…

 – Cosa volete aspettarvi dai Francesi, un popolo minato dall’alcool, dalla sifilide e dai giornalisti? La stampa più libera del mondo intero è quella italiana; è libera perché, nell’ambito delle leggi del Regime, esercita funzioni di controllo, di critica, di propulsione. Noi mostreremo che i soggetti del mondo classico tornano a fiorire dopo il caos della rivoluzione. La bellezza greca e la maestà di Roma. Avete composto altri lavori del genere?

Un balletto, Apollon Musagète, e una pantomima, Perséphone.

Bravo! Questo ci serve: un nuovo classicismo nelle arti, ora che l’Italia non è più quella dei Giolitti e dei Pulcinella! E tornate a visitarmi quando sarete di nuovo a Roma. È un ordine.

 

Roma, Palazzo del Vaticano, 26 novembre 1958

– Santo Padre, non avete nostalgia di Venezia?

Sì, figlio caro. Una vita più quieta, finché non siete arrivato voi a metterla a soqquadro con gli altoparlanti in piazza San Marco. Ma ho notato che il pubblico fuori applaudiva alla vostra uscita, mentre i cento e più critici in basilica hanno scritto cose di fuoco sul vostro Canticum Sacrum.

– “Assassinio nella cattedrale”, ha titolato “Time Magazine”, denunciando voi e me come complici nel delitto. Ed io ho commesso anche altri peccati. Ho rubato molto, perché i buoni compositori (perdonatemi l’immodestia) non prendono a prestito; rubano.

– Che volete? Un peccato che si può perdonare, se serve a creare nuova bellezza. Il vostro Dostoevskij ha scritto che la bellezza salverà il mondo. Io non capisco molto di musica moderna, ma vi assolvo perché vedo in voi un figlio pentito, e vi benedico. Come penitenza mi farete avere una vostra foto autografata. Andate in pace.

Carlo Vitali

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