Super-Bartoli alla Sagra Musicale Malatestiana

Dopo i lunghi e dolorosi mesi bui, durante i quali il silenzio assordante del limbo dove sono stati relegati e dimenticati i teatri ha riempito i cuori della gente di una malinconia irreparabile, sommata alla straziante situazione vissuta, finalmente a Rimini, città duramente colpita dalla pandemia ancora in corso, è tornato a splendere un raggio luminoso che ha rischiarato le dense nubi createsi dalla mancanza di speranza e dalla paura di non vedere mai più tornare la musica, l’arte, la cultura, la vita nei nostri teatri e, soprattutto, nelle nostre piazze.

Questo raggio di luce improvviso che ha ridestato emozioni, ha ridonato speranza e ha squarciato persino il cielo cupo, plumbeo e immobile portato dall’innominabile virus ha invece un nome preciso: Cecilia Bartoli. Già presente nel 2018 con la sua indimenticabile Cenerentola per la riapertura storica del Teatro Galli, rimasto chiuso fin dai bombardamenti del ’46, la cantante è legata moltissimo a Rimini, anche per motivi personali e ricordi d’infanzia. A lei l’onere e l’onore di riaprire nuovamente il Teatro Galli, esibendosi nel concerto inaugurale della 71 Sagra Malatestiana, vanto musicale della città sin dal ’49, che senza alcun dubbio meriterebbe molta più attenzione da parte dei musicologi “di fama” e della stampa nazionale e internazionale. Il programma dei concerti sinfonici nelle settimane venture schiera tre direttori d’orchestra di cui basta solo citare il nome: Valerij Gergiev, Riccardo Muti e Fabio Luisi.

Ieri sera non si è assistito ad un concerto di canto ma ad uno spettacolo che con molta fatica può essere descritto a parole, tantomeno recensito, in quanto talune emozioni possono essere solo vissute e difficilmente descritte. In videoproiezione sulla medievale Piazza Cavour antistante il Teatro Galli, gratuitamente, in modo tale da coinvolgere la cittadinanza e sempre nel rispetto di ogni distanziamento e regolamento previsto contro la diffusione della pandemia, il pubblico che esplodeva in ovazioni da stadio è stato accompagnato anzi trascinato con calore in un viaggio musicale, partito da un bosco fatato “händeliano”, passando per Venezia, Versailles, Napoli, giungendo infine nella Romagna dei romagnoli.

Les Musiciens du Prince-Monaco, un gioiellino di orchestra che Cecilia Bartoli, Jean-Louis Grinda e S.A.S. Alberto II di Monaco hanno voluto creare nel Principato, sotto la direzione del fidato e preciso Gianluca Capuano attacca, per riscaldarsi, un preludio di Charpentier; poi, viene proiettato sullo sfondo del palcoscenico un bosco fiorito, fatato, incantato, si sentono uccellini cinguettare amorosamente sulle note del Rinaldo di Händel, e appare lei: Santa Cecilia.

In silenzio, avanzando con passo cadenzato su tacchi brillanti tempestati di Swarovski, che l’artista furbamente lascia intravedere di tanto in tanto, entra intonando “Augelletti che cantate” dall’opera citata sopra, non sappiamo se sia Cecilia Bartoli o Almirena perché l’interprete plasma ogni personaggio adattandoselo come meglio crede, anche se in forma di concerto, sfruttando tutte le infinitesimali possibilità che la musica offre senza limitarsi a eseguire alla perfezione le note del pentagramma. Illumina il palco in un abito sfavillante che farebbe impallidire Moira Orfei ma indossato da lei sembra una vetrina natalizia di Harrod’s sotto la neve. L’artista non è una cantante lirica, non è un mezzosoprano, non è un soprano, è sovrumana. Le emozioni che suscita Cecilia Bartoli, più di trent’anni di carriera, non solo rimangono impresse per sempre ma sembra debbano continuare a crescere, gonfiarsi e migliorare negli anni senza intravedere nemmeno in lontananza un barlume di ritiro dal palcoscenico.

La voce è incredibilmente intatta, immutata, anzi è maturata nel registro medio e ancora più luminosa nel registro acuto col passare dei decenni. Solo lei nella storia della musica possiede il suo canto, e come tutti i miti rimarrà intramontabile nei tempi a venire per la sua unicità. Gli aggettivi per descrivere la perfezione del suo canto e le agilità supreme che fuoriescono come un fiume in piena sono oramai esauriti nel dizionario della lingua italiana, bisognerebbe coniare un nuovo aggettivo: “bartoliano”, peraltro già in uso tra gli appassionati. Cosa si può dire ancora sul repertorio barocco o sul Rossini della Bartoli? Niente. Punto. Basta aprire YouTube o Spotify ed ascoltare una a caso delle innumerevoli incisioni discografiche che hanno fruttato vendite di milioni di CD, non c’è altro da aggiungere. La cosa, però, che lascia ancor oggi sempre più stupefatti nel canto della Bartoli è la verità nel fraseggio, cioè la parola sgranata come una pietra preziosa in ogni sua vocale, girata in ogni consonante e poi, appoggiata sulla nota come su un vassoio d’argento con la delicatezza e la maestria che contraddistingue la cantante, riesce a dominare su tutto: sulla musica, sulla partitura, sul personaggio, sembra di vedere compositori e librettisti che dicono: “Sì, Cecilia ok, volevamo questo ma tu riesci a fare ancora di più”. Se il canto è sovrumano, l’artista è umanissima. “Lascia la spina, cogli la rosa”, da Il trionfo del tempo e del disinganno, aria sublime, ignorantemente più famosa solo per meriti cinematografici come “Lascia ch’io pianga” nella versione riadattata da Händel per il Rinaldo, è stupefacente, si fa fatica a respirare mentre la Bartoli poeticamente guarda verso il basso, stringe le mani al petto e commuove con un canto di una dolcezza estrema: messe di voce, pianissimi, filati e sempre il fraseggio che regna sovrano. “Ma all’opera non si capisce niente quando cantano…” dice la gente. No, purtroppo con la Bartoli si capisce tutto e, proprio grazie a cantanti come lei, la musica riacquista la sua compiutezza, la sua totalità. Finalmente si comprende il motivo per cui nei secoli scorsi questa musica riempiva i teatri e veniva canticchiata ovunque da chiunque, da gente semplice senza cultura o studi musicali. La Bartoli ha lottato durante tutta la sua carriera per imporre e far riscoprire la sua musica, ha voluto e vuole far comprendere a tutti che gli influencer di allora, cioè i vari Mozart, Pergolesi, Händel, Rossini, etc. possono essere ancora oggi veri e validi influencer se cantati e avvicinati ai giovani nei modi appropriati, lei sicuramente ha vinto la sua battaglia.  Il barocco di Cecilia Bartoli è stato definito, non dallo scrivente, bensì da penne giornalistiche immensamente più autorevoli “un concerto rock”, ma non solo, grazie a lei ogni aria diventa anche pop sembra musica da canticchiare quotidianamente in macchina mentre si va al lavoro o a casa mentre si cucina o con gli amici durante un aperitivo, senza necessariamente essere appassionati di opera lirica o studenti di conservatorio. Cecilia Bartoli afferra il Barocco e lo catapulta nel presente anzi nel futuro. Dopo la commozione arriva l’uragano, cambio d’abito verde smeraldo e in “Mi deride…Desterò dall’empia” diventa immensamente rock, una furia impetuosa che spara agilità di forza a non finire, si mette a gareggiare con flauto e tromba in cadenze impensabili, impossibili, improponibili per chiunque altra, successioni vertiginose di note in alto e in basso nel pentagramma, trilli incandescenti, virtuosismi orgiastici, un canto inarrivabile, tocca vertici da soprano di agilità poi sprofonda in basso tenendo le note quanto le pare; insieme a flauto e tromba sembrano tre atleti che gareggiano per il salto in alto alle Olimpiadi, invece si tratta di musica del ‘700.

Da Händel a Rossini, anche in questo caso non si è autorizzati a scrivere più nulla riguardo al connubio tra il compositore pesarese e la cantante, la Bartoli già negli anni ’90 ha donato ai posteri incisioni rossiniane che sono pietre miliari, figuriamoci cosa è in grado di fare oggi con la voce intatta e la maturità di decenni di carriera. Venezia viene proiettata sullo sfondo del palcoscenico, l’aria di Desdemona è straripante di pathos, cesellata in ogni minimo respiro, sussulto, nota e riportata ai ranghi che le spettano, senza dover nulla invidiare alla collega verdiana. Ennesimo cambio d’abito candido e principesco, arriva il rondò di Angelina del finale de La Cenerentola che è diventato un proverbio ormai cantato dalla Bartoli, ma tanto l’artista dalle mille risorse riesce in maniera imprecisabile a cambiare ogni volta qualcosa: un vocalizzo, un accento, una pausa, da più di 20 anni canta quest’aria e ogni volta è sempre più stupefacente, il boato del pubblico è scontato.

Poi appare Napoli, tutto si tinge di rosso, cambio d’abito infuocato e tamburello in mano, stile Carmen partenopea. Il recensore ha avuto l’enorme fortuna di ascoltare la gloriosa cantante nel corso degli anni passati in alcune rappresentazioni vere e proprie quindi già supponeva la meraviglia che si sarebbe manifestata nelle arie d’opera, ma il canto ascoltato nel repertorio della canzone italiana del primo novecento, su cui era incentrata la seconda parte del concerto, ha lasciato tutti a bocca aperta. Chi non conosce Mamma o Non ti scordar di me? Ebbene, la Bartoli riesce a trasformare anche questo repertorio in magia pura, tutto il pubblico è stato cullato e dondolato dalle melodie napoletane, come se Beniamino Gigli o Claudio Villa non avessero mai cantato nulla di simile, lei arriva e sconvolge tutti gli equilibri, riazzera tutto, sembra di ascoltare qualcosa di mai sentito e crea nello spettatore proprio quel tipo di emozione legata a una canzone, a un ritornello, a un acuto, a una frase che rimane scolpita nel cuore suscitando un ricordo indelebile, perché da oggi in poi, chi ha assistito al concerto, Munasterio ‘e Santa Chiara se lo ricorderà solo cantato da lei.

I bis? Appare all’improvviso dal nulla il basso-baritono Bruno Praticò e i due immensi artisti si mettono a cantare il duetto di Figaro e Rosina “Dunque io son” da Il Barbiere di Siviglia, una lezione di canto da conservatorio. Pubblico impazzito, non si capisce più nulla, applausi interminabili. Poi la cantante-mattatrice annuncia: “A facile vittoria” di Steffani, un tale vescovo italiano del’600 che componeva musica e che lei ha riportato alla luce, vendendo milioni di CD, dopodiché inizia a volteggiare sul pentagramma con una follia indescrivibile, sciorinando agilità di forza da trapezista senza rete di salvataggio, verrebbe da dire: ”ma chista è pazz”, muove le mani come se suonasse una chitarra elettrica, si mette a gareggiare in una cadenza infinta con la tromba dove ovviamente ha la meglio la sua tenuta di fiato senza fine e durante una delle innumerevoli cadenze schiocca le dita trasformando magicamente l’orchestra in un locale jazz newyorkese intonando Summertime, per poi riprendere in mano il ‘700, terminare l’aria dello sconosciuto Steffani, concludendo il tutto in un trionfo. Sembra incredibile ma succede veramente. Non è opera, non è un concerto, non è canto, non è spettacolo è arte pura che trasforma in oro tutto ciò che tocca. Al termine di questo viaggio appare il volto più onorato e più amato di Rimini, Federico Fellini, che col megafono in mano sembra voler urlare: “Cecilia baaastaaa, hai messo su un circo stasera!” lei invece si inchina al Maestro e intona Romagna mia, Romagna in fiore, tu sei la stella, tu sei l’amore…canta col pubblico, coinvolge tutti, balla, si stringe le mani al petto, è gioiosa, ride, si commuove, elargisce emozioni e si emoziona ella stessa, dispensa sorrisi immacolati come se avesse le visioni, apre le braccia al pubblico adorante come fosse una santa e viene sommersa da applausi. Finalmente è tornata la vita, basta semplicemente riportare la musica e i grandi artisti nelle piazze, nient’altro.

Renato Olivelli
(16 settembre 2020)

La locandina

MezzosopranoCecilia Bartoli
DirettoreGianluca Capuano
Les Musiciens du Prince – Monaco
Programma:
Marc-Antoine Charpentier
Te Deum, Preludio
Georg Friederich Händel
Rinaldo “Augelletti che cantate”
Il trionfo del tempo e del disinganno, “Lascia la spina”
Amadigi di Gaula, “Mi deride…Desterò dall’empia”
Gioachino Rossini
La Cenerentola, Sinfonia – Temporale
Otello “Assisa a piè di un salice”
La Cenerentola, Sinfonia – “Nacqui all’affanno”
Il Signor Bruschino, Sinfonia
La Danza
Alberto Barberis
Munasterio ‘e Santa Chiara
Cesare Andrea Bixio
Mamma
E.A. Mario
Santa Lucia
Ernesto de Curtis
Non ti scordar di me

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