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Daniel Oren

Nel teatro (d’opera) ci sono ruoli che restano attaccati addosso come una seconda pelle, casi in cui l’immedesimazione dell’artista è così completa che si finisce per perdere i contorni tra maschera e interprete.

Woody Allen

Mentre Milano langue sotto i calori estivi, sul palcoscenico scaligero va in scena un insolito dittico: Prima la musica poi le parole di Antonio Salieri e Gianni Schicchi di Giacomo Puccini.

Tralasciando il fatto che il Trittico pucciniano non andrebbe mai smembrato, non solo per rispetto della volontà dell’autore ma anche per regioni intrinseche a una continuità drammaturgica voluta e non casuale, il divario fra i due atti unici è abissale.

Uscendo dalla Scala, al termine della terza rappresentazione di Alì Babà e i quaranta ladroni di Luigi Cherubini, mentre il tram sferragliava sulle rotaie di una Milano settembrina, riflettevo sul fatto che in mezzo a tanta indifferenza culturale, un gruppo di giovani – sotto il nome di una prestigiosa accademia internazionale – credono ancora che il melodramma è un genere per cui vale la pena vivere. E questo non è poco.