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Damiano Michieletto – e con lui quel genio della scenografia che è Paolo Fantin, Agostino Cavalca costumista grand-seigneur e il mago delle luci Alessandro Carletti – offre una visione del Rigoletto tutta incentrata sull’intimità dei sentimenti che da particolari diventano universali abbracciando totalmente la poetica verdiana.

L’opera ritorna alla Fenice dopo quasi un anno – duecentocinquanta giorni per la precisione – di attività limitata ai soli concerti con un titolo monstre per il teatro veneziano, ovvero quel Faust di Gounod che, per una curiosa coincidenza o forse per le trame del destino, è stato rappresentato alla ripresa dell’attività dopo interruzioni traumatiche delle stagioni liriche in laguna.