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Mikhail Pletnev può oggi essere considerato senza indugi uno dei più grandi pianisti viventi. Eppure, non è raro riscontrare – fra il pubblico quanto fra i musicisti – una notevole disparità di opinioni a suo riguardo: da una parte c’è chi “pende dalle sue dita”, vedendo in lui una sorta di interprete “totale”, profondo e indagatore; dall’altra, chi invece trova nel suo pianismo qualcosa di forzato, di troppo ricercato o, quanto meno, di poco spontaneo.

Dopo l’originale omaggio a Chopin della scorsa stagione, Daniil Trifonov torna al Quartetto con un programma dai singolari e interessanti accostamenti.

Liquidata la direzione stabile residente di Ezio Bosso, la Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste ha ripreso l’attività dopo la pausa estiva inaugurando nel nome di Beethoven la sua stagione sinfonica 2018.

La storia esecutiva della Sesta e della Settima Sinfonia inizia con due degli eventi pubblici più noti, ma anche più singolari – se confrontati l’uno con l’altro – della biografia di Beethoven. Le prime esecuzioni si ebbero infatti a Vienna, a distanza di cinque anni, nel corso di concerti dai risultati praticamente opposti, fra i poli del vero e proprio disastro e del trionfo.

Se all’epoca il progetto registico di Deborah Warner accolse qualche perplessità, a distanza di tempo si può affermare che la negazione di una definizione spazio-temporale e la volontà di stilizzare la dimensione affettiva – complice la concertazione di Myung-Whun Chung – hanno reso ancora più incisivo il messaggio beethoveniano.

La stagione sinfonica 2017-2018 promossa dalla Fondazione Orchestra Haydn di Bolzano e Trento si sta avviando alla conclusione. L’ultimo appunto vedrà protagonista il marimba, supportato dai timpani, come strumenti solista nella prima esecuzione assoluta di una composizione dedicata a questi due strumenti appositamente commissionata al compositore brasiliano Ney Rosauro.

Tre grandi autori e due straordinari interpreti sono stati protagonisti del settimo appuntamento della Filarmonica della Scala. Al suo ingresso l’orchestra si è disposta alla tedesca lasciando presagire la provenienza e le intenzioni sonore del direttore.

Schumann si addice all’Orchestra del Teatro Olimpico. Nella serata in cui campeggiava la Quinta di Beethoven – omaggio sintomatico, visto che il concerto si è tenuto esattamente nel giorno anniversario della morte del gigante tedesco (26 marzo 1827) – l’orchestra giovanile vicentina ha trovato e dato il meglio al cospetto della Quarta schumanniana.

Beethoven è in ritardo di quasi un anno. Naturalmente, lo si dice per gusto del paradosso. Uno avanti come Ludwig van, per definizione non può essere in ritardo: anzi, appare quasi sempre in anticipo, sul quadrante della storia e a maggior ragione su quello della musica. Molto più semplicemente, il ritardo è di Filippo Gamba, l’eccellente pianista veronese cui la Società del Quartetto di Vicenza ha affidato l’esecuzione delle integrale delle Sonate per pianoforte del genio tedesco.

Per la diciannovesima volta consecutiva laVerdi brinderà al nuovo anno con il suo pubblico e con Milano, intonando le note immortali del prodigioso Inno alla Gioia – esaltante finale della Nona Sinfonia di Beethoven […]