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Pierre Boulez, lo stesso che definì Shostakovich “un succedaneo di Mahler” e Poulenc “musicista da confetteria”, di Gian Carlo Menotti aveva un’idea ancora più sbrigativa: “un Puccini dei poveri”. Certi stigmi, duri a morire, andrebbero lavati a candeggina, non foss’altro che per il loro implicito potere dissuasivo nei confronti dei teatri che potrebbero scommettere su repertori poco frequentati, ma che temono al contempo pesanti diserzioni.