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Raffaella Lupinacci

Il Teatro Argentina affollato, dopo l’introduzione con la Sinfonia da Cesare in Egitto di Geminiano Giacomelli, entra in scena Raffaele Pe con la sua disinvoltura da divo pop, in smoking ma senza papillon e il colletto della camicia slacciata.

Raffaele Pe

«Variety is the soul of pleasure» recita un adagio inglese che a ben leggere rivela una serie di sottili doppi sensi, ma che qui prendiamo come assunto del favore di cui i pastiches godevano presso il pubblico londinese nella prima metà del Settecento, quando a contendersi i favori del pubblico erano Händel, Porpora e Hasse – sostenuti da opposte e agguerritissime fazioni – per quel che atteneva alla composizione e Farinelli e Senesino, che con il loro canto suscitavano furori che oggi si riservano solo alle rockstar e forse nemmeno.

“Pensier, che mi sai dir?”… “Mio cor, che mi sai dir?”… “Dove sei?| Deh! Ritorna a’ pianti miei!”… “Aure dolci intorno a me, | il mio ben, dite dov’è?”… “Ite con piè sicuro”… “Conducetelo quivi, o spirti, a volo.” “Sorge nel petto |Caro diletto”: “Rinaldo” di OperaLombardia conclude a Pavia il suo tour. Grande successo su tutta la linea.

Ci sono produzioni discografiche buone, altre dimenticabili, altre ancora che meritano un secondo ascolto e poi ci sono quelle “must have”; Giulio Cesare, a Baroque Hero, pubblicato da Glossa, appartiene senza dubbio alcuno a quest’ultima categoria per una serie di motivi che cercheremo in breve di mettere in luce.

La morte è una delle poche certezze cardinali della vita umana. Nessuno ne è esente, a conferma di un passaggio labile lungo la linea del tempo chiamato vita; altrettanto è certo che, quanto più riesce ad essere pieno di senso i segni lasciati da ogni essere lungo il cammino, il tempo e lo spazio vanno a subire una modificazione direttamente proporzionale a questa densità.