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Esiste anche nella grande musica – come un po’ in tutte le arti – il genere dei capolavori inattesi ma non sorprendenti: opere magistrali, che sembrano spuntare all’improvviso, precocemente, “bruciando” ogni percorso di crescita e di maturazione dei loro autori.

Un insolito tutto-Prokof’ev ha concluso la stagione dell’Orchestra del Teatro Olimpico. Fermamente voluto da Enrico Bronzi, direttore e violoncello solista (che ha pubblicamente ringraziato la formazione giovanile vicentina per la disponibilità), il programma allineava composizioni tutt’altro che frequenti nelle sale da concerto, probabilmente mai eseguite prima a Vicenza.

Alexander Lonquich, il direttore musicale della Oto, non è soltanto un superbo interprete del Classicismo viennese. Coltiva anche una vocazione schumanniana sia come solista al pianoforte che come camerista e naturalmente come bacchetta.

Alexander Lonquich sta dimostrando di non essere solo un grande pianista e un talentuoso direttore d’orchestra, ma anche un accorto “fabbricante” di quei piccoli universi musicali che sono – dovrebbero essere – i programmi dei concerti.

Atmosfere notturne sullo sfondo di un paesaggio urbano, creato da Judit Csanádi, che ricorda quello di tante periferie: muri grigi accesi da improvvisi fasci di luce, creati da József Pető ad illuminare figure umane che nel movimento divengono espressioni sublimate della loro corporeità, il tutto in una straordinaria miscela di danza e ginnastica alla quali si unisce un forte elemento acrobatico.

Agli antipodi di Prova d’orchestra, ecco Spira Mirabilis. L’immagine molto italiana (ma con un fondo di verità generale) della superficialità, dell’indifferenza, dell’anarchia e infine del caos generato dalla seduta di prova di un complesso strumentale, si rovescia virtuosamente nel progetto nato giusto dieci anni fa: un’orchestra internazionale (ma con un buon tasso di italianità fra i componenti e con sede italiana) che non necessita nemmeno di un direttore per il semplice fatto che la sua autodisciplina e la sua coesione rendono non necessaria la “forza unificante” di una bacchetta purchessia.

A patto di non ritenere che costituisca un’immersione fra tragiche premonizioni e sublimi rassegnazioni, una serata interamente dedicata alle “opere ultime” di Mozart offre esperienze d’ascolto in effetti straordinarie.