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Dal suo debutto viennese nel febbraio del 1792, Il matrimonio segreto di Domenico Cimarosa ha avuto largo, a volte larghissimo successo un po’ dappertutto nel mondo, salvo conoscere un notevole appannamento nella seconda metà del Novecento.

Dicono di lei cose straordinarie, e forse per questo la sua presenza mediatica è decisamente importante: quel che serve per farne uno dei fenomeni musicali dell’annata. Anagraficamente parlando, non è che in giro per l’Italia e per il mondo le figure come quella di Alexandra Dovgan siano poi così rare.

Un omaggio alle divine del teatro di inizio Novecento, Eleonora Duse in primis, ma anche alle dive del cinema muto, da Lyda Borelli a Francesca Bertini, maliarde che parlavano con lo sguardo e con l’esagerazione del gesto in una commistione in certo modo univa il teatro di prosa alla danza, dando vita ad un’arte nuova.

Dopo un travagliato inizio di stagione, tra cambi in cartellone in corso d’opera e scioperi di maestranze, al Teatro Filarmonico di Verona va in scena Il Don Giovanni di Wolfgang Amadeus Mozart. La regia è affidata a Enrico Stinchelli, nome noto nell’universo operistico soprattutto per il suo ruolo di conduttore e autore della Barcaccia su Radiotre.

La storia esecutiva della Sesta e della Settima Sinfonia inizia con due degli eventi pubblici più noti, ma anche più singolari – se confrontati l’uno con l’altro – della biografia di Beethoven. Le prime esecuzioni si ebbero infatti a Vienna, a distanza di cinque anni, nel corso di concerti dai risultati praticamente opposti, fra i poli del vero e proprio disastro e del trionfo.

In qualche momento, sembra che un vento impetuoso soffi sul palcoscenico. I contrabbassi ondeggiano, le file dei fiati si piegano ritmicamente, i percussionisti, in alto, sembrano quasi faticare a restare in piedi. Gli archi, a un certo punto, cercano protezione dietro ai loro leggii. È qualcosa di più, e di diverso, della frenesia cinetica che talvolta anima le big band del jazz.

Gerusalemme diventa la Vienna della Secessione, la terrazza del palazzo di Erode è illuminata da tre lampadari Jugendstil che pendono fra le colonne austere di un portico; l’ombra prevale sulla luce e crea immagini fugaci eppure nettamente stagliate nello spazio.

Nell’ambito degli omaggi resi a Rossini in occasione dei 150 anni dalla sua scomparsa si è inserito il concerto straordinario offerto dalla Fondazione Arena di Verona che ha presentato al Teatro Filarmonico sabato 20 maggio la Petit messe solennelle giocata tutta in casa, […]

Quasi sempre gli spettacoli invecchiano, anche quelli che al loro primo apparire hanno suscitato ammirazione e meraviglia. È inevitabile che ciò accada, specialmente se hanno una forte caratterizzazione “d’autore”: la visione dei loro creatori è legata a sensibilità e gusto nello spirito del tempo (nei casi migliori, lo precedono), come pure alla ricezione dei compositori, che non di rado muta con il proseguire degli studi storici.

Dodici anni e dimostrarli un po’; tanti ne ha l’allesimento delle Nozze di Figaro firmato da Mario Martone. Se al suo primo apparire tutto sembrava fresco e a posto, oltre che del tutto coerente con lo spirito del capo d’opera mozartiano oggi, rivedendolo per la quarta volta, qualcosa ci sembra non funzionare più così bene.