Torino: Francesca e il prato infinito
Il Rosso, dardeggiante e appassionato, è il simbolo della nuova Stagione d’Opera e di Balletto del Teatro Regio di Torino, che dà inizio alle sue attività per il nuovo anno 2025/2026 con un’inaugurazione in grande stile, portando sulla scena la Francesca da Rimini di Riccardo Zandonai. Opera che non troppo spesso vede la sua esecuzione, ma che torna a Torino dopo 34 anni e, soprattutto, torna dove ebbe il suo debutto assoluto in quel lontano febbraio del 1914. La sintesi storica della vicenda è racchiusa nell’episodio di Paolo e Francesca, che Dante Alighieri tratteggia nel Canto V dell’Inferno e da cui il compositore Riccardo Zandonai prese ispirazione, ricorrendo alla tragedia omonima di Gabriele D’Annunzio a cui va riconosciuta la struttura teatrale e molti dei versi confluiti nel libretto di Tito Ricordi.
Gli intrecci amorosi, il lirismo sinfonico e le relazioni umane che pervadono la Francesca da Rimini di Zandonai sono affrontati dal regista Andrea Bernard che, affiancato da un ricco team artistico, dà una lettura interessante e ricercata, non totalmente sviluppata fino in fondo, ma che ci racconta la storia di una donna costretta, in un mondo pervaso da maschilismo e imposizioni.
L’azione scenica si concentra prevalentemente in una grande stanza, che è camera da letto di Francesca, dove ella si rifugia per proteggersi erigendo una barriera naturale e innaturale, tra realtà e illusione, circondata dalle quattro compagne e dalla fida Smaragdi, trasognando i ricordi d’infanzia. Ma sono molteplici le volte in cui la grande stanza viene invasa, travolta, spezzata dal mondo là fuori, dal crudo e violento esterno che irrompe nella più intima interiorità.
Ciò che salva, illumina ed incanta è quel prato infinito, tinto di fiori dalle mille colorature, dove Francesca vede e ritrova il suo amato Paolo e dove essi si ritroveranno alla fine, travolti dalla violenza omicida, densa di gelosia e furore, di Gianciotto.
Tra echi, illusioni e richiami, la storicità della vicenda viene traslata in una realtà indefinita ma che mantiene richiami tardo ottocenteschi, prova ne sono i costumi di pregio di Elena Beccaro, che in questa produzione artistica è in team con Alberto Beltrame che cura le scene, Marta Negrini la coreografia e Marco Alba le luci.
Tra sogno e realtà, tra ricordi e presente drammatico, la vicenda si sviluppa in un susseguirsi di scene di forte impatto, tra cui vi sono il già citato prato incantato dove appare l’amato Paolo, la cruenta scena del banchetto di Gianciotto, dove compare Malatestino travolto dal macabro godimento di appendere la testa di un nemico decapitato e narrando a Gianciotto stesso il tradimento di Francesca, sino all’ultima scena, su cui il sipario cala, che vede Paolo e Francesca, uniti nella morte, camminare insieme verso l’infinito in quel luminoso e fiorito prato verde.
Sul podio sale Andrea Battistoni, Direttore musicale del Regio, che con mano sicura e impressionante slancio drammatico guida le masse artistiche in questa inaugurazione che conferma l’impegno e l’obiettivo di proporre al pubblico subalpino alcuni dei titoli meno frequentati del repertorio italiano. Forse meno frequentati per noi, ma a sentire e vedere la sua direzione, pare che per Battistoni sia pane quotidiano: la sicurezza del condurre, la ricercatezza di sonorità dense di lirismo sinfonico, l’attenzione agli equilibri nonostante il dramma scenico richieda l’impetuosità più dirompente, esaltano una scrittura musicale assai poco facile, ricca di richiami a quel modo di fare musica oltre le Alpi a cui spesso il verismo italiano ha guardato con curiosità e intenzione di apprendere. E alla sua direzione si sommano la qualità e la classe, che già ben si conoscevano, dell’Orchestra del Teatro Regio, che con tutte le sue sezioni risponde con sicurezza e convinzione, in un vorticare di suoni ora intensi, ora soffusi, ora delicati, ora dirompenti.
Ed altri applausi debbono andare al Coro, preparato sapientemente dal suo maestro Ulisse Trabacchin, che con capacità e risolutezza intervengono dando prova di ottima professionalità.
Protagonista dell’opera è la Francesca di Barno Ismatullaeva, soprano uzbeko che torna al Regio di Torino dopo l’interessante prova di due anni fa nella Madama Butterfly: si conferma così come il suo repertorio d’elezione sia il verismo, così lirico e al contempo così sinfonico. Un’interpretazione coinvolta, profonda, ricca di sfumature ed intenzioni che esaltano tutto il dramma di una donna innamorata ma non dell’uomo che le è marito, quell’uomo che alla fine la ucciderà con un pugnale, ponendo fine al suo dolore terreno e liberandola per un amore eterno insieme a Paolo. Musicalmente parlando, si riconosce alla Ismatullaeva uno strumento degno di attenzione, con una voce di spessore che sa sfumare e rinvigorire al contempo, con acuto sonoro (talvolta crescente, ma si perdona) e proiezione sicura e tonante.
Accanto a lei troviamo il tenore Roberto Alagna, il suo Paolo il Bello (e che bellezza la sua comparsa in quel prato verde e luminoso!), artista di fama internazionale che non sembra sentire lo scorrere degli anni, facendosi trovare in forma fisica e vocale di invidioso prim’ordine. Voce sicura, sonora, stentorea, un leone che ancora ruggisce come negli anni più belli e che dimostra come tecnica e natura, se unite e ben usate, siano il miglior modo per affrontare repertori spesso distanti fra loro. Il suo è un Paolo coinvolto, innamorato, passionale, che cerca di avvolgere una trasognante Francesca, allontanandola dalla cruda realtà per farle vivere quell’amore, vero o no, che possa durare in eterno.
Eternità data dal gesto violento e crudele di Gianciotto, spinto dall’ira e dalla gelosia, qui interpretato dal baritono George Gagnidze in un ruolo quasi villaine, racchiudendo in sé la violenza e la brutalità che ritroviamo tanto nella scena quanto nella solidità della voce.
Di lusso è il Malatestino del tenore Matteo Mezzaro, artista in continua crescita che dimostra quanto la preparazione sia fondamentale per arrivare a rendere con tanta credibilità e sicurezza un personaggio mellifluo, subdolo e crudele, sapendo unire una precisione del cantato a voce di sicuro squillo.
Ottima la prova poi del baritono Devid Cecconi, nei panni di Ostasio, che sa unire una veridicità scenica eccellente, con quel tic così vero, ad un uso della voce attento e ricercato; precisa ed attenta è anche Valentina Boi nei panni della Samaritana.
Eleganti, belle e quasi danzanti sono le quattro dame che attorniano Francesca: una delicata e preziosa Valentina Mastrangelo quale Biancofiore, Albina Tonkikh quale Garsenda, Martina Myskohlid nei panni di Altichiara (entrambe in forza dal Regio Ensemble) e Sofia Koberidze quale Donella.
Preziosissima e lussuosa la partecipazione di Silvia Beltrami, mezzosoprano apprezzato in ruoli di primo piano, qui nei panni della fedele Smaragdi, dalla voce ambrata e pastosa. A completare il cast vi sono poi Enzo Peroni quale Ser Toldo Berardengo, Janusz Nosek come roseo e coniglieggiante Giullare, Daniel Umbelino come balestriere, Eduardo Martínez come torrigiano e Bekir Serbest nei panni di un prigioniero.
Ricca e partecipata la sera della Prima, con un notevole successo di pubblico tirato a festa per un’inaugurazione che celebra l’arte, il Teatro e la Città stessa, dando prova di un appassionato e dardeggiante (e qui il Rosso ritorna) inizio di Stagione!
Leonardo Crosetti
(10 ottobre 2025)
La locandina
| Direttore | Andrea Battistoni |
| Regia | Andrea Bernard |
| Scene | Alberto Beltrame |
| Costumi | Elena Beccaro |
| Coreografia | Marta Negrini |
| Luci | Marco Alba |
| Personaggi e interpreti: | |
| Francesca | Barno Ismatullaeva |
| Paolo | Roberto Alagna |
| Gianciotto | George Gagnidze |
| Samaritana | Valentina Boi |
| Ostasio | Devid Cecconi |
| Malatestino | Matteo Mezzaro |
| Biancofiore | Valentina Mastrangelo |
| Garsenda | Albina Tonkikh ( |
| Altichiara | Martina Myskohlid |
| Donella | Sofia Koberidze |
| Smaragdi | Silvia Beltrami |
| Ser Toldo | Enzo Peroni |
| Il giullare | Janusz Nosek |
| Il balestriere | Daniel Umbelino |
| Il torrigiano | Eduardo Martínez |
| Un prigioniero | Bekir Serbest |
| Orchestra e Coro Teatro Regio Torino | |
| Maestro del Coro | Ulisse Trabacchin |














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