Torre del Lago: Anna Netrebko Divide et impera

Dìvide et impera, ecco cosa fa Anna Netrebko. Parafrasando a fantasia il detto latino, Annuska nostra divide il pubblico, da artista e diva eccellente quale è fa schierare sul lato dell’approvazione o della disapprovazione caterve di melomani, epperò continuando incontrastata a regnare, ad imperare, a dettar legge in un modo o nell’altro.
Chi l’ammira non può far altro che osservarla e ascoltarla come sotto l’effetto attraente di un magnete potentissimo, chi mal la sopporta non riesce a non guardarla (e ascoltarla) anche lui, come si guarda e ascolta un film pauroso che infastidisce, che si vorrebbe finisse in fretta, ma da cui non si riescono a distogliere né gli occhi né le orecchie.

Con le dive funziona così, e nessuno, ormai, se ne meraviglia più, nemmeno si sorprende per quei loggionisti che acquistano biglietti con l’intento studiato di dirne e urlarne male – l’opera è un mondo di pazzi, si sa.

L’altra sera, a Torre del Lago, trionfo. La platea era dapprincipio in timorosa soggezione, in stato di quieta adorazione, poi si è via via sciolta e profusa in grida selvagge, da stadio, liberatorie: non poteva essere altrimenti, di fronte ad un fenomeno vocale che dispensa prodezze quasi il tempo non fosse trascorso. Dico “quasi” perché tempus fugit, gli anni passano per tutti, ma l’intelligenza e l’arte stanno nel non darlo a vedere, nel fare di necessità virtù: la Netrebko ha una voce inevitabilmente scurita, ingrossata, soprattutto nei gravi che, al sottoscritto, piacciono proprio perché non artificiosi, perché appaiono come la naturale prosecuzione di una carriera lunga e caleidoscopica, e di sempre maggior impegno; il suo timbro è ormai un marchio registrato, bello come una rigogliosa e lussureggiante campagna dell’est, formidabile e affascinate come la Neva, un tripudio di armonici incredibile, veicolato da una voce tecnicamente sopraffina, inimitabile, certo, ma cui non si può dir niente.
Quando s’apre al centro e in alto, si resta sbalorditi: acuti di diamante, pianissimi in purezza, filati che non finiscono più (in concerto tutto è concesso), mezze voci leggere e vaganti, un armamentario per cui la nostra mandibola va giù e non ritorna su.

“Vissi d’arte”, subito bissato a furor di popolo, è un piccolo, grande trattato di interpretazione e tecnica; “O mio babbino caro” (unico altro bis concesso), conferma quanto il soprano sia camaleontico, nei fatti mostrando una freschezza giovanile e vocale impensabile (quel secondo “pietà” tenuto lunghissimo, filato, etereo: pubblico che grida e subito applaude); ma dove stupisce davvero è nel duetto di Butterfly: dopo l’ardore melodrammatico di Leonora, dopo la tempra spirituale e passionale di Tosca, dopo la rassegnata malinconia di Aida, chi se l’aspettava un’ingenua fanciullezza così ben espressa, così ben compresa, tanto nei gesti e nel fraseggio, quanto nell’accento e nel raccoglimento palpabile; micidiale anche nell’offuscare totalmente, e per fortuna, la voce tenorile.

Poi, come se non bastasse, non evita nemmeno i preziosismi, le colorature, gli abbellimenti, infatti Di tale amor che dirsi, daccapato e variato, fa impressione: un viaggio nel tempo.

Peccato solo per l’acustica impicciona. La microfonazione e l’amplificazione, studiate quanto si vuole, distorcevano qualche suono, a seconda che la voce arrivasse frontalmente, di lato o da dietro: in un teatro al chiuso, son convinto, certi gravi scuri lo sarebbero apparsi certamente meno e il gioco dinamico sarebbe risultato più penetrante.

Con lei Martin Muehle, che ha cantato sempre forte e spesso non bene (in O terra, addio, ha seriamente rischiato di inficiare la prova suprema della collega, per tacere dello sgraziato trovatore), l’ottima corda baritonale del giovane Jérôme Boutillier, voce assai bella che varrà di sicuro la pena di riascoltare in teatro (sorprendente “Questo amor, vergogna mia” da Edgar) e la fugace apparizione di Laura Verrecchia (un pregevole “Pace t’imploro”).

Col maestro Michelangelo Mazza – lo si vede lontano un chilometro – Anna Netrebko ha una grande sintonia, e lui l’accompagna con precisione chirurgica, assecondandola e sostenendola sempre. In splendida forma l’Orchestra del Festival Puccini, che se in Verdi si comporta bene, con la musica del Sor Giacomo dà il meglio di sé: bellissima  “Tregenda” dalle  Villi.

A fine serata, una consapevolezza: sulla parete della “casa dell’opera”, quella parete dove è usanza segnare le altezze di chi cresce, la tacca più alta è ancora quella di Anna Netrebko.

Mattia Marino Merlo
(13 agosto 2025)

La locandina

Soprano Anna Netrebko
Mezzosoprano Laura Verrecchia
Tenore Martin Muehle
Baritono Jérôme Boutillier
Direttore Michelangelo Mazza
Orchestra del Festival Puccini
Programma:
Giuseppe Verdi
Nabucco, Sinfonia
Il trovatore “Tacea la notte placida”
Macbeth “Ah, la paterna mano”
Don Carlo “Per me giunto”
Aida “La fataI pietra”
Il trovatore “Tace la notte”
Giacomo Puccini
Le Villi “La Tregenda”
Tosca “Mario! Mario! Mario!”
Edgar “Questo amor, vergogna mia”
Tosca “Vissi d’arte”
La fanciulla del West “Ch’ella mi creda”
Madama Butterfly “Vogliatemi bene”
Bis:
Tosca, “Vissi d’arte”
Gianni Schicchi,  “O mio babbino caro”

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