Torre del Lago: il temporale non ferma Turandot
La pioggia non ci voleva: un cast così in parte, in Turandot, mancava a Torre del Lago da tempo. Sostanzialmente, sotto il profilo musicale, ha funzionato tutto, sino al terzo atto, quando l’infingarda pioggia estiva prima ha allungato la pausa prevista, con fuggi fuggi generale e parata di ombrelli, poi ha costretto – e spronato – cantanti, coro e la maestra al pianoforte, Michi Tagasaki (un inchino giapponese le è dovuto) a regalarci un bignami dell’ultimo atto, con Nessun dorma e sua introduzione, “Tu che di gel sei cinta” (peccato che, dopo, Pertusi non ci abbia maledetti, ma lo risentiremo) e duetto Turandot-Calaf, versione Alfano-Toscanini, con tanto di tripudio finale: successo al calor bianco. Merito, però, anche di quello che era accaduto prima, del cosiddetto terreno preparato, a partire dalla direzione di Renato Palumbo, raro maestro che sa come muoversi (e bene) nell’acustica, nella andatura anfibia di un teatro all’aperto come quello del Festival Puccini. Qualcuno lamentava eccessiva lentezza: assolutamente no.
Mi è parso anzi di sentire, di percepire un gran rispetto del segno scritto, tradotto in tragica suspense, in dramma incombente, nel far respirare le arcate sonore senza che si rompessero, anzi giocando sulle attese e le inquietudini suggerite, con un incedere, insomma, maggiormente sulfureo e avvolgente, meno incalzante ma comunque insinuante (cesellata la bieca ironia negli interventi di Ping, Pong e Pang).
Poi, non secondario, Palumbo sta dietro a tutti, benissimo, canta col Coro (che questa volta ha avuto bisogno di maggiori attenzioni), coi cantanti, è autorevole in buca (Orchestra efficace e alla bisogna suadente) e dirige, nel senso che governa e sovrintende.
Il cast ha delle punte di diamante assolute: Anna Pirozzi è una delle poche, pochissime che canta realmente Turandot, che mai grida, che interpreta, che gioca perfino con l’accento in acuto (pare impossibile, ma è così); Principessa da manuale, dunque, e anche di più: personale, interiorizzata, donna forte e debole insieme, con un fraseggio denso di riflessioni e grande consapevolezza (tecnica, manco a dirlo, di titanio).
Dall’altro lato del ring amoroso la delicatezza estrema, il fiore raro di Carolina López-Moreno: il soprano, al di là di due incrinature nella prima aria (dava l’impressione di essere un po’ tesa), ha il velluto fatto voce, un controllo dei volumi favoloso (canta piano, con una dolcezza eterea) e una capacità d’interprete di impercettibile violenza: alla fine di Signore, ascolta piangevo a dirotto e tiravo su col naso.
Gregory Kunde è un supereroe: se la voce appare spolpata, inaridita, la forza è quella di un leone, la tenuta dei fiati prodigiosa, la proiezione miracolosa, la salita all’acuto ancora audace, scolpisce i versi e fa valere l’esperienza; certo, Calaf comincia ad andargli un po’ largo, e dopo un carriera come la sua non può essere che così.
Magistero assoluto quello di Michele Pertusi, debuttante come Timur: voce ancora fresca di giovinezza, vigorosa e bella, accento dove ogni parola è un microcosmo di sentimenti e ragionamenti, interprete memorabile pur nel ruolo mozzato dal meteo. Perfetti, nell’amalgama e nella musicalità, Sergio Vitale, Andrea Tanzillo e Tiziano Barontini; periclitanti Massimiliano Pisapia e Luca Dall’Amico come Imperatore e mandarino. Bene le due ancelle.
Regia di Alfonso Signorini assente ingiustificata: visivamente bruttarella, salvo i due mastodontici leoni laterali di fattura eccellente (ma ci sono ancora di mezzo i maestri del Carnevale di Viareggio, una garanzia), interazione tra i personaggi, sperduti nel buio, piatta se non invisibile – pose plastiche da museo delle cere -, il tutto riassumibile con una similitudine: sulla scena si mostrava la medesima differenza che intercorre tra il far finta di cucinare la pasta e il cucinarla davvero: la “regia”, insomma, faceva mimare, non recitare, senza basi solide (la famosa “fetta di niente senza pane”).
Quando poi ci metteva del suo, deragliava in tregenda: balletto a parte, Turandot, durante il primo atto, non si dovrebbe vedere ma solo sentire, nel libretto e nella musica, come un sacro ectoplasma cattivo e bellissimo insieme: Signorini la mostra tre volte tre con peso drammaturgico nullo, disintegrando una magia vera nell’insensatezza di inutili apparizioni. Ma supponiamo pure che la si voglia ostendere prima del tempo: bene, che l’anticipazione abbia almeno un senso, qui non pervenuto.
Alla fine, pubblico supersite in delirio.
Mattia Marino Merlo
(25 luglio 2025)
La locandina
| Direttore | Renato Palumbo |
| Regia | Alfonso Signorini |
| Scene | Carla Tolomeo |
| Costumi | Fausto Puglisi |
| Luci | Valerio Alfieri |
| Assistente alla regia | Andrea Tocchio |
| Personaggi e interpreti: | |
| La principessa Turandot | Anna Pirozzi |
| L’imperatore Altoum | Massimiliano Pisapia |
| Timur | Michele Pertusi |
| Il principe ignoto (Calaf) | Gregory Kunde |
| Liù | Carolina López-Moreno |
| Ping | Sergio Vitale |
| Pang | Andrea Tanzillo |
| Pong | Tiziano Barontini |
| Un mandarino | Luca Dall’Amico |
| Il principe di Persia | Andrea Volpini |
| Prima Ancella | Irene Celle |
| Seconda Ancella | Maria Salvini |
| Orchestra, Coro e Coro di voci bianche del Festival Puccini | |
| Maestro del coro | Marco Faelli |
| Maestro del coro di voci bianche | Chiara Mariani |










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