Torre del Lago: la Bohème non fa Scola
“Maestro, un caffè!”, doppio, aggiungerei: a parte la sguaiataggine dell’interiezione, gridata a viva voce dopo una Gelida manina di lentezza estenuante, non si può che essere – tristemente – d’accordo.
Gaetano Soliman dirige facendo quello che il podio non dovrebbe mai fare: mettere in difficoltà i cantanti (parecchi al debutto), costretti o ad adattarsi o a far capire che le cose non vanno affatto bene, e annientare la forza espressiva di Bohème, un delitto.
La noia inizialmente serpeggia, poi si fa via via più densa, ottenebra i sensi e innesca sbadigli, trasfigurati ben presto in nervosismi e sbuffamenti: tempi slentati e stentati, suoni pesanti, arcate sonore che si disfanno prima di arrivare a compimento, accompagnamento delle arie tragicamente esiziale nel dilatarsi pericoloso dei gesti, totale mancanza di teatralità, assenza preoccupante di una linea drammaturgica. Insomma, si arriva in fondo solo e soltanto per l’impegno del palcoscenico, con un finale ultimo senza pathos, per cui, dopo il “Coraggio…” di Marcello, cardiofrequenzimetro piatto: imperdonabile.
Orchestra del Festival, manco a dirlo, quasi irriconoscibile rispetto alle recite di Turandot (per fare un esempio) e Cori un po’ sparuti.
Tempi impossibili, Mission: Impossible per il cast. Su tutti, come un giglio purissimo, svetta la Mimì debuttante di Maria Novella Malfatti: l’impressione surreale è che il soprano possieda un’esperienza in palcoscenico e col canto doppia rispetto a quella realmente maturata per ovvi limiti d’età (la cantante è giovanissima), dunque sciorina una scioltezza invidiabile, una confidenza interiorizzata e gentile con l’intreccio di psiche e corpo della gaia fioraia, una capacità di problem solving da artista intelligente e smaliziata. Poi, la voce: bella, personale, di quelle che pensi, un giorno, di poter riconoscere a furia di ascoltarla, con un dominio tecnico francamente spaventoso (in senso positivo, eh), per cui acuti, pieni e filati, pianissimi, messe in voce, gravi risuonano perfetti, timbratissimi, saldi. Anche l’accento è riflettuto, e infatti, se ci si commuove e scappa la lacrima, è solo per la sua voce udita come a cappella (il suo Donde lieta uscì è un pugno nello stomaco invisibile). Successo strameritato.
Carlo Raffaelli, debuttante pure lui (doppia fatica, anche in questo caso, tra podio ed esordio), ha un timbro assai interessante, certamente peculiare ma piacevole, che ben si confà all’indole romantica e passionale di Rodolfo. La voce, in fase di messa a punto tecnica, si trova a suo agio soprattutto nel registro centrale (belle certe frasi espresse con un canto di conversazione ragionato), ma mostra ancora delle difficoltà sul passaggio e sugli acuti, non sempre facili, liberi e adeguatamente coperti. I fiati, invece, ci sono: eccome potrebbero non esserci, coi tempi staccati dal direttore? Non mi era mai capitato di sentire una Gelida manina tanto infinita: nella musica si può fare (quasi) tutto, purché questo tutto abbia un senso, e qui non l’aveva, né sotto il profilo interpretativo, né sotto quello di buona predisposizione al canto. Il giovane tenore va certamente risentito in altre e migliori condizioni.
Terzo debutto quello di Claudia Belluomini, una Musetta frizzante ed in parte, soprattutto durante il quarto quadro; peccato per la voce, a tratti sottile e affetta da uno vibrato stretto, e per un piccolo incidente a fine valzer (similmente ad altre arie, reso dal podio più luttuoso che brioso). Ottima la prestazione di Vittorio Prato, Marcello che è una garanzia di eleganza, ardore giovanile e presenza scenica d’impatto; bene il Colline accorato di Antonio di Matteo (la sua Vecchia zimarra lo redime da qualche nota precedente non bellissima) e lo scattante Schaunard di Italo Proferisce; assai ben centrate tutte le parti di fianco, con una menzione speciale per il divertente Benoît di Claudio Ottino.
La regia di Ettore Scola, ripresa da Marco Scola di Mambro, è trita e ritrita, senza sorprese, senza guizzi, bella da vedere quanto si vuole, nelle sue scenografie ipertradizionali, ma priva di contenuti: i cantanti si muovono e recitano come potrebbero fare in altri mille allestimenti. Ma forse, nel caso presente, è stato un bene: le voci avevano altro cui pensare.
Mattia Marino Merlo
(7 agosto 2025)










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