Torre del Lago: l’Orchestra rinasce con Madama Butterfly
A Torre del Lago accade anche questo: una sera l’Orchestra è senza nerbo, quasi arrendevole e demotivata, un’altra di bellezza rifinita, tenace nel mantenere uno standard tendenzialmente positivo; così, se la serata precedente, nella Bohème, non aveva brillato affatto, la successiva, quella di cui si scrive, si è prodigata in una Butterfly di grande compiutezza, alla fine alzandosi tutta per applaudire, e a ragione, il cuore pulsante della serata: Francesco Ivan Ciampa.
Il direttore ha innanzitutto le idee chiarissime su ciò che vuole raccontare con la “sua” Butterfly, dunque fa respirare i tempi per permettere al canto di fiorire come in una conversazione spontanea, accompagnando e guidando gli interpreti – che si trovano assai a loro agio -, senza mai rallentare a discapito della narrazione (e della tenuta dei fiati), oppure tira le redini del ritmo quando c’è da spiegare il dramma, sempre scolpendo i dettagli, scavando nella potenza dei suoni e dettando gli attacchi con precisione millimetrica: bellissima l’andatura ondivaga ed eterea del duetto d’amore, reso sinceramente amoroso nelle frasi delicate di Cio-Cio-San, più muscolare in quelle passionali di Pinkerton; impressionante la forza del dramma sul finale, prima disperato in Tu, piccolo Iddio, poi tellurico, come se mille spiriti giapponesi stessero tremando. Si vorrebbero sempre spettacoli musicali come questo.
Per Maria Agresta, Butterfly, vogliamo sperare in un momento d’affanno e disagio passeggeri: tante, fin dalla sortita, le difficoltà e le incertezze, con un’intonazione pericolante appena la tessitura tende a salire, e acuti mancati o spezzati (su tutti il tentativo, andato a vuoto, di mantenere la nota insieme al tenore a fine duetto). Quando invece lavora sul piccolo, sui volumi raccolti, sui pianissimi, ci sono il cesello, la musicalità e l’intelligenza della grande interprete, epperò, appena la voce deve aprirsi ed elevarsi, ad acuti pieni, in pianissimo o filati, la sensazione di pericolo si fa viepiù persistente, fino a scivoloni che destano preoccupazione. Il fraseggio non manca – come potrebbe difettare ad un’artista simile -, manca invece una vera e palpabile immedesimazione, latitante, forse, per via della tensione d’una serata “no”.
Vincenzo Costanzo, dall’altro lato, conosce Pinkerton fin nei risvolti dei pantaloni e, per quanto possa odiarlo o sentirlo distante – come riportato in una recente e gustosa intervista -, rimane un suo cavallo di battaglia, un ruolo-chiave in cui sfoggiare, e a ragion veduta, la bella voce mediterranea, potente, decisa, tecnicamente ferrata, senza dimenticare mezzevoci e pianissimi timbrati, così da rifinire con convinzione e intelligenza la psicologia d’un personaggio rozzo eppure insinuante, adulto eppure infantile. Prevedibilmente, al pubblico è piaciuto assai.
Formidabile lo Sharpless debuttante di Luca Micheletti: lo strumento è nobile, lussureggiante, padroneggiato a menadito; l’accento, da uomo di teatro a 360° quale è, trabocca di sensi: “Badate, ella ci crede” ha una forza espressiva così drammaticamente profetica, nell’anticipazione della tragedia incipiente, che stringe un nodo in gola. Applausi scroscianti e meritati.
Inizialmente un po’ sottotono, poi via via sempre meglio, la Suzuki di Chiara Mogini: particolarmente significativa la sua interpretazione sul concludersi della tragedia; meno centrato vocalmente, ma comunque ficcante e persuasivo il Goro di Nicola Pamio; ottima la Kate Pinkerton di Francesca Paoletti e benissimo il Principe Yamadori di Manuel Pierattelli, entrambi incisivi nei loro interventi assolutamente non secondari. Efficiente il resto del folto cast.
La regia di Manu Lalli, tradizionale ma suggestiva, si appresta ad entrare fra quelle storiche: l’idea di una Butterfly strettamente connessa con la natura (scenografia di piante), col suo ciclo di fioritura e sfioritura, con la profonda spiritualità giapponese, col ruolo della donna in una società intimamente maschilista, funziona ancora – si direbbe che sta invecchiando bene -, e la scelta di descrivere un Pinkerton ferino e predatore è quanto mai efficace, in forte contrasto con la ritualità interiore ed esteriore di Cio-Cio-San; il Coro, però, efficace e in bell’assetto, potrebbe far a meno di sventolare costantemente uno stormo di ventagli: sarà colpa del caldo e dell’umidità insistenti.
Mattia Marino Merlo
(8 agosto 2025)
La locandina
| Direttore | Francesco Ivan Ciampa |
| Regia, scene e costumi | Manu Lalli |
| Luci | Valerio Alfieri |
| Personaggi e interpreti: | |
| Cio-Cio-San | Maria Agresta |
| Suzuki | Chiara Mogini |
| Kate Pinkerton | Francesca Paoletti |
| B.F. Pinkerton | Vincenzo Costanzo |
| Sharpless | Luca Micheletti |
| Goro | Nicola Pamio |
| Il Principe Yamadori | Manuel Pierattelli |
| Lo zio Bonzo | Andrea Tabili |
| Lo zio Yakusidé | Francesco Auriemma |
| Il commissario imperiale | Roberto Rabasco |
| L’ufficiale del registro | Francesco Lombardi |
| La zia | Claudia Belluomini |
| La madre | Maria Salvini |
| La cugina | Irene Celle |
| Dolore | Valentin Dall’Amico Brambach |
| Orchestra e Coro del Festival Puccini | |
| Maestro del Coro | Marco Faelli |










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