Torre del Lago: Manon Lescaut chiude il Festival in bellezza

Appurato, firmato e controfirmato che fosse necessario, anzi sacro e vitale, archiviare definitivamente la Manon Lescaut della scorsa stagione, deficitaria e inquietante sotto plurimi aspetti, la presente edizione, eccellente e, per certi versi, memorabile, con un rapidissimo colpo di bacchetta ha fatto prima impallidire, poi sparire definitivamente ogni passato, triste ricordo da mente e orecchie. Merito, innanzitutto, di Valerio Galli, direttore viareggino che questi luoghi ce li ha nel cuore e nel sangue, che è cresciuto avvolto in un nido di memorie, suoni, odori, modi di pensare e intendere la vita irriproducibile altrove. Così la partitura, difficile e varia, è tanto scandagliata e interiorizzata, quasi tatuata sottopelle e iniettata nelle vene, da non necessitare, il Galli sul podio, di spartito aperto: solo memoria e sguardo e gesto, talmente precisi e liberi, talmente ricchi di significati ed indicazioni interpretative, che l’Orchestra, formidabile davvero, lo comprende sinceramente e asseconda con trasporto senza pari. Si sente pulsare Puccini stesso col suo genio, si percepisce lo scalpito del compositore ansioso di affermarsi, si vede, come in trasparenza, come ai raggi X, ogni dettaglio, ogni ricordo fatto musica che il Sor Giacomo condensa nel suo primo, grande successo. Niente concessioni a dinamiche tonitruanti o agogiche esasperate, al contrario l’opera è fatta puro equilibrio delle parti, in un discorso che mette in stretta relazione ogni più minimo aspetto, per cui anche il secondo atto, col dialogo straniante tra settecento e contemporaneità musicali, è maneggiato in modo da far risaltare l’una componente nell’altra, da restituire la scena del madrigale e del ballo come parte fondante del dramma; dramma che, senza respiro, incede inesorabile e penetrante, tinto di malinconia e ansia di vivere, di urgenza e amara disillusione (il concertato del terzo atto bagna gli occhi per concisione e tragica asciuttezza dei sentimenti, mentre l’Intermezzo – al posto giusto – è risultato uno dei più belli mai ascoltati in vita mia).

Insieme a lui un cast di lusso, tra i migliori in circolazione: Maria José Siri non avrà il supremo fascino della femme fatale, ma ha tutte le note al posto giusto e al momento giusto, per giunta espressive, articolate con fraseggio vario e accento riflettuto (Sola, perduta, abbandonata di altissimo livello, e infatti grande applauso a scena aperta); Luciano Ganci, dopo un inizio in sordina, vola alto, quando non altissimo, con acuti smaglianti e corposo registro centrale, in cui dar sfoggio di un timbro mediterraneo assai bello: il suo è un Des Grieux più lirico che muscolare, il che poco importa quando si sanno amministrare i propri mezzi così bene; sorprendente il Lescaut di Roberto de Candia, arrivato in rincorsa a sostituire il previsto Caludio Sgura. In platea mi è stato detto che era almeno una decina d’anni che non (ri)toccava il ruolo, ed in effetti non ricordavo l’avesse in repertorio: che dire: eccezionale, con quel fare più ironico ed insinuante del solito, con quell’incedere vocale pulito e rifinito, con quel recitar cantando efficacissimo (e che memoria e prontezza di riflessi!); un gioiello l’Edmondo di Paolo Antognetti, protagonista assoluto del primo atto, e per impeccabile sicurezza vocale e per brillantezza di recitazione; una lezione di stile, nonostante l’usura vocale, il Geronte di Giacomo Prestia; non proprio a fuoco il musico e il maestro di ballo di Alessandra Della Croce e Nicola Pamio; assai bene il resto del cast. Ottimo l’apporto del Coro del Festival (precisissimo negli attacchi grazie anche alle millimetriche indicazioni del podio).

Annosa questione, ancora una volta, l’ideazione registica, nata in seno al progetto “Scolpire l’opera” (or son ventitré anni): le scene di Igor Mitoraj sono belle ed evocative, epperò (quasi) totalmente avulse dal contesto registico propriamente detto. Insomma, quello che si vede intorno agli interpreti va per conto suo, quello che gli interpreti fanno – con tutta la buona volontà di Daniele De Plano – va anch’esso per conto proprio, e solo raramente le due rette s’incontrano (l’atto IV il migliore in assoluto). Inguardabili, goffi, osceni – non ce ne voglia il grande artista – i costumi.

Il Festival Puccini si conclude qui, con un innalzamento generale del livello complessivo, ma con ancora molta strada da fare, a partire da una scelta più assennata di registi “veri” e bacchette, se non altro, solide.

Mattia Marino Merlo

(6 settembre 2025)

La locandina

Direttore Valerio Galli
Regia Daniele De Plano
Scene Igor Mitoraj
riprese da Luca Pizzi
Costumi Igor Mitoraj
ripresi da Cristina Da Rold
Luci Valerio Alfieri
Personaggi e interpreti:
Manon Lescaut Maria José Siri
Lescaut Roberto De Candia
Il cavaliere Des Grieux Luciano Ganci
Geronte di Revoir Giacomo Prestia
Edmondo Paolo Antognetti
L’oste Matteo Mollica
Un musico Alessandra Della Croce
Il maestro di ballo Nicola Pamio
Un lampionaio Manuel Pierattelli
Sergente degli arcieri Roberto Rabasco
Il comandante di marina Omar Cepparolli
Orchestra e Coro del Festival Puccini
Maestro del Coro Marco Faelli

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