Torre del Lago: Tos-caos
Il 71° Festival Puccini, nel locus amoenus di Torre del Lago, apre le danze estive versiliesi con un nuovo allestimento di Tosca: se è palese una volontà di miglioramento – efficacissimo come mai prima d’ora l’ufficio stampa – e d’inserimento dell’evento in un circuito più internazionale, quasi areniano, soprattutto per i nomi di grido (in quest’occasione anche “di grida”) all’interno dei cast, i risultati sono ancora ampiamente migliorabili.
A partire dalla parte musicale, che vede nel maestro Giorgio Croci più ombre che luci: il direttore non difetta di tecnica, anzi mantiene l’Orchestra compatta e coesa, pur nelle scelte agogiche prive di nerbo e teatralità (tristemente anonima l’introduzione al terzo atto), e trae una sufficiente varietà di colori dalla compagine del Festival, che, per suo conto, si dimostra fresca, spigliata, precisa (e ne siamo felici); purtroppo, nel complesso, si fa fatica a trovare una chiave di lettura che trasformi il professionista in artista, che renda questa Tosca, se non una Tosca d’autore, almeno una Tosca interpretativamente solida: tutto scorre senza sorprese, senza guizzi, quasi si sgretola; non c’è nulla che faccia subodorare esiti infausti, ma nemmeno spunta qualcosa che incuriosisca od esalti sinceramente.
Altro paio di maniche il controllo del palcoscenico: i cast, per questa Tosca, cambiano sostanzialmente ad ogni recita (sono quattro) – almeno nei tre ruoli principali -, dunque non ci si può né deve aspettare un immane lavoro di prove e preparazione. A maggior ragione sarebbe necessaria una bacchetta in grado di tenere a bada le intenzioni dei singoli, di imbrigliarli positivamente in un disegno il più possibile coerente, cercando di tamponare al meglio l’effetto “ognun per sé e Dio per tutti”. Ahimè, ciò non accade, il podio non esercita supervisione e si dimostra assai permissivo, cosicché pure chi sarebbe (anzi: è) un fuoriclasse di per sé, proprio per la mancanza di coesione e coerenza coi colleghi, risulta a tratti fuori allineamento, con rare ma piacevoli occasioni in cui la comunanza d’intenti vince sul ‘48 generale.
Intendiamoci, anche il manico registico manca di autorità, perché la regia di Alfonso Signorini sembra partir bene, con un primo atto misurato e prevedibile, poderoso nelle scene colossali (un plauso speciale a Fabrizio e Valentina Galli, maestri cartapestai del Carnevale di Viareggio, che hanno collaborato alla costruzione delle stesse), per poi naufragare in un secondo atto caotico, dove le esagerazioni abbondano, e in un terzo ricco di svarioni inattesi (passo a due di banale didascalismo durante “E lucevan le stelle” – mammamia! – e grottesco faccione di Scarpia-Salsi proiettato a fine opera): sonoramente fischiato.
Il cast, dal canto suo, mette in campo il proprio arsenale di pregi e difetti, di buone intenzioni e, nel caso di Scarpia, di altissima professionalità: Aleksandra Kurzak e Roberto Alagna, coppia nella vita e sul palco, hanno dalla loro un’affinità palpabile (come avrebbe detto Giulietta Simionato, cantano “con una certa parte del corpo che nominar non oso”), articolano un italiano perfetto e danno tutti se stessi (lei, fin troppo).
La Kurzak non ha timbro bellissimo né linea di canto immacolata, gli acuti suonano gridati ed esili (opaca la sua “lama”), gli sconfinamenti nel parlato non si contano; al contrario il suo “Vissi d’arte”, specialmente nei pianissimi e nelle intenzioni più raccolte, risulta la cosa migliore, nel mezzo di un secondo atto sopra le righe, con una recitazione esteriore e d’antan. Alagna, pur avendo perso polpa vocale e smalto, possiede ancora un certo fascino del passato, specie nel registro centrale, e appare il più misurato di tutti (a parte un Vittoria infinito), ad onta di un affaticamento diffuso.
Parecchie spanne al di sopra, lo statuario Scarpia di Luca Salsi: lo strumento è enorme e bellissimo, l’accento sempre pregnante (quel “Ed or la verità…” metteva brividi veri), il baritono, insomma, conosce il perfido Vitellio come un vecchio amico, e si staglia sulla scena con personalità formidabile; certo, nella seconda parte, il pedale sul grandguignolesco pare troppo premuto, ma a lui, come alla Kurzak, si concede tutta la clemenza possibile riservata all’evento di una sola sera, studiato soprattutto per accontentare il grande pubblico. Ottimi gli altri interpreti: fa piacere sentire che si è lavorato con senno sul contorno. Molto bene il Coro, funzionali le voci bianche.
Mattia Marino Merlo
(18 luglio 2025)
La locandina
| Direttore | Giorgio Croci |
| Regia e costumi | Alfonso Signorini |
| Scene | Juan Guillermo Nova |
| Luci | Valerio Alfieri |
| Assistente alla regia | Andrea Tocchio |
| Personaggi e interpreti: | |
| Floria Tosca | Aleksandra Kurzak |
| Mario Cavaradossi | Roberto Alagna |
| Il Barone Scarpia | Luca Salsi |
| Cesare Angelotti | Luciano Leoni |
| Il Sagrestano | Claudio Ottino |
| Spoletta | Francesco Napoleoni |
| Sciarrone | Paolo Pecchioli |
| Un carcieriere | Omar Cepparolli |
| Un pastore | Francesca Presepi |
| Orchestra, Coro e Coro di voci bianche del Festival Puccini | |
| Maestro del Coro | Marco Faelli |
| Maestro del Coro di voci bianche | Viviana Apicella |














Lascia un Commento
Vuoi partecipare alla discussione?Sentitevi liberi di contribuire!