Torre del Lago: Tosca è Eleonora Buratto
Eleonora Buratto, ovvero dell’eleganza, della nobiltà, della profondità, dell’intelligenza del canto: la sua è una Tosca umanamente vertiginosa, una primadonna di classe e stile supremi, che fa del palcoscenico un intimo squarcio di vita, un affresco indelebile dove la passionalità più riposta e raccolta si alterna a scatti ferini di leonina maestosità, senza mai passare il segno di un’immedesimazione estroflessa o manierata.
La voce è di qualità eccellente e bellissima, per peculiarità timbriche e tecniche, per ricchezza copiosa di preziosismi d’accento e di fraseggio, con un’attenzione impressionante all’espressività, alla rifinitura dei dettagli, per cui i versi risuonano stracolmi di consapevolezza, densi di echi, e di armonici, d’una cultura canora legata a doppio filo con la contemporaneità, eppure mai dimentica della lezione munifica del passato.
Di certo si può discutere su quanto il ruolo di Tosca le si addica totalmente, su quanto la metta in risalto come altre eroine del suo repertorio, ma con altrettanta sicurezza si può dire che la Buratto, come non esacerba mai l’interpretazione, così non forza mai la voce, non cerca di ottenere artatamente quello che non c’è, al contrario trasforma quello che possiede in tutto l’armamentario necessario, con rare sagacia e credibilità (né le note vengono ingrossate né sono spinte oltre il limite – gli acuti non mancano all’appello, la “lama” è solidissima e penetrante; tutto è cantato, senza parlati grotteschi o volgari; laddove si richiede di declamare certe frasi topiche, mette in campo una recitazione di vero gusto teatrale).
In un contesto a tratti rocambolesco come quello di Torre del Lago, senza una regia vera – Signorini, dopo la prima, l’ha quantomeno purgata di alcune scelte irricevibili (balletti e orripilanti proiezioni) -, con una direzione migliorata ma ancora deludente (per ogni informazione si rimanda all’articolo precedente), resta solo da conservare il ricordo di una Tosca formidabile.
Michael Fabiano è un Mario scostante e stilisticamente decentrato, dal timbro peculiare non sempre gradevole, per via di certe disomogeneità sparse e difficoltà nel registro acuto, o forzato o avventato, nonostante un fraseggio ed un accento di significativa espressività; in alcune occasioni i suoni sono emessi e tenuti correttamente, in altri meno o molto meno, con un elevato margine di rischio che fortunatamente mai si risolve in gravi inciampi (benino E lucevan le stelle, nonostante qualche forzatura).
Pessimo lo Scarpia sopra le righe (risatacce a non finire) di Mikolaj Zalasinski: linea di canto sporca, imperfetta, pericolante e piena di cachinni e frasi che si concludono con note roche e sgradevoli. Performance da dimenticare.
Ottimi tutti gli altri: l’efficace Cesare Angelotti di Luciano Leoni, l’eccellente Sacrestano di Claudio Ottino, l’insinuante Spoletta di Francesco Napoleoni, lo Sciarrone di Paolo Pecchioli, il carceriere di Omar Cepparolli e il pastorello di Francesca Presepi.
Mattia Marino Merlo
(1º agosto 2025)
La locandina
| Direttore | Giorgio Croci |
| Regia e costumi | Alfonso Signorini |
| Scene | Juan Guillermo Nova |
| Luci | Valerio Alfieri |
| Personaggi e interpreti: | |
| Floria Tosca | Eleonora Buratto |
| Mario Cavaradossi | Michael Fabiano |
| Il Barone Scarpia | Mikolaj Zalasinski |
| Cesare Angelotti | Luciano Leoni |
| Il Sagrestano | Claudio Ottino |
| Spoletta | Francesco Napoleoni |
| Sciarrone | Paolo Pecchioli |
| Un carceriere | Omar Cepparolli |
| Un pastore | Francesca Presepi |
| Orchestra, Coro e Coro di voci bianche del Festival Puccini | |
| Maestro del Coro | Marco Faelli |
| Maestro del Coro di voci bianche | Viviana Apicella |









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