Trieste: Ghost al Rossetti

La storia d’amore tra Sam e Molly in Ghost ha commosso intere generazioni. D’altronde è difficile riprendersi dall’omicidio del proprio fidanzato, freddato in una strada newyorkese, apparentemente per una semplice rapina. Ci ha messo molto dentro l’autore Bruce Joel Rubin, indagando il dolore per la perdita ma anche offrendo uno scorcio “in giallo” sull’omicidio e sul mandante, non dimenticandosi di aggiungere una strabordante vena comica che ne hanno fatto un film da Oscar, e successivamente un musical teatrale con le musiche di Dave Stewart degli Eurythmics. Il Rossetti ha ospitato nel weekend la nuova produzione italiana dello spettacolo, per la regia di Federico Bellone, ma aveva ospitato qualche anno fa la produzione inglese. Unica piazza in Italia, quindi, quella triestina, in grado di avere una certa familiarità con quelle che sono le atmosfere pop rock che Stewart ha ideato per questo titolo. Non si tratta infatti di un film come molti altri dell’epoca, che si avvalevano di colonne sonore costruite su hit del momento, ma di un film in cui è stata incastonata un’unica canzone “Unchained Melody” che però è diventata immediatamente il film stesso per l’immaginario collettivo. Bastano alcune note e si vedono Sam e Molly, con la memoria che pesca a caso tra le scene iconiche del film. Tutto questo per dire che nella versione originale la canzone, quella canzone, trova spazio in un istante all’inizio, in cui Sam la intona emulando Elvis, e ritorna, così come la conosciamo, trasmessa dalla radio di Molly. Il pubblico inglese ha accettato di buon grado l’assenza della canzone, potendo fare affidamento sull’atmosfera, sui colori e su un meccanismo scenico imponente che evidenziava quindi il testo, al punto che il regista ha scelto come protagoniste ragazze bionde o more, con i capelli spesso lunghi, a dimostrazione che la sostanza può privarsi anche di alcuni dettagli.

Nell’operazione portata in scena da Bellone, però, sembra che il pubblico italiano non abbia speranze di lasciarsi rapire dal gioco teatrale e che abbia per forza bisogno di ritrovare il film in ogni particolare. Giulia Sol è una Molly con lo stesso taglio di capelli di Demi Moore e Mirko Ranù ha un fisico che può ricordare quello di Patrick Swayze. Il loro appartamento nuovo a New York è assolutamente simile a quello del film e, per non scontentare nessuno, di Unchained Melody ci sono delle aggiunte importanti, a conferma che sì, c’è tutto quello che si può cercare. Ahimè, se invece di concentrarsi così tanto sulla mobilia, avesse sistemato i primi minuti dello spettacolo, cercando di far raggiungere una recitazione meno forzata ai suoi protagonisti, forse sarebbe stato più facile entrare nella storia, ma purtroppo non è solo quello che lascia un po’ basiti. C’è ad esempio Gianfranco Phino che interpreta il fantasma dell’ospedale, un arzillo vecchietto che aspetta la moglie, e che spiega a Sam la sua nuova condizione di anima strappata dalla vita ma con alcune cose da portare a termine, che dovrebbe volare verso l’eternità con la sua tanto attesa moglie e che invece in questo allestimento, continua a vagare e a fargli da mentore, senza un perché.

Un capitolo a parte, sempre, è quello legato alla sedicente sensitiva Oda Mae Brown, un personaggio scritto per andare a segno, che con Gloria Enchill è talvolta abbandonato alla sua freschezza. La Enchill è giovane, e in alcuni momenti la sua energia straripa, offrendo a Oda Mae delle movenze e un’interpretazione che la ringiovaniscono un po’ troppo, per non parlare delle soluzioni registiche spesso caotiche pensate per conferire la giusta spettacolarità ad alcune sue scene.

Quello che funziona meglio sono quindi i cattivi. Cattivi veri, spietati, che sono Carl, il migliore amico di Sam ma anche il mandante della rapina ai suoi danni che incidentalmente si trasforma in un omicidio e interpretato da GIuseppe Verzicco e Salvatore Mayo che interpreta Willy, l’assassino.

Interessante, soprattutto perché crea discontinuità nella ricerca di avvicinarsi al film, il cambio di età per il fantasma della metropolitana, che viene egregiamente interpretato da Renato Tognocchi mantenendolo giovane, ma arricchendolo di alcune sfumature che vanno quasi ad evidenziarne una psiche un po’ alterata.

Insomma, c’è tanto amore e tanto da ridere in questo Ghost, ma forse manca un po’ di fiducia nel pubblico, che potrebbe ormai essere in grado di seguire una storia senza per forza lasciarsi avvolgere da troppi richiami ai “fantasmi” del passato.

Sara Del Sal
(4 marzo 2022)

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