Trieste: La poesia dell’Elisir d’Amore

Dire che rappresentare L’Eisir d’Amore di Gaetano Donizetti faccia bene alle sorti di un teatro, è dire una banalità anche quando, nella fattispecie, il capolavoro del bergamasco mancava da soli quattro anni dal palcoscenico del Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste. Un’enfasi in tempi in cui i titoli delle stagioni liriche del Belpaese tendono a ripetersi ossessivamente e la mancanza di curiosità sembra esserne la cifra precipua. Ciò non toglie che ogni ritorno del melodramma giocoso in due atti su libretto di Felice Romani desunto da “Le philtre” di Eugène Scribe che a Daniel Auber aveva dato l’estro di mettere in musica l’omonima opéra-comique, accolta con immenso successo nel 1831 a Parigi, è bene accetto. E’ tale, infatti, la felicità inventiva di quest’opera da garantire, anche in condizioni esecutive non brillantissime, la felicità degli spettatori.

Fu così in occasione della prima esecuzione (Milano, 12 maggio 1832, il successo fu mirabile), quando il trentaquattrenne Donizetti doveva annunciare al librettista Romani di avere a disposizione per l’opera commissionatagli dal Teatro della Canobbiana, l’odierno Teatro Carcano, di una primadonna tedesca, di un tenore che balbettava, di un basso francese che valeva poco (in realtà era l’illustre Dabadie, il primo Guglielmo Tell) e di un buffo che aveva una voce da capretta. Da ciò la frequenza delle esecuzioni e il luogo comune che L’Elisir d’Amore sia opera facile da rappresentare. Ma, lo sappiamo bene così non è.

A Trieste, dove il capolavoro donizettiano è tornato con frequenza in quest’ultimo ventennio, si è puntato su un’esecuzione quasi integrale dell’opera e su un allestimento della Nausica Opera International ispirato a El circo di Fernando Botero, firmato da Victor Garcia Sierra (regia e scene), Marco Guion (costumi) e Stefano Gorreri (luci) e già visto in numerosi teatri, anche italiani.

Lo spettacolo voleva riproporre il successo dell’indovinatissima Fille du régiment della scorsa stagione, e, in parte, ci è riuscito. Ispirandosi a Botero, Sierra trasferisce l’azione dell’Elisir d’Amore dall’improbabile villaggio nel paese dei Baschi della tradizione in un paese dominato da un tendone da circo. E’ un mondo di poesia che ci è restituito, allegro, colorato e spensierato che bene si abbina alla musica donizettiana. Il palcoscenico è agito assiduamente dai mimi di ArtsMotus A.S.D. che rilevano l’azione con interventi spericolati o clowneschi, ma sempre congrui.

Insomma un contesto accattivante che, a parte qualche eccesso nelle fasi iniziali dello spettacolo, ha il merito di non stravolgere la drammaturgia, in sé e per sé perfetta, dell’Elisir, anzi accentuandone l’efficacia con qualche controscena piuttosto azzeccata che sfrutta le capacità attoriali di un coro onnipresente e della corifea Giannnetta, tanto per fare un esempio, fa l’illustre rivale della più fortunata Adina.

Per il resto Nemorino continua a essere goffo e sentimentale, Adina piccante e saccente, Belcore il sergente di guarnigione del paese sbruffone, e Dulcamara il ciarlatano che s’improvvisa, complice la morte del ricco zio del protagonista pianta da Giannetta e compagne nella celebre scena notturna, nel “deus ex machina” della vicenda.

Fortunatamente la compagnia di canto funziona nel complesso molto bene. Claudia Pavone non ripete in Adina l’esito felice della sua ormai rodata Violetta (ma è la tessitura, più bassa, che non le conviene e rende evidente una certa insicurezza del mezzo vocale nella prima ottava), ma è una cantante molto garbata e musicale, un elemento prezioso, Francesco Castoro supera, in Nemorino, l’Alfredo dello scorso anno. Lì doveva interpretare il temperamento focoso del giovane innamorato, qui si trattava di restituire la sensibilità e il gioco di chiaroscuri che Nemorino esige e che Castoro gli ha donato con generosità e partecipazione, specie nella celeberrima “Una furtiva lagrima”.

Bruno de Simone era Dulcamara e lo faceva con acume, buone intenzioni espressive, bel gioco scenico, intelligenza musicale e una capacità di “dire la battuta” che ne fanno un professionista impeccabile. Il Belcore di Leo Kim sfoggiava ampi mezzi vocali, quasi troppi per questo ruolo quasi belcantistico. Rinako Hara era una gradevolissima Giannetta.

Dal podio Simon Krecic era in grado di garantire a questo Donizetti coerenza di ritmo, fraseggi insinuanti, belle dinamiche e un corretto equilibrio fonico fra gli interventi di un’orchestra che non ci è sembrata sempre al suo meglio e quelli dei solisti e del coro ben preparato da Francesca Tosi. Al termine dello spettacolo applausi per tutti.

Rino Alessi
(15 marzo 2019)

La locandina

DirettoreSimon Krečič
Regia e SceneVictor García Sierra
CostumiMarco Guion
Light designerStefano Gorreri
Personaggi e interpreti:
AdinaClaudia Pavone
NemorinoFrancesco Castoro
Il Dottor DulcamaraBruno De Simone
BelcoreLeon Kim
GiannettaRinako Hara
Orchestra, Coro e Tecnici della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste
Maestro del CoroFrancesca Tosi

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