Un Evgenij Onegin tra sogno e realtà

Quanta malinconia e nostalgia nella musica dell’Evgenij Onegin di Petr Ilic Čajkovskij che venerdÍ 17 dicembre ha inaugurato la stagione lirica e balletto 2017/18 del Teatro Verdi di Trieste. Allestimento semplice funzionale importato dal Teatro dell’Opera di Sofia con la regia di Vera Petrova, vice direttrice del medesimo teatro di Sofia con i costumi di Steve Almerighi e scene di Alexander Kostyuchenk che hanno proposto un’ambientazione che riporta la vicenda del libretto alla datazione del romanzo omonimo di Puskin nei primi decenni dell’800 zarista. Questa ricostruzione ci permette di addentraci nell’intimo della vicenda fatta di solitudine in un mondo che le famiglie della nobiltà agraria conduceva nelle fattorie disperse nelle steppe e dove la visita di un nuovo ospite costituiva un momento di eccitazione e di turbamento.

Petr Ilic Čajkovskij concluse l’opera nel 1878 dopo il successo del balletto Lago dei cigni in un periodo in cui si inserisce il disgraziato episodio del suo matrimonio: le nozze furono celebrate il 6 luglio; già il 26 luglio aveva già lasciato la moglie; un successivo tentativo di riprendere a convivere con lei lo portò sull’orlo della pazzia e il 24 settembre anche per ordine medico, la separazione divenne definitiva.
Il compositore russo riteneva che l’Onegin non avrebbe mai raggiunto successo. Preferì rappresentarlo al teatro del Conservatorio dove le recite si svolgevano in privato, definendolo non opera ma una sequenza di scene liriche anche per il fatto che utilizzò solo parzialmente il testo di Puskin. Eppure il risultato è un prodotto maturo e strutturato, debitore di tutti i riferimenti musicali che gravitavano in quel periodo in Russia: l’opera francese e italiana, il mondo fiabesco e incantato dei balletti imperiali di cui Čajkovskij stesso ne fu artefice e creatore e il mondo emotivamente complesso delle sue composizioni sinfoniche. Ne risulta una opera strutturata con arie e scene dove ciascuno dei personaggi ha il proprio momento di passione e dove escono ben delimitati nelle loro personalità. Non fanno difetto le scene corali, rievocazione di ritmi musicali popolari e contadini, come le danze che recuperano le modalità dei gran balli di corte.

E’ in questa situazione che Tatiana e Olga vivono la loro giovinezza sotto l’autorità benevola di mamma Larina, con le confidenze alla balia Filip’evna e il rituale omaggio dei contadini della tenuta. Unico sogno di emanciparsi da questa solitudine è l’aspirazione di approdare nel mondo della corte imperiale a cui sono destinate per censo e per nascita, per loro età ancora irraggiungibile, un mondo che Tatiana affida al mondo della lettura e delle lettere mentre Olga lo affida ad una solida amicizia dei tempi della fanciullezza, Lenskij. L’arrivo del nuovo ospite presentato da Lenskij stesso segnerà la rottura con questo mondo e la possibile fuga che per Olga finirà con l’uccisione in duello di Lenskij per mano di Onegin, sfidato per aver corteggiato troppo insistentemente Olga; per Tatiana sarà la scoperta del comportamento equivoco di Onegin a cui aveva affidato in una lettera la speranza di affrancamento dalla solitudine: Sarà la devozione di un pluridecorato generale carico di onore e di anni che permetterà a Tatiana di evadere dall’ambito famigliare e di assumere il ruolo di moglie devota, ammirata nei salotti imperiali, abbandonando il mondo immaginario dei sogni delle letture della fanciullezza.

L’allestimento presentato a Trieste in collaborazione con l‘Opera di Stato di Sofia si distingue come un prodotto funzionale per la resa scenica dell’ambientazione contestuale alla pubblicazione del testo di Puskin. E la vicenda vuole essere ricostruita come un sogno e visione. Semplice e talvolta ingenuo per la resa costumi e delle grandi scene di ballo ma evocativo di quell’ambiente, l’impianto scenico è costituito da pochi elementi, quinte in forme di vetrate che, coadiuvate da un sapiente gioco di luci, si trasformano in gelidi boschi invernali. In questa allestimento Onegin, protagonista indiscusso dell’opera ma che non ha grandi presenze in palcoscenico, rimane in scena appartato con una scrivania a lato del palco cose se si volesse ricostruire la vicenda come un romanzo epistolare, e difatti Tatiana non abbandonerà mai dalle sue mani, un libro o un fascio di lettere. I ricordi sono affidati ad sapiente gioco di sipari velati che lasciano intravedere alcune ricostruzioni ambientali.

Efficace la resa musicale con l’Orchestra del Teatro Verdi diretta da Fabrizio Maria Carminati, debuttante in questa partitura, che ha guidato l’organico orchestrale senza grandi stracchi emozionali ma con ordine e disciplina assecondando bene le voci in palcoscenico coadiuvato da un’ottima compagine corale diretta da Francesca Tosi e da un cast giovane ma di alta resa qualitativa.

Protagonista indiscussa della serata la Tatiana del giovane soprano italiano Valentina Mastrangelo, voce ancora giovane ma interessante e precisa nella dizione in lingua originale; coadiuvata anche da una scrittura vocale che non richiede grandi agilità ma una corretta interpretazione della personalità del personaggio che passa dai sogni adolescenziali affidati all’ ”aria della lettera” alla maturità interpretativa dell’atto finale dell’addio a Onegin, gestito con autorità e convinzione. A fianco il contralto Anastasya Boldyreva nel ruolo della sorella Olga, che delinea il suo personaggio con chiarezza e senso della realtà.

Accanto, i protagonisti maschili: il Lenskij malinconico e struggente interpretato dal tenore Tigram Ohanyan bella voce nei momenti in cui si richiede entusiasmo e slancio vocale specie nel momento della scena che prelude al duello. Il baritono Catalin Toporoc delinea un Onegin equivico e indifferente ai sentimenti, con un ottima resa vocale e interpretativa. Attore nei momenti in cui gli si richiede la comparsa silente che evoca i ricordi con Tatiana. Come interessante è il principe Gremin reso con dovuta commozione amorosa e con un certo slancio di giovanile ardore dal basso Vladimir Sazdovski, che ha reso la sua aria come un atto d’amore disinteressato verso Tatiana, sua sposa.

Autorevole, considenando la sua pratica nel personaggio in altre produzione del titolo, la Larina, padrona di casa e madre, del mezzosoprano Giovanna Lanza.

Hanno completato il cast Filipp’evna, la vecchia balia con Alexandrina Marinova Stoyanova-Andreeva, un capitano delle guardie di Hiroshi Okawa, Zaretskij di Roberto Gentili e un simpaticissimo Triquet, un maestro di francese reso con giusta caricatura da Dmytro Kyforuk.

La fine della rappresentazione è stata accolta da un unanime consenso del pubblico con calorosi e prolungati applausi a suggellare una serata che ha decretato pieno consenso alla produzione e alla politica del teatro, un pubblico che ha voluto appropriarsi dell’evento recuperando il rituale della mondanità per ribadire l’interesse della politica e della economia alle sorti del teatro. In ordine sparso qualche giovane aggregato ai genitori; all’inizio tutti in piedi all’esecuzione de “Il Canto degli Italiani”, inno ufficiale d’Italia.

Federica Fanizza

(17 novembre 2017)

La locandina

DirettoreFabrizio Maria Carminati
RegiaVera Petrova
SceneAlexander Kostyuchenko
CostumiSteve Almerighi
Allestimento Teatro dell’Opera di Stato di Sofia
Personaggi e interpreti
LarinaGiovanna Lanza
Tat’janaValentina Mastrangelo
Ol’gaAnastasia Boldyreva
Filipp’evnaAlexandrina Marinova Stoyanova-Andreeva
Evgenij Onegin Cătălin Ţoropoc
Vladimir LenskijTigran Ohanyan
Il principe Gremin Vladimir Sazdovski
Un capitano delle guardie Hiroshi Okawa
ZaretskijRoberto Gentili
TriquetDmytro Kyforuk

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