Tullio Serafin nella biografia di Nicla Sguotti

Finito di stampare nel giugno del 2014 da Armelin Musica di Padova è da poco arrivato alla seconda edizione “Tullio Serafin, il custode del bel canto”, il libro di Nicla Sguotti che si propone di dare indicazioni precise sull’attività artistica di un grande dimenticato della musica italiana.

Di Serafin si è tornati a parlare nel corso del 2018, nella ricorrenza cioè dei centoquarant’anni dalla nascita avvenuta a Rottanova di Cavarzere nel 1878 e dei cinquant’anni dalla morte del maestro veneto che a Roma, dove era vissuto, si spense nella notte tra il 2 e il 3 febbraio del 1968.

L’autrice, Nicla Sguotti, risiede da sempre nel paese natale di Tullio Serafin e a Serafin ha dedicato la sua tesi discussa all’Università di Padova dove si è laureata con il massimo dei voti in Lettere, indirizzo Storia della musica moderna e contemporanea.

E’ proprio la sua tesi che, ampliata, è diventata il prezioso volume di cui ci occupiamo nella nuova versione aggiornata, molto più corposa della precedente, nella quale trovano spazio nuove fonti inedite e arricchita da una bella prefazione di Giovanni Gavazzeni.

A tutt’oggi, Tullio Serafin il cui nome è spesso abbinato a quello di Maria Callas di cui fu consigliere e mentore, è considerato uno dei più grandi direttori per quel che concerne il repertorio operistico italiano. La breve biografia artistica che Sguotti traccia nel volume, smentisce però quest’assunto.

Serafin fu sì, soprattutto il custode del grande repertorio del bel canto italiano, ma ebbe nel corso di un percorso artistico di eccezionale longevità, frequenti esperienze wagneriane e straussiane, per non parlare delle tante esecuzioni di musica francese, e delle altrettanto frequenti apparizioni come direttore sinfonico.

Gli inizi, per Serafin, furono difficili. Superato l’esame di ammissione al Conservatorio di Milano, che effettuò a tredici anni, il giovane fu assegnato alla classe di violino di Gerolamo De Angelis e per due anni, le cose procedettero nel migliore dei modi.

Durante le vacanze estive del secondo anno a Milano, però, il padre gli fece sapere che la famiglia non era più in grado di sostenere le spese per i suoi studi. Inutili furono le richieste di sostegno a privati o a istituzioni del cavarzerano.

Finalmente, ricorda Serafin nelle sue memorie, fu organizzata a suo favore una serata nella sala comunale di Cavarzere – l’attuale Teatro Tullio Serafin, per intenderci – che era abbastanza capiente e aveva perfino una piccola galleria. «I contadini vennero a riempirla, c’era gente anche sulla porta d’ingresso e fin nella strada». L’incasso di ben trecentosettanta lire gli consentì di fare ritorno a Milano, pagare il primo mese di pensione e comprare finalmente un violino di formato grande su cui esercitarsi. Da allora, ricorda il maestro, fece tutto da sé.

A Milano Serafin studiò anche contrappunto con Saladino e composizione con Coronaro. Per pagarsi gli studi cominciò a lavorare come accompagnatore pianistico nella scuola di canto del tenore Felice Pozzo, esperienza fra le più fruttuose della sua giovinezza che gli rivelò e gli fece conoscere il melodramma e le tecniche vocali.

Diciassettenne debuttò in orchestra come primo violino di fila nel corso di una stagione d’opera al Teatro Manzoni di Milano. Fu quindi scritturato alla Scala per due concerti sinfonici diretti da Toscanini e fu in quel frangente che decise di studiare anche la viola.

Nel 1901 Serafin si diplomò in composizione e, terminata la terza stagione alla Scala, decise di lasciare l’incarico. Fu così che poco più che ventitreenne divenne, con Pietro Sormani che già ricopriva l’incarico, direttore sostituto di Toscanini. La collaborazione durò tre anni.

Le prime esperienze direttoriali Serafin le ebbe sotto pseudonimo: si presentò al pubblico come Alfio Sulterni, anagramma del suo nome e cognome.

Il debutto ufficiale avvenne – Serafin nelle sue memorie non lo cita, ma Sguotti integra con questa informazione la biografia – al Teatro Reinach di Parma nel 1902 con L’elisir d’amore e nello stesso anno gli fu affidato l’incarico di dirigere la stagione 1902/1903 del Teatro Verdi di Ferrara. Da qui passò a Bologna e a Firenze dove debuttò nel maggio 1903 con Adriana Lecouvreur.

Nello stesso anno fu Casa Ricordi ad affidargli la direzione di due titoli nella stagione del Teatro Donizetti di Bergamo.

La carriera procedeva a passi spediti e si sviluppò quindi alla Scala, all’Arena di Verona, in America del Sud, dove Serafin fu molto attivo, quindi, chiamato dal leggendario Gatti-Casazza al Metropolitan di New York dove contribuì a creare il mito di Rosa Ponselle e, dal maggio 1934, al Teatro dell’Opera di Roma dove il maestro veneto continuò a dirigere stabilmente fino al 1964 quando con il Wagner de I maestri cantori di Norimberga, chiuse la sua leggendaria carriera.

Alla puntuale ricostruzione del percorso artistico il volume di Nicla Sguotti fa seguire un’altrettanto puntuale cronologia sia dell’attività teatrale, sia di quella discografica che tenne Serafin legato ai complessi della Scala anche dopo essersene allontanato e con cui realizzò incisioni passate alla storia. All’Arena è legato il suo incontro con Maria Callas che con lui iniziò la carriera e grazie a lui, alla Fenice, entrò nella leggenda quando, su suo suggerimento, alternò a La Walkiria l’interpretazione di Elvira ne I Puritani.

La ricerca che è stata origine del libro prende però il via dalla natia Cavarzere, dove Serafin riposa, e dal dono che la nipote, Donatella Sabetta, fece al Circolo cavarzerano degli Amici del Maestro Tullio Serafin: il carteggio del direttore d’orchestra che negl anni si è arricchito di nuovi ritrovamenti.

Vi sono le missive di Gian Francesco Malipiero a proposito della prima romana de I Capricci di Callot (1942), scritti inediti, e di grande interesse di Gabriele D’Annunzio, Richard Strauss e Pietro Mascagni e, naturalmente, due lettere della Callas, la seconda, legata agli anni della solitudine parigina, particolarmente accorata.

Parte integrante del libro è anche l’intervista a Carlo Bergonzi mirabile per sintesi ed equilibrio nel restituire di Serafin la figura professionale e artistica.

Una chicca della nuova versione è costituita dal racconto dell’incontro fra Serafin e il giovane Luciano Pavarotti che, per ottenere dal maestro la scrittura al Massimo di Palermo nel Rigoletto, dovrà sostenere un’audizione durata un giorno intero.

Di grande interesse è anche il contributo di Nicola Guerini sulla prima Aida in Arena nel 1913 e altrettanto vivo il ricordo che Bonaldo Giaiotti, interprete cinquant’anni dopo dello stesso titolo e debuttante in Arena, traccia del maestro.

La premessa, scanzonata ma non troppo, è viceversa affidata a un altro direttore d’orchestra di area veneta, Nello Santi: «Ai lettori di questo libro – scrive il maestro di Adria – mi sento di consigliare di accostarsi a esso con spirito molto umile e con curiosità, di leggerlo con un’umiltà curiosa di conoscere le cose straordinarie che Serafin è riuscito a fare.».

Non ultima quella di presentare nel 1942 a Roma, mentre la capitale era in preda agli alleati tedeschi del fascismo e la guerra, per dirla con Roman Vlad, volgeva al brutto, la prima per l’Italia del Wozzeck di Alban Berg tratta dall’omonimo dramma in prosa di Georg Büchner. Un’impresa non indifferente coronata da un grande successo di pubblico.

Rino Alessi     

Si ringrazia l’Archivio Storico Ricordi Milano per le fotografie di Tullio Serafin

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