Una nuova Aida alla Scala

La stagione autunnale della Scala prosegue meravigliosamente con l’Aida di Giuseppe Verdi in forma di concerto in “scena” dal 6 al 19. Con buona pace dei ferventi sostenitori del teatro d’opera inteso come sfoggio di regie avvenieristiche e artifici scenografici, l’Aida in forma di concerto alla Scala dimostra che il teatro d’opera è, ancor oggi, soprattutto, musica, e che se le voci funzionano, lo spettacolo regge. Cosa che spesso non avviene con regie da Oscar e parti musicali in bilico.

Particolarità di questa produzione – oltre alla qualità di voci e orchestra – è la scelta di rappresentare la versione originaria dell’inizio del terzo atto di Aida, che Verdi sostituì per la prima al Cairo del 1871, in quanto probabilmente giudicata poco “teatrale”. Circa otto minuti di musica scoperta in un “baule” di casa Verdi e rivista non “egizianeggiante” che Verdi aveva affidato al Coro dei Sacerdoti e che, in seguito, fu espunta dalla partitura di Aida per ricomparire nel “Te Decet Hymnus” della Messa da Requiem (1874).

Il merito di questa bella produzione va anzitutto alla direzione di Riccardo Chailly, grazie alla quale è possibile dissociare l’Aida di Verdi da quella all’Arena di Verona e dalfacile monumentalismo di maniera, perché l’orchestra qui non insiste sul lato “propagandistico” della partitura, degenerando in volumi elefantiaci e masse suono fine a loro stesse, ma è intima risonanza dei sentimenti dei personaggi, dalla disperazione di Aida, all’intima angoscia di Amneris, dal nobile eroismo di Radames alla poesia degli orientalismi del coro. Una lettura precisa e vigorosa, a beneficio di ogni sezione d’orchestra, che spicca nitida nell’ambito di una compagine orchestrale omogena negli intenti.

Nel cast vocale, tutto prestigioso, spicca la splendida Amneris di Anita Rachvelishvili; veterana del ruolo, torna (finalmente) nel suo teatro d’origine, la Scala, con una performance di prim’ordine. Qui non è questione di cantare bene o male (cosa che lei fa sempre benissimo), ma è la capacità di dare vita a un personaggio moderno e umano, e quindi emozionante. La capacità di andare oltre la partitura e proporre un modo di fare opera attuale, non subissato da declamazioni “di tradizione” e portamenti, ma vivo e pulsante come un personaggio del 2020 dev’essere.

Francesco Meli è un grande Radames, per nulla calligrafico e “tenoreggiante”, ma variegato nei piani e nelle varie sfaccettature del personaggio, pur senza rinunciare a una presenza di suono incisiva.

Saioa Hernández è tecnicamente perfetta nel ruolo-titolo, la voce è bella, omogenea e duttile; è però mancata quella modulazione interpretativa che ci si aspetta da una primadonna. Per esempio, Ritorna Vincitor scivola via senza particolari momenti di pathos.

Le voci gravi sono tutte di livello. Roberto Tagliavini è un perfetto Re; voce ben proiettata e di grande volume. Il Coreano Jongmin Park è un buon Ramfis. Poco espressivo l’Amonasro di Amartuvshin Enkhbat, dotato comunque di uno strumento di prim’ordine.

Completavano il cast la sempre puntualissima Chiara Isotton nel ruolo della Sacerdotessa e l’ottimo Francesco Pittari nel ruolo del Messaggero.

Il coro della Scala è sempre al meglio, anche se la collocazione in fondo al palcoscenico non ha giovato in un titolo come questo per esempio nei grandi cori del secondo atto.

A fine serata grandi applausi per tutti e trionfo per Rachvelishvili, in attesa della Bohème di novembre e dei recital di canto in programma alla Scala.

Pietro Gandetto
(6 ottobre 2020)

La locandina

DirettoreRiccardo Chailly
Personaggi e interpreti:
Il ReRoberto Tagliavini
AmnerisAnita Rachvelishvili
AidaSaioa Hernández
RadamèsFrancesco Meli
RamfisJongmin Park
AmonasroAmartuvshin Enkhbat
MessaggeroFrancesco Pittari
SacerdotessaChiara Isotton
Orchestra e coro del Teatro alla Scala
Maestro del CoroBruno Casoni

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