Utrecht: Quattro giorni al Festival di Janine Jansen

Dopo due anni di pausa, Janine Jansen è tornata alla guida del suo Festival di Musica da Camera, in una rinnovata veste invernale e con una nuova formula di curatela: ogni anno sarà un musicista diverso a curare la programmazione.

Per quest’anno la Jansen, per il 2020 il violista Amihai Grosz, tra gli storici protagonisti di questo Festival e prima viola dei Berliner.

Dal 27 al 30 dicembre ci si è trovati a correre tra le splendide sale del TivoliVredenburg, le chiese e i saloni di Utrecht, con sei eventi al giorno.

Sul palco non solo i noti amici della Jansen (oltre a Grosz, i violinisti Boris Brovtsyn e Yura Lee, il violista Gareth Lubbe, i violoncellisti Torleif Thedéen, Jens Peter Mainz e Daniel Blendulf, il pianista Lars Vogt) ma anche un nutrito gruppo di giovani musicisti già in carriera denominato New Generation Musici e numerosi altri ospiti.

Dopo i primi eventi giornalieri, il grande concerto di apertura si è tenuto alle 20 nella Grote Zaal del TivoliVredenburg. Presentato da Ab Nieuwdorp, voce della radio musicale olandese e cicerone di tutti gli eventi principali del Festival, il concerto è cominciato con il rarissimo Allegro per quartetti d’archi in Re minore di Johannes Van Bree, compositore, violinista e direttore olandese del primo Ottocento.

Il termine “quartetti” è corretto: il brano è scritto per quattro quartetti, che si dividono il palco in un dialogo appassionato, di mendelssohniana memoria, e dai rapidi botta e risposta tra le formazioni, composte dai grandi solisti e dai New Generation insieme.

Veramente una splendida scoperta. Formazione mista anche per l’Ottetto di Mendelssohn, con Jansen, Grosz e Maintz a tenere le redini. Formazione di sole star invece per il brano conclusivo: il Quintetto op. 81 di Dvořák, con Vogt al pianoforte, Jansen e Brovtsyn ai violini, la viola di Grosz e il violoncello di Maintz. Un’inaugurazione di ottimo successo, che ha dettato lo standard per tutti i concerti a venire, in cui non sempre si è però percepito l’affiatamento.

Per quanto notevoli, i New Generation Musici coinvolti in Mendelssohn hanno un po’ faticato a stare dietro agli altri tre e non per abilità tecnica (quella è indubbia): sicuramente consapevoli della differenza, era come se i ragazzi si sforzassero di dimostrare il contrario, con ciò togliendo una naturalezza che avrebbe invece favorito l’insieme.

Anche Lars Vogt è apparso non particolarmente concentrato nel Quintetto, che non ha raggiunto l’affiatamento cui i concerti di questo Festival ci hanno abituato. Da segnalare invece Amihai Grosz, che in tutto il Festival ha offerto delle esibizioni di livello altissimo, forse infervorato dal compito che lo attende nel prossimo dicembre.

Molta più atmosfera festivaliera è arrivata dal secondo concerto della serata: il duo BartolomeyBittmann, violino e violoncello, si è lanciato nel suo stile che unisce pop, progressive e folk ma con strumenti e strumentisti classici in un Late Night Concert che è stato uno dei momenti più rilassati e divertenti dell’intero Festival. Con l’arrivo di Janine Jansen a suonare (e cantare) con i due musicisti, si è finalmente percepita quell’atmosfera di eccitante unicità che è la caratteristica del Festival di Utrecht.

Sabato 28 è cominciato con un Appeltaartconcert, formula di grande effetto e assolutamente da importare in Italia che prevede fondamentalmente la consegna di una fetta di torta di mele a tutti gli spettatori, in cui si è esibito l’Ebonit Saxophone Quartet con musiche di Mozart, Bartók, Britten, Mendelssohn, Dowland e Grainger. Un concerto ben riuscito per la giovane formazione, che nonostante il sassofono soprano un po’ impacciato nel Quartetto per oboe di Mozart, è riuscito soprattutto nella trascrizione de Le Ebridi di Mendelssohn (realizzata dall’Ebonit stesso, come gran parte del programma) a convincere appieno. La sera è stata invece l’occasione della tradizionale Kerkenmarathon, un concerto sparpagliato su tre diverse chiese con due gruppi di spettatori: il mio cominciava dalla Geertekerk con il Sestetto op. 10 di Korngold, eseguito magnificamente da Brovtsyn, Lee, Lubbe, Grosz, Thedéen e Maintz.

Il passaggio dalla Geertekerk alla Lutherse Kerk, per ascoltare Clara Andrada de la Calle, Janine Jansen, Timothy Ridout e Daniel Blendulf suonare il Quartetto per flauto di Lex van Delden e la Terza Sonata di Brahms con la Jansen e Vogt, è stato salutato da un bicchiere di vin brulé per farsi forza nel freddo dicembre olandese. Il secondo concerto non ha convinto quanto il primo. Pregevole la composizione di van Delden (nome assunto dal compositore olandese Alexander Zwaap durante la resistenza studentesca all’invasione nazista), suonata con bel suono nitido dalla flautista de la Calle. La Terza di Brahms è invece stata l’occasione di ripensare al violinismo di Janine Jansen.

Ricordo ancora la medesima Sonata nel suo concerto romano del 2016 e devo ammettere che quella che ha suonato Brahms alla Lutherse Kerk il 28 dicembre è una violinista diversa. Ormai alle soglie dei 42 anni, la Jansen sta trovando un approccio meno teso, più morbido, più compatto e composto, che la vede anche tenere più sotto controllo la spalla destra, forse causa dei problemi di tendinite che la musicista ha sofferto recentemente. Il risultato non è ancora ben definito: la naturalezza dei fraseggi, il respiro musicale, la precisione tecnica ci confermano che è ancora lei, il travolgente fenomeno musicale cui siamo abituati, ma ancora non è chiaro dove la porterà questa nuova transizione. Certo, nella Sonata la Jansen non è stata aiutata da Lars Vogt, che nonostante le ben note qualità non ha brillato in questo Festival. Il pianista è sembrato infatti più attento alla propria parte (per altro non priva di buchi) e poco propenso all’ascolto, segno forse di una preparazione affrettata e un’intesa non perfetta.

Vera rivelazione della serata è stato Timothy Ridout: perfettamente a suo agio tra moglie Jansen e marito Blendulf, il giovane violista parte dei New Generation Musici non ha sofferto il confronto con gli altri eccellenti musicisti, dimostrandosi non una promessa ma una certezza. Ha chiuso la maratona il concerto alla Nicolaïkerk con il Coro Femminile Giovanile Nazionale diretto da Wilma ten Wolde e Jan Jansen (padre della violinista) all’organo, ma non prima di una gran frittella offerta al pubblico, anche questa necessaria per affrontare il freddo vento serale. Dalla Missa brevis op. 63 di Britten, il concerto ha spaziato fino a brani per coro a cappella di Kodály, Pärt, Čajkovskij (il meraviglioso Dostoino yest, forse uno dei momenti più belli dell’intero Festival), fino ad arrivare ad una prima assoluta, To every thing there is a season di Britta Byström per coro femminile e violino solo, rappresentato ovviamente da Janine Jansen stessa.

Domenica 29 dicembre è stata la giornata di maggiore successo, nonostante l’inizio alle 11 con un Appeltaartconcert non indimenticabile. Il The Crumble Consort con le voci di Karin Strobos ed Erik Silk si è lanciato in un concerto non al livello del resto del Festival. L’ensemble è noto per la sua attività di divulgazione anche in case di riposo e carceri ed è sicuramente pregevole premiare il loro impegno con la  Hertz Zaal del TivoliVredenburg, tuttavia il livello delle voci, impegnate a passare da estratti della Carmen a canzoni di Rodgers, Miller e Berlin, e dei musicisti dell’ensemble non era all’altezza di formazioni anche molto più giovani ma assai più solide e convincenti.

Lo ha dimostrato il concerto-spettacolo per bambini offerto nel pomeriggio: il giovane Ardemus Saxophone Quartet ha suonato magnificamente i Quadri da un’esposizione di Musorgskij mentre la voce narrante di Dieuwertje Blok raccontava una fiaba sullo sfondo del sand painting di Rosa van der Vijver. Una felicità di combinazione che ha rapito tutto il pubblico di bambini che affollava la Grote Zaal. Alle 18.30 si è tenuta la quotidiana proiezione della preview di Artemis: The Neverending Quartet, documentario di Hester Overmars dedicato alla complessa storia del grande Quartetto Artemis. A chiudere la giornata di nuovo la accogliente sala Hertz del TivoliVredenburg, che ha ospitato una serata di musica da camera, questa sì, davvero esaltante.

I New Generation Musici hanno affrontato magnificamente i Due pezzi op. 11 per ottetto d’archi di Shostakovich. Dopo un Preludio di riscaldamento, i giovani musicisti hanno preso confidenza e si sono lanciati in uno splendido Scherzo in cui ha svettato il solido carisma di Noa Wildschut, primo violino e punta di diamante dell’ensemble. Ha seguito il Langsamer Satz di Webern con Brovtsyn, Lee, Lubbe e Blendulf, ben eseguito anche se non sempre molto concentrato. Semplicemente perfetti, invece, i Cinque Pezzi per quartetto di Erwin Schulhoff. Con Jansen, Brovtsyn, Grosz e Maintz si è respirata tutta l’aria decadente che pervade queste cinque danze, il cui carattere barcolla tra la frivolezza più disorientante e un aspro sarcasmo.

Magnifica la quarta danza, un tango, in cui alle atmosfere espressioniste si è un’unita una perturbante sensualità. Splendido anche Der Tod und das Mädchen, in seconda parte. Con un’accorta selezione Janine Jansen si è affiancata a Noa Wildschut, Timothy Ridout e a Amalie Stalheim per eseguire il celebre Quartetto di Schubert, con effetto travolgente: finalmente si è tornati all’energia cui l’edizione 2016 di questo Festival mi aveva abituato, in cui l’altissimo livello tecnico si unisce ad un approccio spontaneo, unico, che vive nel momento, in cui ogni istante afferma la sua irrepetibilità. E che questa dimensione, nel presente concerto, sia stata raggiunta anche dai brani eseguiti da giovani New Generation Musici, fa ben comprendere il livello di questi musicisti, tra cui emergono i citati Noa Wildschut e Timothy Ridout, mentre Amalie Stalheim si è dimostrata la migliore violoncellista, nonostante il troppo frequente ricorrere all’aggressivo suono di tallone.

Di ottimo successo anche il concerto conclusivo, questa volta di nuovo nella Grote Zaal. Per cominciare, Jansen, Brovtsyn, Grosz, Lubbe, Thedéen e Maintz hanno aperto con un Sestetto op. 18 di Brahms appassionato, affiatato, dall’arcaica maestosità nel Tema e variazioni e con frenesia campestre nello Scherzo. Dopo la pausa è stata la volta di una splendida esecuzione della Serenata op. 12 per due violini e viola di Kodály, con Jansen, Brovtsyn e Grosz a comporre il particolare organico. Qui le sonorità nitide e trasparenti di Jansen e Brovtsyn hanno davvero raggiunto il loro apice di disinvoltura, mentre il suono scuro di Grosz ben contrappuntava i due violini. Sorprendente il successo nel pubblico di un brano non scontato. Ha terminato trionfalmente il concerto e con esso il Festival 2019 il Divertimento per archi di Bartók, con tutti i New Generation Musici uniti ai grandi solisti in un’esplosiva orchestra d’archi, costretta a bissare gran parte dell’Allegro assai conclusivo di fronte al pubblico entusiasta.

Un grande ritorno di Janine Jansen al suo Festival dunque, un ritorno che forse non era nei piani originali della violinista, visto che proprio per rallentare i forsennati ritmi aveva ceduto la torcia ad Harriet Krijgh. Ciononostante la Jansen ha ravvivato la fiamma di un Festival che pur essendo “tra amici” conferma il suo altissimo livello. Resta ora grande aspettativa per l’anno prossimo, in cui all’esperienza di Janine si unirà l’entusiasmo di Amihai Grosz per programmare, sempre dal 27 al 30 dicembre, un nuovo grande appuntamento della musica da camera in Europa.

Alessandro Tommasi
(27-28-29-30 dicembre 2019)

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