Venezia: Cronache dalla 82ª Mostra del Cinema – Parte 1 di 3
Il 2025 è stata una buona annata per le cantine del Lido, dove si è registrato un aumento delle vendite dei biglietti del 9% rispetto al 2024, anche se, purtroppo (e come al solito), è la caccia alle star uno dei motivi principali della grande affluenza verso l’isola veneziana, e non la qualità del “vino”. E bisogna dirlo, quest’anno i sommelier di pellicole possono ritenersi pienamente soddisfatti: i grandi ritorni e le sorprese sono stati molti.
Grandi nomi come Julia Roberts e George Clooney (assente all’appello della conferenza stampa, a causa di una forte sinusite), fino alle “consuete”, ma sempre gradite, Cate Blanchett e Tilda Swinton hanno attirato centinaia di curiosi e altrettanti appassionati di cinema nell’isola della laguna veneta, tra improvvisi temporali e ultimi giorni di afoso caldo estivo.
È proprio con Mr. Clooney che si apre la nostra rassegna: Jay Kelly, in concorso per il Leone D’Oro, diretto da Noah Baumbach, al suo quarto film distribuito da Netflix. Dopo il grande successo di Storia di un matrimonio e quello (meno grande) di Rumore bianco, Baumbach riscrive insieme all’attrice Emily Mortimer, in chiave ironica, la vita di George Clooney per raccontare la ricerca dell’identità in un mondo che annulla l’autenticità dell’essere umano, quello del cinema. Jay Kelly (evidente assonanza con George Clooney, appunto) è un divo che decide di tornare ad essere sé stesso, o quantomeno di provarci, intraprendendo un improbabile viaggio in Europa, per riallacciare il rapporto con sua figlia. Il film, di stampo più comico rispetto ai due precedenti, è riuscitissimo, ogni membro del cast stellare composto da Adam Sandler, Laura Dern, Billy Crudup (strepitoso), Jim Broadbent, Patrick Wilson trova il suo momento per brillare, in una sorta di road movie leggero ma al tempo stesso intenso, che omaggia l’arte della recitazione ma che fa anche riflettere su quanto sia importante non dimenticare, o più precisamente non dimenticarSI.
Cast stellare anche per il nuovo film fuori concorso di Luca Guadagnino, After the Hunt, che oltre a (nientepopodimeno) Julia Roberts, finalmente di ritorno a Venezia, vede come protagonisti Andrew Garfield e la giovane attrice che ha raggiunto il successo grazie alla serie The Bear, Ayo Edebiri. La trama: una studentessa accusa uno dei suoi insegnanti di molestie, causando sconcerto generale, ma sarà vero? Il giovane professor Gibson è davvero un pericolo per i suoi studenti o è l’uomo che la collega Alma Olsson (una Roberts per niente valorizzata, anche per quanto riguarda il trucco e parrucco) ha sempre pensato che fosse? Che dire…un film di cui avremmo fatto volentieri a meno, spiacevole, senza ritmo, basato su un’idea senz’altro originale, ma che più si va avanti più si perde in una confusione di eventi che si sviluppano senza capo né coda, in un’atmosfera cupa, carica di rancore, rabbia e frustrazione. E senza una vera conclusione. L’ambizioso Guadagnino stavolta è come un pizzaiolo napoletano che un bel giorno decide di cucinare il sushi senza istruzioni ben precise: si cimenta ancora una volta in un nuovo genere, ma forse il thriller psicologico non fa per lui.
Torna, invece, piacevolmente al suo stile inconfondibile Paolo Sorrentino, con il film in concorso La Grazia, dopo l’inutile È stata la mano di Dio e Parthenope, che non ci aveva entusiasmato. Forse serviva il ritorno di Toni Servillo, il quale ci regala un’ennesima grande interpretazione, che gli vale la vittoria della Coppa Volpi. La Grazia è un Il Divo 2.0, ma con un protagonista che ricorda molto Titta Di Girolamo de Le conseguenze dell’amore. È proprio l’amore, infatti, il tema principale di questo film, in tutte le sue diramazioni: l’amore romantico, l’amore verso i propri figli, verso gli altri e verso sé stessi. Mariano De Santis è un Presidente della Repubblica fittizio, non ispirato a presidenti esistenti, vedovo e ancora innamorato di sua moglie, con la quale intraprende costanti dialoghi mentre viene scortato dal colonnello Massimo Labaro (Orlando Cinque) che lo stima e lo protegge, ed è attanagliato da un grande dilemma morale: concedere o meno la grazia ad un uomo e una donna (Linda Messerklinger, incredibilmente brava) colpevoli di omicidio, ma in circostanze, forse, perdonabili. Il film tocca temi importanti, oltre all’amore e al dubbio, quali il peso della responsabilità, la religione, la gelosia, l’amicizia, il rispetto per l’autorità e la strumentalizzazione dei valori dell’etica nella società odierna, il tutto orchestrato in maniera impeccabile da Paolo Sorrentino, che ci torna a regalare un’opera carica di malinconia e serietà, ma anche di dolcezza e tenerezza, che ci fa riflettere e commuovere. Degna di nota anche l’interpretazione della figlia del protagonista, da parte di Anna Ferzetti.
Il lavoro e il denaro sono invece le tematiche portanti di altri due film in concorso per il Leone D’Oro quest’anno: Eojjeol suga eopda (No other choice), di Park Chan-wook, e À pied d’œvre (At work), di Valerie Donzelli, probabilmente non a caso proiettati a Venezia lo stesso giorno e in contemporanea. Siamo lontani dal successo di Oldboy, del 2003, per il regista coreano, nonostante ci ripresenti la vendetta come leitmotiv del film: vediamo l’attore Lee Byung-hun nel ruolo di un padre di famiglia che, in parole povere, passa dalle stelle alle stalle e che cerca di tornare in carreggiata tra colloqui di lavoro inconcludenti e goffi tentativi di omicidio di possibili concorrenti. Il film passa dal grottesco al comico, senza però trovare una sua strada, tra scene decisamente ridicole e cringe e momenti umoristici esagerati. Poco convincente anche per la scelta dell’attore protagonista, una sorta di Ken cinquantenne che si è ritoccato il viso un po’ troppo, poco credibile nel suo ruolo. Trascurabile. Non si può dire lo stesso dell’attore francese Bastien Bouillon, scelto per interpretare Paul, il protagonista di At work, film prodotto da Disney+ Francia, che abbiamo avuto il piacere di intervistare alla conferenza stampa e che interpreta uno scrittore in difficoltà a causa della precarietà. Il personaggio è scritto e interpretato bene, possiede una forza e una pacatezza che delineano perfettamente quanto l’uomo sia onesto e determinato nel non volersi arrendere anche se costretto a svolgere vari lavoretti socialmente considerati “di poco conto” rispetto alla situazione privilegiata da cui proviene. Un film modesto ma ben scritto, che affronta in modo più realistico (anche dal punto di vista della recitazione, rispetto al suo rivale sud-coreano) il problema molto attuale dell’appartenenza a diverse classi sociali e del suo valore in questo preciso momento storico.
Al Palabiennale (purtroppo in fila 1, data la grande affluenza di spettatori nei primi giorni della Mostra) abbiamo visto Orphan, in concorso, del regista ungherese László Nemes, che racconta i tumulti del XX secolo in Europa visti attraverso gli occhi di un bambino ebreo, Andor, interpretato dal giovane Bojtorján Barabás, bravo e dallo sguardo intenso (così intenso che il film è quasi interamente un suo primo piano) e da un inquietante Grégory Gabebois (il padre del ragazzo). Nonostante il buon lavoro dei due attori il film, però, risulta un po’ troppo cupo e dall’atmosfera pesante, passando dal romanzo di formazione del protagonista al dramma familiare senza una vera e propria continuità narrativa.
Atteso ed acclamato Frankenstein di Guillermo del Toro, in concorso. Che dire, il regista messicano, come il suo collega Tim Burton, si è “venduto” anima e corpo alle leggi di Netflix: Frankenstein rappresenta l’esatto contrario di quello che dovrebbe essere, è un film senz’anima, teatrale e finto, monotono nelle scelte cromatiche “netflixiane” (la solita luce giallo-arancione del sole al tramonto quasi perenne che si vede dietro i protagonisti per mascherare i difetti) e nella recitazione di Oscar Isaac, sempre di più al centro dell’attenzione in ogni suo film. Per fortuna Jacob Elordi ci regala un’interpretazione intensa e diversa dal solito nell’impersonificare la Creatura, non aiutato, purtroppo, da un trucco carnevalesco rispetto a quello dei precedenti capolavori del regista, come Il labirinto del fauno e Hellboy: The Golden Army (no, non La forma dell’acqua, il remake de La bella e la bestia che gli valse l’Oscar come miglior film). Sì, l’impronta favolistico-horror del regista si nota, ma solo nella scenografia e nella scelta di rappresentare il Mostro come una creatura esile, aggraziata e fragile, più che come un deforme abominio, a volte anche troppo aggraziata, come nelle scene disneyane dove vaga nei boschi ed interagisce con animaletti vari (creati, ovviamente in CGI, altrimenti Netflix non è contenta). Al massimo si merita la sufficienza, signor del Toro, stavolta non si è impegnato.
Michele Carmone
8 settembre 2025


















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