Venezia: L’intesa perfetta tra Chung e la Fenice

Il rapporto tra direttore e orchestra è uno dei più delicati nel mondo musicale. Non basta mettere la migliore orchestra sotto la bacchetta del miglior direttore per ottenere il miglior risultato, è necessaria una particolare alchimia, una spontanea comprensione, un sentirsi ‘a casa’: questa è la sensazione che si ha quando si osserva Myung Whun Chung con l’Orchestra del Teatro La Fenice. L’intesa è grande e il direttore sudcoreano riesce a tirare fuori dalla compagine il meglio, sia in termine di concentrazione che di puro e schietto impasto sonoro. Con Chung è quanto mai appropriato parlare di “impasto”: sotto le sue gli archi trovano sonorità di compatta morbidezza e una malleabilità che permette loro di adattarsi a qualsiasi esigenza espressiva.

Da questa introduzione si può dedurre come l’orchestra veneziana abbia reso l’estremo capolavoro mahleriano: la Nona Sinfonia. In un panorama musicale in cui ogni orchestra sinfonica è apparentemente tenuta a programmare almeno una o due Sinfonie di Mahler a stagione (non a torto si può definire Mahler “il nuovo Beethoven” per la sua popolarità nelle sale da concerto e nei teatri), riuscire a dire qualcosa di veramente personale sui capolavori del compositore boemo non è scontato. E contrariamente a quanto affermato da altri, è piuttosto azzardato sostenere che “una Sinfonia di Mahler riesce bene a chiunque”. Sicuramente però riesce bene a Chung, anche se incastrata nel mezzo delle prove di Don Carlo. Nella Nona Sinfonia, dicevo, Myung Whun Chung è riuscito a tenere compatto il discorso centrifugo tipico dell’Andante comodo iniziale, in cui, nonostante l’iniziale necessità di scaldarsi e calarsi perfettamente nel carattere, orchestra e direttore hanno saputo offrire una tavolozza timbrica eccellente e una tenuta generale che ha portato ai suoi limiti dinamici l’Orchestra della Fenice. Molto ben realizzato anche il secondo movimento, Nel tempo di un tranquillo Ländler, cui però è mancata un po’ quella caratterizzazione goffa e un po’ rude che nasconde tutta l’ironia e non di rado il sarcasmo del compositore. Il vero culmine della serata, però, sono stati gli ultimi due movimenti. Ormai perfettamente dentro al discorso mahleriano, Chung ha lanciato la sua orchestra nel galoppo sfrenato del Rondo-Burleske, da cui ha saputo trarre tutta l’aggressività degli incisi quanto l’espansività melodica, riuscendo a disciplinare l’affollato tessuto polifonico. Dal Rondo-Burleske all’Adagio è stata un’ulteriore ascesa espressiva, riuscendo Chung qui ancor più che nell’Andante comodo a portare l’Orchestra verso una intensa contemplazione che è stata uno dei vertici dell’intero concerto, prima di svanire nel nulla del finale.

Non mi si fraintenda, il concerto non è stato perfetto, alcune imprecisioni di intonazione (sorprendentemente nei timpani del primo movimento e nelle campane) e d’insieme in archi e legni, cui mancava anche un suono compatto di sezione, ci sono state, questo anche per il gran numero di aggiunti che l’organico della Nona richiede. Eseguire con tale convinzione la complessa Sinfonia, però, è il felice risultato del rapporto tra Chung e la Fenice. Oltre alla compattezza degli archi, da segnalare sono gli splendidi soli della prima tromba, la solidità dei corni e in generale di tutti gli ottoni, così come l’ottima prova di fagotti e clarinetti. Ovazioni per tutti e particolarmente per Chung, quasi in lacrime dopo l’Adagio, che si è richiamato sul palco finché non è stata l’orchestra stessa ad accomiatarsi.

Alessandro Tommasi
(5 dicembre 2019)

La locandina

DirettoreMyung-Whun Chung
Orchestra del Teatro La Fenice
Programma:
Gustav Mahler
Sinfonia n. 9 in Re Maggiore

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