Venezia: nella Semiramide brillano le voci

Ci sono addii e addii nella storia del melodramma; quello di Rossini all’Italia è uno di quelli con la “A” maiuscola.
Semiramide, per scelta della fonte letteraria, ovvero il ritorno a Voltaire dopo il giovanile Tancredi, per durata e per struttura dell’opera stessa, che pur se non nella partizione degli atti, già prelude al Grand-Opéra,  costituisce un congedo ideale, che guarda caso avviene nella città che lo aveva consacrato ragazzo e allo stesso tempo apre agli imminenti trionfi parigini.

Torna a casa, Semiramide, a ventisei anni dall’ultimo allestimento, quello estetizzante in bianco e nero di Pier Luigi Pizzi, celebrata anche dall’esposizione alle Sale Apollinee della partitura originale recentemente restaurata e questa volta nella sua versione integrale e le sue oltre quattro ore di musica.
La giovane regista Cecilia Ligorio, che sembra avere perfetta coscienza della staticità che caratterizza l’opera, tanto da rivelare in alcuni momenti una natura quasi oratoriale, cristallizza ulteriormente il gesto scenico rarefacendolo sino a farlo diventare impercettibile e firma uno spettacolo educato nella forma ma non di grande consistenza quanto a sostanza, quasi a non voler tenere in conto quanto il senso del tragico insista sia in Rossini che in Voltaire.
Le scene, gradevoli, di Nicolas Bovey rilucono di ori, bacili e tralci di fiori tra i quali vedono muoversi una corte tutta bianca e inturbantata, vestita da Marco Piemontese che firma anche i bei costumi dei protagonisti – più belli quelli del primo atto – nei quali il bianco la fa da padrone tanto da far pensare, a tratti, che l’azione abbia luogo in una SPA di extralusso, anche se crediamo che l’idea fosse quella di un richiamo alla grande pittura celebrativa francese dei primi del diciannovesimo secolo, vista anche la disposizione delle masse.
L’atmosfera cambia nel secondo atto, tutto fatto di drappeggi neri che nascondono l’oro, o meglio lo fanno intravvedere nelle ombre in cui si muovono figure spettrali e indistinte.
Una mise en espace ben costruita, insomma, con momenti felici come quelli di un Oroe cieco, novello Tiresia, accompagnato da un corteggio di sacerdotesse dai movimenti serpentini, coreografati da Daisy Ransom Phillips, e l’accentuazione dell’eros di Semiramide letteralmente accerchiata da un tiaso di eunuchi dal lungo treccione che la carezzano con sensualità crescente.

Meno felice l’idea di materializzare l’ombra di Nino, dandogli sembianza di qualcosa che assomiglia più a un robot guerriero da man-ga che non al fantasma di un re guerriero e facendolo saltare fuori come un misirizzi da una porta ctonia al centro della scena.
Ben altro fuoco si ritrova nell’esecuzione musicale.
Riccardo Frizza incentra la sua lettura su tempi gagliardi ma senza mai cedere alla tentazione di plateali accelerazioni o a effetti facili. Le scelte dinamiche sono accurate e, insieme ad agogiche ben calibrate, trasmettono con bell’equilibrio i diversi momenti dell’impaginato rossiniano; la tensione non viene mai meno in una ben congegnata armonia fra drammaticità ed elegia.

La Semiramide delineata da Jessica Pratt appare come un’eroina fragile, afflitta dai fardelli del passato che una spensieratezza di facciata non possono far dimenticare; nonostante qualche appannamento nei centri la voce corre sicura in acuto e le agilità sono perfette.

Teresa Iervolino, al suo debutto nel personaggio, tratteggia un Arsace giovanilmente appassionato e allo stesso tempo animato da una fierezza nobile. Le piccole tensioni, del tutto giustificate, manifestate nella cavatina di sortita si sono andate presto stemperando fino ad arrivare ad un intenso e pressoché perfetto “In sì barbara scagura” che illumina le tenebre del secondo atto.

Alex Esposito, sempre più fuoriclasse, dà voce e corpo ad un Assur tenebroso nella vocalità, luciferino nelle movenze – l’idea di renderlo claudicante è geniale – e irruente nel fraseggio eppure atterrito e macerato da sensi di colpa che neppure l’ira riesce a nascondere.

La tessitura che Rossini riserva a Idreno rientra fra quelle oggettivamente “incantabili”; Enea Scala non solo la domina perfettamente, ma la impreziosisce di un fraseggio rigoglioso e ricco di colori e accenti, infiammandola di acuti folgoranti.
Simon Lim canta un ottimo Oroe e convincono pienamente l’Azema di Marta Mari e Francesco Milanese come ombra di Nino, mentre Enrico Iviglia è Mitrane partecipe.
Brave le ballerine, lungamente impegnate in scena: Olivia Hansson, Elia Lopez Gonzalez, Marika Meoli, Sau-Ching Wong.

Il Coro, sempre ben preparato da Claudio Marino Moretti, si rende protagonista di una prova di ottimo livello.

Grande successo per tutti, con ovazioni per Pratt, Esposito, Iervolino e Scala.

Alessandro Cammarano
(19 ottobre 2018)

La locandina

Direttore Riccardo Frizza
Regia Cecilia Ligorio
Scene Nicolas Bovey
Costumi Marco Piemontese
Movimenti coreografici e ballerina Daisy Ransom Phillips
Semiramide Jessica Pratt
Arsace Teresa Iervolino
Assur Alex Esposito
Idreno Enea Scala
Oroe Simon Lim
Azema Marta Mari
Mitrane Enrico Iviglia
L’ombra di Nino Francesco Milanese
Ballerine Olivia Hansson, Elia Lopez Gonzalez, Marika Meoli, Sau-Ching Wong
Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
Maestro del Coro Claudio Marino Moretti

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