Venezia: Rigoletto, le sbarre e il velo nero

Non per troppo amore, ma per eccesso di “protezione” e per l’egoismo di un padre che rifiuta di accettare l’essere diventata donna della figlia. Così muore Gilda, per la possessività patologica di Rigoletto incapace di lasciarla andare, imprigionandola in un mondo irreale dove si rimane sempre bambini ed eternamente infelici.

Damiano Michieletto – e con lui quel genio della scenografia che è Paolo Fantin, Agostino Cavalca costumista grand-seigneur e il mago delle luci Alessandro Carletti – offre una visione del Rigoletto tutta incentrata sull’intimità dei sentimenti che da particolari diventano universali abbracciando totalmente la poetica verdiana.

Nella visione del regista Rigoletto, impazzito a seguito degli eventi che lo hanno visto vittima e carnefice e di cui lui solo ha di fatto tirato le file, è rinchiuso nella stanza di un ospedale psichiatrico dove nel suo delirio sfilano i personaggi – che entrano ed escono da fratture aperte nelle mattonelle bianche poste a tappezzare le pareti e spesso confondendosi con il personale del manicomio – in un piano sequenza che non lascia un attimo di respiro.

È sempre in scena il Buffone, i suoi tic si intensificano al crescere della paranoia che lo attanaglia, come l’antieroe di un film espressionista che provoca e subisce; con lui lo spettro di Gilda bambina e senza volto, così come sono tutti i bimbi infelici.
Nelle videodesign di Rocafilm – le viedoproiezioni sono di Ideogramma – la si vede costretta nella sua stanzetta la cui finestra è “protetta” da sbarre spesse, le stesse della camera di contenzione di Rigoletto, a disegnare figure familiari in cui la figura materna è prima neutra e poi cancellata. Solo con la morte alla donna-bambina sarà concesso di uscire dalla finestra finalmente senza barriere incamminandosi in un bosco liberatorio.

In tutto questo Michieletto profonde teatro – con la “T” maiuscola – a piene mani creando uno dei suoi spettacoli più belli di sempre con esemplare coerenza drammaturgica.

Ecco dunque i cortigiani che indossano maschere capaci di renderli tutti identici al Duca, Monterone che si mette la gobba diventando un alter-ego speculare di Rigoletto, il tulle nero che fa da Leitmotiv coprendo Gilda come una nebbia mortifera e facendosi infine sacco, la valigia con i disegni di una bimba triste, il “Cortigiani” cantato da Rigoletto solo in scena, il gioco delle pellicce e dei soprabiti visti come possesso dell’”altro”, i coriandoli dorati malignamente irridenti, le ferite autoinflitte di Rigoletto che fanno sanguinare Gilda bambina, le luci che ingrandiscono e rimpiccioliscono le ombre.

Funziona tutto perché ogni elemento è a servizio di una narrazione che più verdiana non si può.

Daniele Callegari serra i tempi, inasprisce le dinamiche, sceglie agogiche incalzanti conferendo alla sua lettura un taglio narrativo di incredibile intensità e finalmente lontano da sdilinquimenti “di tradizione”; Rigoletto è un’opera “cattiva” e il direttore lo ha ben presente.

Nel ruolo-titolo giganteggia Luca Salsi, che ne è ormai interprete di riferimento. Nel suo Rigoletto bellezza di voce, autorevolezza del fraseggio e totale aderenza al dettato musicale – che giova ricordare non prevede “puntature” e sguaiataggini tanto care a certuni interpreti – e registico si fondono a dare vita ad una prestazione emozionante.

Non gli è da meno Ivan Ayon Rivas, capace di disegnare un Duca luminoso nell’emissione e poggiato su una linea di canto adamantina, così come Claudia Pavone tratteggia una Gilda pienamente donna e articolata con bella varietà di accenti e colori.

Convince anche lo Sparafucile di Mattia Denti alla cui elegante perfidia si contrappone l’esuberanza della centrata Maddalena di Valeria Girardello.

Nelle parti di contorno – mai tanto indispensabili come qui – figurano benissimo la Giovanna impeccabile  di Carlotta Vichi, il Borsa insinuante di Marcello Nardis e Gianfranco Montresor come incisivo Monterone.

Bene anche Armando Gabba (Marullo), Matteo Ferrara (Ceprano) e Rosanna Lo Greco (La contessa di Ceprano).

Completano il cast Emanuele Pedrini (Un usciere) e Sabrina Mazzamuto (Un paggio della duchessa).
Il coro, preparato da Claudio Marino Moretti, è autorevolmente presente.

Successo pieno per tutti, con ovazioni a Salsi, al termine di uno spettacolo da ricordare e da rivedere.

Alessandro Cammarano
(29 settembre 2021)

La locandina

DirettoreDaniele Callegari
RegiaDamiano Michieletto
ScenePaolo Fantin
CostumiAgostino Cavalca
Light designerAlessandro Carletti
Video designRocafilm
Video-proiezioniIdeogamma
Personaggi e interpreti:
Il duca di MantovaIvan Ayon Rivas
RigolettoLuca Salsi
GildaClaudia Pavone
SparafucileMattia Denti
MaddalenaValeria Girardello
GiovannaCarlotta Vichi
Il conte di MonteroneGianfranco Montresor
MarulloArmando Gabba
Matteo BorsaMarcello Nardis
Il conte di CepranoMatteo Ferrara
La contessa di CepranoRosanna Lo Greco
Un usciere di corteEmanuele Pedrini
Un paggio della duchessaSabrina Mazzamuto
Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
Maestro del CoroClaudio Marino Moretti

0 0 voti
Vota l'articolo
Iscriviti
Notificami

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

0 Commenti
Inline Feedbacks
Vedi tutti i commenti