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Venezia: Tosca in limousine

Mahler la detestava e non fu mai rappresentata negli anni della sua direzione della Opera di Vienna; Karajan, al contrario, sosteneva che per un direttore d’orchestra è necessario dirigerla almeno una volta l’anno: Tosca suscita sentimenti forti proprio per la sua dirompente novità.

Qui Puccini varca la soglia del nuovo secolo non solo cronologicamente, ma anche sul piano del linguaggio, segnando il punto in cui il melodramma ottocentesco si apre a un’ estetica nuova e tagliente, concepita in funzione di un ritmo narrativo che sembra anticipare la sintassi cinematografica; la scrittura orchestrale non si limita più a sostenere il canto, ma costruisce lo spazio drammatico, disegnando con tagliente precisione i tempi dell’azione e i contrasti psicologici.
In questo senso Tosca appartiene pienamente al Novecento: è un’opera che parla il linguaggio della modernità e che, proprio per questo, esige ogni volta di essere riletta con lucidità, nella consapevolezza del suo statuto di ponte tra tradizione e contemporaneità.

Tutto questo è ampiamente mancato nel nuovo allestimento – il precedente datava 2014, con riprese nel 2015 e ancora nel 2019 –, firmato dal regista catalano Joan Anton Rechi, sciocchino e inutile, nel quale a pecche drammaturgiche si sommano alcune sviste di sapore parrocchiale.

Rechi – che si avvale della collaborazione di Gabriel Insignares per le scene ben realizzate e illuminate dal disegno di luci di Andrea Benetello, e di Giuseppe Palella autore dei costumi curatissimi – sposta l’azione negli Anni Cinquanta del secolo scorso pur mantenendo in qualche modo un sapore ottocentesco.

Sant’Andrea della Valle diventa un luogo sostanzialmente neutro – la scena potrebbe essere riutilizzata efficacemente per una decina di altre opere –  nel quale Cavaradossi riconosce Angelotti senza averlo visto, il ventaglio dell’Attavanti si materializza dal nulla e durante il Te Deum compare un bel Paso de Semana Santa con tanto di Madonnona, perché, si sa, un po’ di Spagna fa sempre allegria; mentre una sorta di “richiamo” a Palazzo Farnese si ritrova nel secondo atto, ambientato all’esterno e con una Bentley, che noia le auto in palcoscenico, a fare da studio a Scarpia-Gep Gambardella, il tutto condito da quattro alberelli stenti e una cassa vuota di champagne da usare a mo’ di sgabello.
Ovviamente Tosca si premura di mettere il cadavere del satiro sadico nel bagagliaio della limousine, della quale accende i fari – a questo punto sarebbero state più divertenti le quattro frecce d’emergenza – invece dei candelabri.

Il terzo atto, in cui il regista di Andorra afferma di essersi ispirato alle Carceri d’invenzione di Piranesi e delle quali non ci pare di scorgere neppure l’ombra, mostra una terrazza spoglia, con un Pastorello-Angelo che veglia sul povero Mario costretto a cantare il suo amore per la vita mentre sul fondo un quartetto di scherani strangola a mani nude una mezza dozzina di prigionieri, tanto per ottimizzare i tempi delle esecuzioni.

Chicca finale: la fucilazione “alla Palmieri” viene sostituita da un più economico e “attuale” colpo alla tempia, così da vanificare in un attimo l’dea sublime della burla macabra di Scarpia.
Non c’è pathos, non c’è dramma e dunque Tosca viene derubricata ad un mero esercizio di stile tanto velleitario quanto fine a se stesso.

Non va benissimo, fatte salve alcune eccezioni, nemmeno sul versante musicale.

Daniele Rustioni sceglie una lettura compatta e di grande rigore architettonico; tuttavia, la scelta di privilegiare la tenuta formale rispetto alla varietà timbrica e dinamica produce una resa controllata e razionale, ma poco incline a restituire il gioco dei colori e le tensioni teatrali che costituiscono il cuore della partitura, il tutto erigendo un muro di suono perfetto per Wagner ma assai meno per Puccini.

L’Orchestra e il Coro, preparato da Alfonso Caiani, rispondono con precisione, così come i Piccoli Cantori Veneziani diretti da Diana D’Alessio, ma la solidità collettiva non basta a colmare l’impressione di una costante rigidità espressiva.

Chiara Isotton, corde vocali di titanio e timbro avvolgente, dà vita a una Tosca sicura nel fraseggio e caratterizzata da una linea di canto ben equilibrata; mentre invece Riccardo Massi, fibroso e generico seppur in crescita nel corso della recita, è un Cavaradossi di onorevole routine.

Roberto Frontali, nonostante l’indisposizione annunciata prima dell’inizio del secondo atto, si dimostra ancora una volta interprete finissimo e capace di restituire con intelligenza le mille sfumature di Scarpia.

Tra i ruoli di contorno si distinguono il Sagrestano impeccabile di Matteo Peirone, l’Angelotti egregiamente calibrato di Mattia Denti e lo Sciarrone perentorio di Matteo Ferrara.

A completare il cast Cristiano Olivieri come Spoletta ed Emanuele Pedrini nelle vesti del Carceriere.

Spiace che in locandina non fosse riportato il nome del Pastore al quale va comunque un sincero plauso.

Il pubblico gradisce e applaude tutti con convinzione.

Alessandro Cammarano
(29 agosto 2025)

La locandina

DirettoreDaniele Rustioni
RegiaJoan Anton Rechi
SceneGabriel Insignares
CostumiGiuseppe Palella
Light designerAndrea Benetello
Personaggi e interpreti:
Floria ToscaChiara Isotton
Mario CavaradossiRiccardo Massi
Il barone ScarpiaRoberto Frontali
Cesare AngelottiMattia Denti
Il sagrestanoMatteo Peirone
SpolettaCristiano Olivieri
SciarroneMatteo Ferrara
Un carceriereEmanuele Pedrini
Un pastoresolista del Coro dei Piccoli Cantori Veneziani
Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
Maestro del CoroAlfonso Caiani
Piccoli Cantori Veneziani
Maestra del coroDiana D’Alessio

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