Verona: Anna Netrebko Turandot fragile

Ci voleva la diva per riempire l’Arena al massimo della capienza attualmente consentita e l’anfiteatro scaligero torna in qualche maniera agli antichi fasti, alla liturgia delle candeline, all’attesa crescente per l’epifania della star e del principe consorte in uno dei titoli “monstre” del grande repertorio.

Le aspettative per questa Turandot, quarto titolo di un festival – il novantottesimo – caratterizzato da “nuovi allestimenti” e rivendicazioni da parte delle maestranze capaci di aver riunito tutte le sigle sindacali, hanno più che soddisfatto gli spettatori peraltro attenti e silenziosi come raramente accade.

Anna Netrebko non è la Turandot torrenziale che si ci si potrebbe aspettare – vista la potenza di fuoco di cui il soprano russo dispone – e che decenni di tradizione hanno consolidato nell’immaginario dei melomani, anzi. La voce si articola con meravigliosa duttilità in un fraseggio ricco di colori, animato da un’infinita varietà dinamica, capace di trovare inaspettate trasparenze e arricchito da un gesto scenico tanto autorevole quanto naturale. La protagonista della Grande Incompiuta di Puccini non è una vendicatrice spietata, ma una giovane donna spaventata dai suoi stessi sentimenti che cela per non dover loro cedere. E poi mezzevoci, filati, controllo perfetto dei fiati e una costante empatia con il pubblico; che più chiedere?

Con lei in scena il timbro di Yusif Eyvazov, sempre generoso, appare meno “caratteristico” – per inciso il suo Calaf poggia su una linea di canto impeccabile e non cede un colpo per quanto attiene all’intonazione – e il personaggio emerge in ogni sua sfaccettatura.

Nel resto del cast si distinguono la Liù inappuntabile di Ruth Iniesta, che accenta con classe, e il Timur di Riccardo Fassi – che da emergente è promosso sul campo a emerso – capace di trovare sempre il giusto equilibrio espressivo.

Nel trio delle maschere spiccano il Pong di Marcello Nardis e il Pang di Francesco Pittari, mentre Alexey Lavrov è un Ping non indimenticabile.

Carlo Bosi – Altoum – è una lezione di canto vivente e qualunque aggettivo riferito a lui risulterebbe inadeguato, mentre Viktor Shevchenko è un Mandarino di bello spessore e Riccardo Rados è buon Principe di Persia.

Jader Bignamini alla testa di un’orchestra accaldata sembra soffrire delle distanze imposte alla buca dai protocolli sanitari e la sua direzione – al netto di alcuni momenti di bella suggestione soprattutto nel secondo atto – appare sfilacciata nelle dinamiche e imprecisa negli attacchi. Certo che trovare sintonia con un coro – preparato da Vito Lombardi – che di fatto sembra cantare da Piazza delle Erbe tanto è lontano – non è impresa facile, così come è complesso fare andare insieme il terzetto dei funzionari spietati costretti a cantare parecchio distanti l’uno dall’altro. Anche lui migliora quando accompagna la star, che trova e impone i tempi giusti. Che sia mancato il tempo di provare a dovere? Lecito chiederselo.

Il “nuovo allestimento” recupera elementi di produzioni passate, compresi costumi che fanno più Cin-cin-la che non Turandot, mentre sul led-wall – vero elemento di novità che andrebbe sfruttato di più e con maggior fantasia – si susseguono immagini delle pitture cinesi, bellissime, del Museo d’Arte Cinese ed Etnografico di Parma.

Pietoso velo sui movimenti delle masse sempre frettolose e che sul coro finale abbandonano il nero dei loro abiti per un bianco, per altro segno di lutto nella tradizione orientale.

Successo trionfale per tutti e ovazioni per la coppia.

Alessandro Cammarano
(29 luglio 2021)

La locandina

DirettoreJader Bignamini
Direttore allestimenti sceniciMichele Olcese
Personaggi e interpreti:
TurandotAnna Netrebko
AltoumCarlo Bosi
TimurRiccardo Fassi
CalafYusif Eyvazov
LiùRuth Iniesta
PingAlexey Lavrov
PongMarcello Nardis
PangFrancesco Pittari
MandarinoViktor Shevchenko
Principe di PersiaRiccardo Rados
Orchestra, Coro, Ballo e Tecnici dell’Arena di Verona
Maestro del coroVito Lombardi

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