Verona: i Carmina Burana e l’illusione che affascina
Quasi come fosse un sogno di una notte di mezza estate, dal caldo degli enormi gradini dell’immensa Arena veronese, silenziosi testimoni di secoli di storia, hanno preso forma colorate nuvole di fumo danzanti che hanno accompagnato la spettacolare e coinvolgente esecuzione dei Carmina Burana proposti per la serata di Ferragosto dal 102° Arena di Verona Opera Festival 2025.
A dominare il palcoscenico il Coro e l’Orchestra della Fondazione Arena di Verona che con la loro numerosa e massiccia presenza sono riusciti a far percepire minuscolo quel palco che solitamente risulta “infinito”.
A rendere coinvolgente ed emozionante lo spettacolo quel gioco di luci, solo all’apparenza semplice, che ha con estrema naturalezza sottolineato ed idealmente scandito e suddiviso le cinque sezioni di quelle “imaginibus magicis” raccontate dalla partitura forse più conosciuta ed applaudita di Carl Orff.
Rappresentati per la prima volta alla Frankfurt Opera l’ 8 Giugno 1937, i Carmina Burana, il cui titolo completo è Cantiones profanæ cantoribus et choris cantandæ comitantibus instrumentis atque imaginibus magicis, è una cantata scenica strutturata in 5 sezioni, per un totale di 25 movimenti, che Carl Orff compose tra il 1935 e il 1936. Sono basati su 24 componimenti poetici tratti da una raccolta di testi poetici medievali dell’XI e XII secolo, prevalentemente in latino, tramandati da un importante manoscritto contenuto in un codice miniato del XIII secolo, il Codex Latinus Monacensis 4660 o Codex Buranus, proveniente dal convento di Benediktebeuern (l’antica Tura Sancti Benedicti fondata attorno al 740 da San Bonifacio nei pressi di Bad Tolz in Baviera. Un corpus di 315 carmi in latino e medio-alto tedesco.
Nel 1934 Orff conobbe il testo dei Carmina Burana nella traduzione ottocentesca di Johann Andreas Schmeller e Michel Hofmann aiutò Orff a selezionare e organizzare ventiquattro di quei canti in un libretto, per lo più in latino, ma anche Tedesco medioevale e antico provenzale. Il musicista tedesco fu attratto in particolare dalla varietà degli argomenti trattati nelle poesie: fortuna, salute, amore, natura, ritorno della primavera, l’amore, il cibo, il vino.
Che si tratti di uno dei falsi più amati che la storia della musica ci abbia restituito è cosa nota, ma ad ogni sua esecuzione quella ciclicità con cui si apre e si conclude, fa sentire l’ascoltatore una inconsapevole vittima della ruota della fortuna che domina sul mondo, conquista e travolge gli animi degli spettatori con la sua spettacolarità e straordinaria potenza.
Impossibile rimanere indifferenti alla forza con cui coro e orchestra intonano all’inizio “O Fortuna velut luna” riprendendolo nel finale come epilogo naturale di quella ruota ineluttabile rappresentata dall’esistenza umana in balia del destino e della fortuna.
Piena di energia e di freschezza la direzione del veronese Andrea Battistoni, presenza ormai stabile nel festival areniano, che ben è riuscito a condurre l’enorme compagine orchestrale, facendo rendere al coro perfettamente tutta la percussività e l’accentuazione del testo e riuscendo a far emergere anche preziose e inusuali messe di voce corali in una varietà di sonorità dalla pulizia del canto gregoriano alla polifonia fino alla drammaticità barocca.
Il baritono coreano Youngjun Park è riuscito a risolvere con grande professionalità una parte alquanto impervia ed estesa, seppur con qualche piccola défaillance nei falsetti del Dies non et omnia, ma la grande qualità vocale e la solidità della voce gli hanno permesso di farsi apprezzare per lo straordinario legato e l’emissione sempre omogenea, morbida e potente.
Ironico e nostalgico il “cigno” di Raffaele Pe che con il suo potente e caldo falsetto è riuscito molto bene a rendere tutta l’eleganza e la drammaticità del canto Olim lacus colueram. Non sempre perfettamente intonati gli attacchi del coro maschile da apprezzare però per le dinamiche raffinate e per la precisione ritmica.
Sensuale e delicata la voce del soprano Erin Morley che con estrema duttilità è riuscita a passare dalle sonorità leggere e soffuse di Amor volat undique e all’appoggiatissimo e legatissimo declamato di In tutina, fino ai solidissimi e pieni slanci in acuto dell’impervio Dulcissime che ha fornito un grandissimo slancio per l’esplosione dell’Ave formosissima del coro. Emozionante e spettacolare la grande musicalità e la naturalezza con cui la Morley è riuscita a colorare la non semplice scrittura della propria grazie ad una solida tecnica che le ha permesso di giocare con filati e mezze voci.
Emozionanti anche le angeliche e curatissime voci dei cori di voci bianche A.LI.VE. e A.d’A.Mus molto ben preparati e diretti rispettivamente dai maestri Paolo Facincani e Elisabetta Zucca che sono riusciti a mantenere la naturalezza delle voci puerili senza perdere la loro unicità e correre il rischio di diventare un’imitazione della vocalità adulta.
Lo spettacolo elegantissimo e raffinato è stato accolto dal pubblico con un entusiasmo a tratti forse eccessivo. Anche se la partitura spesso tradisce, portando con facilità a lasciarsi trasportare in un inevitabile scoppio di applausi, forse il pubblico dovrebbe anche abituarsi a “rispettare” di più la “sacralità” dell’esecuzione che “impone” per educazione di non applaudire tra un episodio e l’altro della composizione.
La calda estate areniana ha ancora una volta regalato emozioni uniche ed indimenticabili.
Federica Bressan
(15 agosto 2025)
La locandina
| Direttore | Andrea Battistoni |
| Soprano | Erin Morley |
| Controtenore | Raffaele Pe |
| Baritono | Youngjun Park |
| Orchestra e Coro: Fondazione Arena di Verona | |
| Maestro del Coro | Roberto Gabbiani |
| Coro di voci bianche | A.LI.VE. |
| Maestro del Coro | Paolo Facincani |
| Coro di voci bianche A.d’A.Mus | |
| Maestro del Coro | Elisabetta Zucca |
| Programma: | |
| Carl Orff | |
| Carmina Burana | |






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