La vittoria dell’essenzialità nella Bolena secondo Vick al Filarmonico di Verona

Quasi sempre gli spettacoli invecchiano, anche quelli che al loro primo apparire hanno suscitato ammirazione e meraviglia. È inevitabile che ciò accada, specialmente se hanno una forte caratterizzazione “d’autore”: la visione dei loro creatori è legata a sensibilità e gusto nello spirito del tempo (nei casi migliori, lo precedono), come pure alla ricezione dei compositori, che non di rado muta con il proseguire degli studi storici. Portato all’estremo, il discorso giunge fino alla storicizzazione delle messe in scena, e quindi allo spostamento dei valori rappresentativi: un genere di indubbio interesse nel quale l’Arena è capofila e maestra con la “ricostruzione” dell’Aida del 1913.

Nella routine teatrale – tuttavia – è raro che si arrivi a un simile approccio, mentre è frequente il rischio che spettacoli carichi di anni, recuperati per mille buoni motivi (in testa l’ottimizzazione e la riduzione dei costi), finiscano per mostrare la corda. Al Filarmonico di Verona qualcosa del genere è accaduto di recente con Le nozze di Figaro firmate da Mario Martone, uno dei primi approcci del regista napoletano all’opera, che ha dimostrato quanto la sua idea sia cambiata (e in meglio) con il passare del tempo.

Lo stesso non è accaduto con Anna Bolena di Gaetano Donizetti secondo Graham Vick, che ha debuttato domenica nel tripudio di un pubblico entusiasta. A dispetto dei suoi 11 anni di età, infatti, questo spettacolo si è confermato non soltanto un geniale esempio di teatro di regia, straordinario nella fedeltà al testo musicale e poetico all’interno di una sostanziale libertà narrativa, ma un capolavoro d’immagine che sembra concepito ieri, al quale dà un apporto fondamentale e decisivo lo scenografo e costumista Paul Brown.

Raramente il rapporto fra descrizione, citazione e personale rielaborazione raggiunge in effetti un simile virtuosistico equilibrio. La tragedia della seconda moglie di Enrico VIII si svolge in uno spazio “moderno”, una pedana che può ruotare per segnare i cambi di scena e di situazione ed è stanzialmente spoglia, presentando solo pochi “segni” fondamentali – il talamo nuziale, la grande spada che contrassegna il momento del giudizio fatale per Bolena, due monumentali cavalli durante la caccia. Il riferimento all’epoca, la prima metà del Cinquecento, è tuttavia chiarissimo negli elemento traslucidi, spesso trasparenti, quasi sinopie dello stile architettonico Tudor, che salgono e scendono dividendo lo spazio dell’azione, mentre la cornice  regala altri dettagli rivelatori questa volta a livello della psicologia, così straordinariamente scavata nel capolavoro di Donizetti: una distesa di fiori sullo sfondo, prima rossi e poi bianchi, una fitta nevicata al momento del fatale incontro fra Enrico VIII, Anna e il suo antico amore Percy, che diventa una nevicata rosso sangue al momento delle esecuzioni capitali nella torre di Londra. Si aggiungano i costumi, di una ricchezza e di una eloquenza sbalorditivi, disegnati in uno stile post-moderno che aspira all’eleganza del classico e si avrà il quadro di uno spettacolo nel quale la decorazione diventa drammaturgia, e quest’ultima ha comunque un valore rappresentativo e descrittivo di affascinante narrazione. Il tutto al servizio dei valori teatrali e musicali che qui, per la prima volta nella sua carriera, Donizetti porta al calor bianco di un’essenzialità profonda, capace di scavare dentro le forme della tradizione (duetti, terzetti, concertati) per cavarne l’essenza di una innovativa visione tragica del melodramma.

Da sessant’anni Anna Bolena è uno dei luoghi cruciali del belcantismo in epoca moderna, da quando cioè venne riesumata (1957) dalla bacchetta di Gianandrea Gavazzeni – regista Luchino Visconti –  contribuendo potentemente all’edificazione della leggenda di Maria Callas. Questo spettacolo di Vick, peraltro, ha una sua propria “mitologia”, visto che il suo primo apparire al Filarmonico nella primavera del 2007 (uno dei culmini della gestione di Claudio Orazi, avviata di lì a un anno a brusca conclusione dopo il cambio di guida politica a Verona) vide il debutto nel ruolo della protagonista da parte di Mariella Devia, stella del belcanto negli ultimi trent’anni, che fra l’altro proprio in queste settimane ha annunciato il suo ritiro dalle scene.

Quello era un cast di grande rilievo (oltre a Devia, Pertusi, Polverelli e un ventiseienne Meli), ma al cospetto di quest’opera la Fondazione Arena dimostra di essere comunque in grado di mettere in campo notevoli qualità artistiche. La presente edizione vede nel ruolo del titolo Irina Lungu, le cui qualità belcantistiche sono note e che si è fatta valere con una prova importante per nitidezza, eleganza e soprattutto lirismo patetico. La sua linea di canto è meditata, accurata e accorata, svettante quando serve; la tinta è sempre controllata, la coloratura condotta con la necessaria agilità, anche se il formidabile duetto con Giovanna Seymour, all’inizio del secondo atto, si sarebbe giovato di un taglio drammatico più acuminato. E comunque, la sua “gran scena” conclusiva è stata un momento di raffinata e duttile vocalità non meno che di intenso teatro. Al suo fianco, Annalisa Stroppa, pur avendo fatto annunciare un’indisposizione, ha dato all’amica traditrice Seymour accenti di autentica lacerazione interiore grazie al suo bel timbro mezzosopranile, apparso ideale per la scrittura donizettiana, che prevede inquietanti ombreggiature ma anche molti slanci nella zona più alta della tessitura. Sprezzante, impietoso e appassionato è stato l’Enrico VIII di Mirco Palazzi, basso vocato al repertorio belcantistico per l’intelligenza musicale, la consapevolezza stilistica e la qualità del timbro, mentre l’esperto tenore Antonino Siragusa ha dominato con raffinata sicurezza l’impervia parte di Percy, sciorinando acuti sicuri e ben timbrati all’interno di una linea di canto particolarmente mobile e ricca di sfumature. Chiamata a sostituire l’indisposta Martina Belli poche ore prima dell’andata in scena, Manuela Custer ha risolto con efficacia vocale pari all’esperienza scenica il ruolo del menestrello Smeton, mentre nelle parti di fianco si sono disimpegnati con precisione sia il Rochefort di Romano Dal Zovo che l’Hervey di Nicola Pamio. In bella evidenza il coro areniano istruito da Vito Lombardi: impiegato con duttile vena creativa da Donizetti anche in voci separate (solo femminili a fianco di Bolena, solo maschili con il re o Percy), si è disimpegnato con sicurezza e non senza eleganza nel colore e negli accenti.

Ha governato il tutto con sicura musicalità, notevole per equilibrio e precisione nel tessere il rapporto fra scena e orchestra, il giovane direttore Jordi Bernàcer. La sua Anna Bolena mostra chiaramente un Donizetti già ben oltre il rossinismo di maniera e regala dettagli di grande interesse grazie alla sicura scelta dei tempi, alla sottolineatura dei colori (resi al meglio dalla formazione areniana), alla buona evidenza espressiva sia sul versante drammatico-concitato della partitura, che su quello lirico.

Teatro al gran completo, molti applausi a scena aperta, successo vivissimo e prolungato alla fine.

Cesare Galla
(29 aprile 2018)

La locandina

Direttore d’orchestraJordi Bernàcer
RegiaGraham Vick
Scene e costumiPaul Brown
Direttore Allestimenti sceniciMichele Olcese
Personaggi e interpreti:
Enrico VIIIMirco Palazzi
Anna BolenaIrina Lungu
Lord RochefortRomano Dal Zovo
Giovanna Di SeymourAnnalisa Stroppa
Lord Riccardo PercyAntonino Siragusa
SmetonManuela Custer
Sir HerveyNicola Pamio
Orchestra, Coro e Tecnici dell’Arena di Verona
Maestro del CoroVito Lombardi

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