Vicenza: Al Teatro Olimpico l’Inganno è felicissimo

Felice non solo l’Inganno ma anche l’inaugurazione della ventisettesima edizione delle Settimane Musicali al Teatro Olimpico con una messa in scena della seconda delle farse che Rossini, ventiduenne, scrisse per il veneziano Teatro di San Moisè e nella quale il valore dell’esecuzione musicale si coniuga perfettamente con un allestimento intelligente e godibilissimo.

Non ci si lasci fuorviare dalla definizione di “farsa”, che oggidì si identifica con il tono buffo se non comico mentre la sua accezione iniziale ne caratterizza la durata e la disposizione in un atto unico; l’Inganno felice è de facto un’opera semiseria sia per l’argomento che per l’atmosfera musicale.
Il libretto, anch’esso felice, di Giuseppe Maria Foppa scava nell’animo dei personaggi e l’ambientazione nei pressi di una miniera, suggestivamente posta in riva al mare, probabilmente una salina,non è casuale e permette alla musica di andare a sua volta a fondo, esplorando soluzioni armoniche e contrappuntistiche che sostengono melodie che, apprese le lezioni del passato e del presente, si proiettano nel futuro.

Alberto Triola, al suo debutto italiano nella regia, mostra sin da subito una consuetudine innata e profonda con l’ostico spazio teatrale palladiano, mostrando una straordinaria padronanza nel gestirlo in ogni suo angolo più intimo e accompagnando per mano sino in fondo e con grande coerenza la sua idea iniziale.
La lettura psicoanalitica si addice all’Inganno e Triola, grazie anche agli elementi scenici essenziali ed evocativi immaginati da Giuseppe Cosaro e al disegno di luci, perfetto nei suoi rimandi ad atmosfere cinematografiche anni Quaranta, di Giuliano Almerighi, cristallizza la narrazione in uno spazio onirico nel quale la protagonista elaborerà il suo blocco tornando finalmente ad amare, riconoscendo gli altri come esseri autonomi e non come sue proiezioni.

Durante la Sinfonia Isabella, unica donna e vera protagonista, viene privata nel sonno della bambola che stringe a sé, simbolo di un amore forte ma imperfetto; Ormondo, il vilain che la desidera e il suo gregario Batone sono i responsabili del furo. Isabella si reinventerà in un percorso catartico nel quale il saggio minatore Tarabotto fungerà da terapeuta. I pensieri di Isabella e del duca Bertrando, potente incapace di gestire il potere, suo sposo sono resi visibili da Triola attraverso l’uso di due alter ego danzanti che nel corso dell’opera si cercano e si respingono, uniti e divisi per poi ricongiungersi alla coppia rientrando nelle rispettive coscienze. Alla fine Isabella, inizialmente vestita di bianco (i costumi di Giuseppe Cosaro e Sara Marcucci sono ben concepiti), indosserà lo stesso vestito rosso della bambola rapita, in una significativa consapevolezza dell’avvenuta elaborazione del suo trauma psicologico che le permetterà di perdonare Batone, condannando allo stesso tempo Ormondo e accettando il suo sposo ritrovato.
Lo studio sui personaggi è approfondito, i movimenti sono brevi e densi; Triola gioca sugli sguardi, sui piccoli gesti, sul non detto e lo fa a tempo di musica, benissimo.

Giovanni Battista Rigon, con la complicità dell’Orchestra di Padova e del Veneto dirige al cembalo con mano anch’essa felice, prediligendo una narratività in filigrana e cesellando dinamiche che permettono alla narrazione musicale di aprirsi in un ampio ventaglio di colori e intenzioni.

Eleonora Bellocci, giovanissima e capace di liberarsi in fretta da qualche timore iniziale, disegna un’Isabella ben sfaccettata e ricca di accenti. La voce risulta in qualche momento un po’ acerba, soprattutto negli acuti, ma il materiale c’è ed è davvero rimarchevole.
Splendido il duca Bertrando di Patrick Kabongo, voce baciata dalle Muse, poggiato su una linea di canto duttile e un fraseggio vivido e rigoglioso.

Daniele Caputo Tratteggia un Tarabotto dalla vocalità solida e una caratterizzazione sempre convincente, ponendosi a confronto con l’altrettanto ben risolto Batone di Sergio Foresti, sempre attento a non eccedere in macchiettismi e misurato nel gesto. Bene l’Ormondo rabbioso e pavido di Lorenzo Grante.

Bravi e mai soverchi nell’azione, i due alter ego, ovvero Clelia Fumanelli, che firma la calibrata coreografia, e Libero Stelluti, anche aiuto regista.

Olimpico pieno come non mai e successo rotondo e meritato.

Alessandro Cammarano  

(Vicenza, 1 giugno 2018)

La locandina

Direttore e maestro al cembaloGiovanni Battista Rigon
RegiaAlberto Triola
SceneGiuseppe Cosaro
CostumiGiuseppe Cosaro e Sara Marcucci
Aiuto regiaLibero Stelluti
Lighting designerGiuliano Almerighi
CoreografieClelia Fumanelli
BertrandoPatrick Kabongo
IsabellaEleonora Bellocci
OrmondoLorenzo Grante
BatoneSergio Foresti
Tarabotto​Daniele Caputo
Alter ego di IsabellaClelia Fumanelli
Alter ego di BertrandoLibero Stelluti
Orchestra di Padova e del Veneto

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