Vicenza: con lo Scharoun Ensemble vince Henze

Se in locandina compare la scritta “Berliner Philharmoniker”, la serata è per definizione di alto lignaggio musicale.

In attesa – accadrà mai? – che qualche felice congiunzione astrale e finanziaria renda possibile l’approdo a Vicenza della Filarmonica della capitale di Germania (peraltro non così di rado in scena a pochi chilometri di distanza, lungo la direttrice Venezia-Verona), capita intanto di potersi concedere un assaggio con qualcuna delle formazioni cameristiche che discendono dalla grande orchestra e hanno il diritto di fregiarsi dell’illustre marchio. In anni ahimè non più recenti, a cavallo fra il ventesimo e il ventunesimo secolo, si erano affacciati da queste parti sia il Quintetto che il Sestetto d’archi dei Berliner.

L’altra sera il giro si è allargato con il debutto vicentino – sala grande del Teatro Comunale – dell’Ensemble Scharoun, intitolato all’architetto che progettò fra gli anni Cinquanta e i primi Sessanta la Philharmonie, l’edificio a sua volta mitico che è la casa madre dell’orchestra, fra il Tiergarten e la Potsdamerplatz, fino a trent’anni fa a poche centinaia di metri dal Muro.

Trattasi di una formazione a composizione variabile fra Settimino, Ottetto e Nonetto, nella composizione classica in cui agli archi si aggiungono clarinetto, fagotto e corno. Questa duttilità consente un’ampiezza di repertorio molto interessante, tanto più che gli interessi musicali dello Scharoun fanno sì che non manchi mai un focus sulla musica del Novecento.

Lo hanno dimostrato anche a Vicenza – ospiti della Società del Quartetto nel tradizionale concerto per il Giorno della Memoria – proponendo una serata dal programma decisamente inedito. Si partiva dalla trascrizione delle Variazioni op. 9 di Brahms su un tema di Schumann, realizzata per Ottetto classico dal compositore tedesco Detlev Glanert (amburghese, classe 1960).

Trascrizione d’autore, quindi, “personalizzata” se così si può dire, con qualche interessante soluzione nel dialogo timbrico fra archi e fiati e anche con qualche sprezzatura ritmica che probabilmente va oltre l’assunto brahmsiano.

Si proseguiva con le quattro Fantasie per Ottetto di Hans-Werner Henze (1926-2012) eclettico e geniale compositore che ha trascorso la maggior parte della sua vita in Italia e che “ricicla” qui alcune pagine della Kammermusik del 1958 per voce, chitarra e strumenti.

Si approdava infine, nella seconda parte, al rassicurante Settimino di Beethoven (opus 20, 1800): un omaggio alla tradizione settecentesca della musica d’intrattenimento che ha il suo fascino maggiore nella contiguità balenante fra una rassicurante scrittura “alla Mozart” e i segni intermittenti e ancora “imbrigliati” della travolgente autonomia creativa del trentenne compositore.

E certo colpisce che negli stessi anni venisse alla luce la Sonata per pianoforte “Patetica”, l’op. 13, anche se si sa che in quel periodo le istanze più innovatrici Beethoven le affidava proprio alla tastiera del pianoforte. E che nel giro di due anni il compositore cominciasse a scrivere la sua Terza Sinfonia, la rivoluzionaria Eroica.

Un ampio e diversificato panorama di stile e di scrittura musicale, dunque, che gli strumentisti dei Berliner (Christophe Horak e Rachel Schmidt violini, Micha Afkham viola, Claudio Bohórquez violoncello, Peter Riegelbauer contrabbasso, Alexander Bader clarinetto, Markus Weidmann fagotto e Stefan de Leval Jezierski corno) hanno affrontato e risolto con indubbia pertinenza analitica e di pensiero interpretativo, ma non senza qualche discontinuità strumentale, pur nella scioltezza del fraseggio.

Un tratto più evidente, questo, in certi passaggi del Settimino beethoveniano, dove si sono notate alcune imprecisioni del corno (che ha qui ruolo fondamentale), peraltro capace anche di magnifiche sfumature e di notevole agilità, e del primo violino. Dettagli che non possono far dimenticare la magnifica tinta dell’insieme, la ricchezza delle sfumature dinamiche e nei tempi, il magnifico colore del clarinetto e del violoncello.

In realtà, al di là della seducente “complicità” espressiva del Settimino, il clou della serata è consistito probabilmente nell’esecuzione delle Fantasie per Ottetto di Henze, rese con tutta la necessaria fluidità di colore e di invenzione.

Esecuzione rigorosa e musicalissima, capace di illuminare la magnificenza della scrittura di Henze, fino alle magistrali atmosfere sospese dell’Adagio conclusivo. Prova provata che anche nel 1963 (a quell’anno risalgono le Fantasie), nel periodo in cui imperversava l’avanguardia più radicale e irriducibilmente “autistica” (nel senso che rifiutava ogni esperienza di comunicazione espressiva autentica), si poteva scrivere musica di sontuosa e coinvolgente qualità. Legata alla tradizione eppure assolutamente “moderna”.

Pubblico folto, al Comunale, e prodigo di applausi fino al bis nel nome di Schubert, con un’esecuzione del “Menuetto” dell’Ottetto in Fa maggiore di autunnale, malinconica poesia.

Cesare Galla
(24 gennaio 2019)

La locandina

Christophe Horak violino
Rachel Schmidt violino
Micha Afkham viola
Claudio Bohorquez violoncello
Peter Riegelbauer contrabbasso
Alexander Bader clarinetto
Markus Weidmann fagotto
Stefan de Leval Jezierski corno
Programma
Johannes Brahms Variazioni su un tema di Schumann op. 9 (trascrizione per ottetto di Detlev Glanert)
Hans Werner Henze Quattro Fantasie per Ottetto
Ludwig van Beethoven Settimino op. 20

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