Vicenza: Don Giovanni dissoluto impunito
Rappresentare il Don Giovanni, summa del teatro in musica di ogni tempo, non è mai un gesto neutro, e lo è ancor meno quando si sceglie il Teatro Olimpico per restituirlo al pubblico; perché lì, dove le prospettive lignee di Vincenzo Scamozzi simulano il marmo e l’architettura di Palladio si fa finzione teatrale, ogni opera assume un valore metafisico, ogni gesto dialoga con la memoria.
Non sorprende dunque che Iván Fischer, ancora una volta nella doppia veste di direttore e regista, abbia scelto questo luogo per un Don Giovanni – produzione di punta dell’ottava edizione del Vicenza Opera Festival e prima di una trilogia Mozartiana che prevede, rispettivamente nel 2026 e nel 2027, la Zauberflöte e Così fan tutte – che vorrebbe interrogare non solo l’archetipo mozartiano, ma anche la stessa natura del teatro e del “giudizio”.
L’idea centrale della regia è chiarissima: eliminare il finale morale della versione di Praga, rinunciando alla punizione e alla riconciliazione collettiva. Don Giovanni non viene né condannato né redento, ma semplicemente si dissolve, lasciando dietro di sé un vuoto assoluto.
A chiudere l’azione, dunque, non è la trascendenza, ma la ragione umana, evocata dalle figure animate che popolano la scena; non gli Accademici ritratti nel Frons Scenae, ma la moltiplicazione delle statue – rese vive dall’Ensemble di danza della Ivan Fischer Opera Company e dagli Studenti della University of Theatre and Film Arts, Budapest che si muovono sulle indicazioni coreutiche, un po’ in stile Wedgwood, di Georg Asagaroff e Fanni Czvikli – che abitano le vie di Tebe immaginate da Scamozzi, doppi silenziosi, che osservano e giudicano, incarnando l’ordine e il controllo, il tutto in un costante salire e scendere dei protagonisti dai piedistalli mobili immaginati da Andrea Tocchio cautore anche delle luci.
È l’esatto contrario di quanto fece Joseph Losey quando nel 1979 dette vita al suo Don Giovanni cinematografico: là dove il regista britannico usava l’architettura palladiana – non solo quella dell’Olimpico – come simbolo del potere e della morte, Fischer ne fa un organismo vivo, che osserva e giudica. Non è la statua del Commendatore a punire il protagonista, ma il teatro stesso — la cultura, la Storia, la Ragione — a negargli l’assoluzione.
L’idea sarebbe di per sé affascinante, ma nel suo sviluppo resta più concetto che teatro: la metamorfosi si intuisce più che si vive, e il simbolismo, pur sobrio e coerente, non riesce a farsi perturbante e tutto sembra affidarsi ad una pallida routine – con alcune “leggerezze” come lo spinello, rigorosamente virtuale, che Don Giovanni fa girare tra i villici durante “Metà di voi là vadano” – solo in parte mitigata dai bei costumi settecenteschi di Anna Biagiotti.
Al contrario la lettura musicale di Fischer è esemplare per equilibrio e trasparenza.
La Budapest Festival Orchestra — di cui il direttore è fondatore e anima — offre una resa luminosa e di stupefacente precisione timbrica; gli archi suonano con un nitore setoso, l’articolazione è elastica, il vibrato dosato con cura, mentre i legni emergono con chiarezza quasi cameristica.
Fischer dosa le dinamiche con mano sapiente: il suono si espande e si ritrae come un respiro, sempre al servizio del testo, mai a effetto; ne risulta una lettura vivida, capace di combinare la precisione filologica con un’energia teatrale in continuo fluire.
Ottima, con qualche non secondario distinguo, la compagnia di canto.
Andrè Schuen restituisce un Don Giovanni di grande raffinatezza psicologica; il baritono ladino evita ogni eccesso di ostentata virilità e costruisce un personaggio complesso, dominato da una sensualità intellettuale, quasi astratta. La voce, densa di sfumature notturne e perfettamente controllata, si piega a un fraseggio scolpito – la Serenata è un capolavoro di liederismo – sempre pensato in rapporto con l’orchestra.
Al suo fianco, Luca Pisaroni si conferma interprete di riferimento nel ruolo di Leporello: presenza scenica naturale, dizione limpida, tempismo impeccabile. La sua ironia è asciutta, mai caricata, lasciando intravedere sotto la maschera del servo una sottile e costante inquietudine.
Maria Bengtsson è una Donna Anna di notevole autorevolezza vocale, precisa nei passaggi di agilità e penetrante nella linea drammatica che si dipana con autorevolezza sino a giungere a un “Non mi dir” da antologia.
Miah Persson, Donna Elvira, canta con gusto e tecnica; peccato che a tratti la voce mostri il trascorrere del tempo e le manchi quel quid di pedanteria disperata che pure farebbe parte del personaggio.
Bernard Richter, Don Ottavio, offre un canto elegante, levigato, di gusto classico, ma che tuttavia pecca di un certo qual autocompiacimento che si evidenzia in una stentoreità fin troppo esibita.
Samantha Gaul, subentrata all’indisposta Giulia Semenzato nei panni di Zerlina, conquista per freschezza e intelligenza interpretativa: voce agile, timbro luminoso e una felice naturalezza, mentre Daniel Noyola dà a Masetto una solida presenza vocale e scenica. Krisztián Cser presta al Commendatore un timbro grave e autorevole, perfettamente coerente con la simbologia visiva del suo ruolo.
Alla fine, successo pieno per tutti, con applausi particolarmente calorosi per Schuen, Pisaroni, Bengsson e naturalmente Fischer.
Si replica, a teatro esaurito da mesi, il 1º e il 2 novembre prossimi.
Alessandro Cammarano
(30 ottobre 2025)
La locandina
| Direttore e regia | Iván Fischer |
| Scene e luci | Andrea Tocchio |
| Costumi | Anna Biagiotti costumi |
| Movimenti scenici | Georg Asagaroff e Fanni Czvikli |
| Personaggi e interpreti: | |
| Don Giovanni | Andrè Schuen |
| Leporello | Luca Pisaroni |
| Donna Anna | Maria Bengtsson |
| Donna Elvira | Miah Persson |
| Don Ottavio | Bernard Richter |
| Zerlina | Samantha Gaul |
| Masetto | Daniel Noyola |
| Commendatore | Krisztián Cser |
| Ensemble di danza della Ivan Fischer Opera Company | |
| Studenti della University of Theatre and Film Arts, Budapest | |
| Budapest Festival Orchestra | |














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