Vicenza – Festival Spazio & Musica. Fabio Missaggia su Bach e Telemann

Da oltre vent’anni il festival “Spazio & Musica” realizza a Vicenza il miglior connubio fra i luoghi e i suoni della bellezza. In questo due decenni, il progetto ideato dal violinista Fabio Missaggia, che è una delle colonne del dipartimento di Musica Antica del conservatorio “Pedrollo”, non solo ha esplorato il noto e il meno noto (talvolta il raro in assoluto) della musica fra Rinascimento e primo Classicismo, ma ha anche rivelato al pubblico che la città del Palladio non è fatta solo  delle architetture monumentali che tutti conoscono, ma anche di spazi talvolta sconosciuti o meno apprezzati, oratori chiese o palazzi notevoli sia dal punto di vista storico-artistico sia per la possibilità di farvi proficuamente musica.

Questo non toglie che ogni anno un passaggio obbligato della rassegna sia il Teatro Olimpico, dove il ventunesimo festival – intitolato “Meraviglie barocche da Monteverdi a Bach” – si è aperto l’altra sera “ricordandosi” molto opportunamente che fra gli anniversari di questo 2017 c’è anche il 250° della morte di Georg Philipp Telemann. Del quale chi scrive non ricorda di avere sentito in questi mesi, prima di lunedì, una sola nota in concerto.

L’inedita e meritoria celebrazione è stata “officiata” dai Musicali Affetti, l’ensemble fondato dallo stesso Missaggia, con la partecipazione dell’oboista e direttore Alfredo Bernardini e del controtenore Aurelio Schiavoni. E aveva un ulteriore elemento di interesse in un programma che nella seconda parte metteva a confronto il musicista di Magdeburg con il suo quasi contemporaneo Bach.

La storia e l’arte hanno da tempo emesso la loro sentenza: anche se Telemann fu in vita molto più noto e apprezzato di Bach, oggi le parti sono capovolte. Al primo, l’immensa produzione (non meno di 5 mila composizioni, è stato calcolato) e la fluviale “facilità” in tutti i generi servirono finché visse, ma lo hanno danneggiato in seguito. Forse anche solo per la difficoltà di “pescare” in quegli immensi giacimenti quanto ci sia di notevole, separandolo dalla routine, che ovviamente era preponderante.

Ma il notevole c’è, e ne ha dato prova il concerto dei Musicali Affetti. L’Ouverture in Mi maggiore per oboe d’amore e archi, ad esempio, è un piccolo gioiello di eclettismo, una composizione esemplare per capire quanto un autore della Germania del Nord come Telemann fosse attratto dallo stile francese con la sua multiformità ritmica esemplata su una serie vastissima di Danze. Certo, si può osservare che in una pagina del genere queste Danze (Rigaudon, Rondeau Hanaquoise, Passepied, Menuet e perfino una “Arlequinade”) sono di gran lunga meno stilizzate e quindi universali di come le scriveva a Cöthen il suo collega Bach. Ma ci sono in questa partitura una vivacità, una brillantezza anche nel gioco fra le sezioni degli archi e la tinta elegante dell’oboe d’amore, che offrono un’idea molto chiara del motivo per cui alla sua epoca Telemann riscuoteva un gran successo. Ascoltando questa Ouverture, viene quasi spontaneo battere il piede per segnare il tempo: merito della naturalezza coinvolgente del compositore come pure della vivacità dell’interpretazione, scandita e timbricamente seducente, realmente coinvolgente, capace di fare di ogni Danza un piccolo mondo a sé.

Il capitolo-Telemann della serata comprendeva anche una Cantata sacra (una delle 1.023 che ci sono arrivate…) per contralto, oboe e archi, sul tema della Resurrezione: due Arie di netta impronta teatrale (ambito nel quale pure il compositore fu attivo), dall’esultante vitalità, che il controtenore Schiavoni ha risolto con elegante cura nel fraseggio, mettendo in evidenza un timbro fascinoso specialmente nella zona centrale della tessitura. E c’è stato spazio anche per un esempio delle inclinazioni stilistiche “italiane” di Telemann, con un Concerto per oboe e archi (nella forma quadripartita “da chiesa”, che alterna movimenti lenti e svelti) del quale l’esecuzione ha sottolineato il gusto per le sorprese armoniche e melodiche, che attraversano il rigore della struttura e lo scompaginano.

Quanto a Bach, la scelta è caduta sulla severa Cantata BWV 170 (Lipsia 1726), una delle uniche tre scritte dal Cantor per voce di contralto, che non prevede coro e non presenta il Corale conclusivo. Il tema è il sollievo dell’anima nell’abbandonare questo mondo, intriso di peccato: le tre Arie della Cantata sono quindi delineate secondo una forte dimensione introspettiva agli antipodi rispetto all’estroversa letizia di Telemann. E certo qui la scrittura è profonda, meditabonda, notevole anche per gli squarci concertanti, affidati all’oboe e all’organo. Tutto reso con impeccabile evidenza stilistica sia dagli strumentisti che da Schiavoni, il cui timbro scuro è parso molto appropriato al clima espressivo della composizione.

In precedenza, lo spirito concertante di Bach era stato sottolineato nell’esecuzione della ricostruzione per oboe e cembalo solisti del Concerto BWV 1059, della cui versione “originale” sono rimaste soltanto nove misure. Una bella vetrina per l’eleganza virtuosa sia di Alfredo Bernardini che di Lorenzo Feder al cembalo, nella misurata e incisiva cornice del tutti realizzato dai Musicali Affetti secondo un approccio che nulla toglie, in nome della filologia, alla ricchezza del suono.

Pubblico discretamente numeroso e prodigo di applausi. Per bis, un Corale bachiano dedicato da Missaggia alla memoria del suo maestro Giovanni Guglielmo, scomparso lo scorso 13 agosto.

Cesare Galla

(Vicenza, 11 settembre 2017)

La locandina

I Musicali Affetti
AltoAurelio Schiavoni
ClavicembaloLorenzo Feder
Violino di concertoFabio Missaggia
Direttore e solistaAlfredo Bernardini
Musiche di G.Ph.Telemann e J.S.Bach

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