Vicenza: gli aficionados acclamano Erskine
Com’era il suono degli anni Ottanta? Dopo le turbolenze anche estreme dei Settanta, com’era, da dove veniva e cosa ci dava quel suono? Di sicuro era un sound variegato come il cubo di Rubik che allora impazzava: aveva sei facce ma infinite permutazioni. E una delle facce di quel suono era quella della nuova fusion music degli Steps Ahead che, per tanti di noi in viaggio, prendeva forma dal girare del nastro di una cassetta dentro al walkman.
Il progetto (parola abusata ma talvolta utile) con cui Peter Erskine si presentava nella sala maggiore del Teatro Comunale di Vicenza, per la data di inaugurazione della stagione, si chiamava “Steps into the Weather”, alludendo chiaramente alle due band nelle quali era stato lui stesso il batterista e che comunque avevano segnato una bella fetta dei gusti musicali di quel periodo: “Steps Ahead” e “Weather Report”.
Eppure, alla fine della serata (sala praticamente piena come, neanche nelle più rosee, ci si sarebbe immaginato), il suono con cui si usciva da teatro era quello degli Steps (non certo degli Weather) ma sentito e visto col cannocchiale di quarant’anni dopo, un po’ ovattato, a tratti chamber fusion music (che sembrerebbe un ossimoro ma a pensarci bene può non esserlo); insomma, una fusion nel museo.
A dare il senso di questa percezione, prima ancora dell’ospite speciale in scena (il cosiddetto featuring), è stata la scelta di Erskine per un volume di suono complessivo abbastanza basso, quasi da home music, tutto sommato anomala per questo tipo di musica che quando nacque era per molti versi prossima anche al jazzrock. Che è un’opzione, questa del volume contenuto, fatta proprio da Erskine da ormai tanti anni ma evidentemente aumentata con il passar del tempo: steps into the weather, certi passi nel tempo, più o meno. Dopo la sbornia Weather Report, con quel muro di suono tirato su sin dal suo primo anno con la band (mitica si usa dire oggi, dato che era completata da Wayne Shorter, Joe Zawinul e Jaco Pastorius: qualcuno ricorderà gli album “Mr. Gone” in studio e “8.30” live), è come se Erskine avesse iniziato un lavoro di disintossicazione che non si è ancora concluso.
Ma non dimentichiamo l’ospite, il vibrafonista Mike Mainieri, oggi ottantasettenne, allora anima degli “Steps Ahead”, band si direbbe di culto per chi amò farsi sorprendere da una fusion controllata, molto “arrangiata”, certamente poco sperimentale (ma in fondo sperimentali non lo erano più neanche i Weather), eppure capace di incantare anche per la raffinatezza l’eleganza sonora del vibrafono, appena velata di elettrico, ma soprattutto per la creatività della voce di punta, quella del sax tenore di Michael Brecker.
Quando, al terzo brano, è entrato in scena il vecchio Mainieri, la platea aveva cominciato ad acclimatarsi in quella bolla sonora molto acustica, così che alle prime note di Pools qualcuno ha sperato persino che si potesse palesare anche Brecker (cosa impossibile, come si sa, da quasi vent’anni, perché il tempo passa inesorabile) e il valoroso Bob Sheppard ha ben capito che gli conviene fare la sua parte nel dar forma al suono da camera, non certo nello spettinare il pubblico, suonando a palla, dentro e fuori le armonie.
Fra l’altro, il bassista era Matthew Garrison, e questa è una storia nella storia. Era nato nel 1970 dalla relazione fra Jimmy Garrison, il contrabbassista del quartetto di John Coltrane, e la danzatrice-coreografa di San Francisco Roberta Escamilla Garrison (che oggi ha più di 85 anni); il ragazzo segue la madre che si stabilisce a Roma dove cresce sino ai 18 e infatti ancora oggi parla italiano con accento de Roma, anche se poi è tornato negli States e colà ha abitato col padrino, cioè uno dei batteristi dei batteristi, Jack DeJohnette, morto qualche giorno fa. Nel frattempo, secondo il New York Times diventa “an electric bass virtuoso” e suona, fra gli altri, con Herbie Hancock e poi con Whitney Houston. Questo per dire che pare un po’ strano che un tipo così non faccia nemmeno un assolo in tutta la serata al Comunale di Vicenza, mentre il bravo artigiano Cédric Hanriot ne sforna a iosa fra piano e tastiere: probabilmente è invece solo la riprova che è giusto la musica che conta e nella musica di Erskine e la sua Dr. Um Band il basso deve fare essenzialmente il suo lavoro (cosa per altro che Matt Garrison fa benissimo).
Dopo Pools non può che venire Islands e il ricordo degli Steps prende forma totalmente, anche se riposto nella teca, con l’aureola sopra. Tanto che quando, per due brani esce Mainieri, anche Speechless di Jaco Pastorius pare sempre un brano degli Steps o quantomeno degli Steps che interpretano il Weather sound. È giusto allora finire la serata con Northern Cross che, dal repertorio Steps, la Dr. Um Band ha da tempo fatto suo. Il clima sonoro cresce, si direbbe quasi finalmente e il pubblico si è ormai convinto di aver ritrovato il suono anche energico degli anni di gioventù. Chiama convintamente il bis e arriva Dee Minor di Mainieri: non illudiamoci e rimettiamo i piedi per terra perché qui il basso di Garrison va in quattro come neanche suo padre. La great night con la mainstream fusion di Erskine e Mainieri riporta tutti a casa, contenti di aver ritrovato un pezzetto di perduta gioventù.
Intanto è partita una nuova stagione di musica e spettacolo che da qui al prossimo maggio condurrà al trentennale di Vicenza Jazz: la clessidra è stata girata e la dolce attesa è iniziata. A maggio, voglioso di uscire, nascerà settimino.
Francesco Gallio
(5 novembre 2025)
La locandina
| Batteria | Peter Erskine |
| Vibrafono | Mike Mainieri |
| Piano/tastiere | Cedric Hanriot |
| Sax | Bob Sheppard |
| Basso | Matthew Garrison |










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