Vicenza: Isabelle Faust, un violino storicamente consapevole per Beethoven

Le dieci Sonate per violino e pianoforte di Beethoven sono un arcipelago musicale assai vario. Svetta naturalmente la più famosa di tutte, la corrusca e tempestosa “Kreutzer”, che appartiene da tempo alla mitologia non solo beethoveniana (merito – o demerito – anche del romanzo di Tolstoj), ma che a prescindere da questo costituisce un “manifesto” del pensiero del musicista fin dalla dicitura apposta sul frontespizio dell’edizione a stampa: “Sonata […] scritta in uno stile molto concertante, quasi come di un concerto”. La musica da camera che tende ad andare oltre se stessa, a raggiungere una dimensione nuova, non più necessariamente domestica. All’epoca in cui nasceva un simile capolavoro (1802-1803), “Sonata da concerto” era quasi un ossimoro, una contraddizione in termini che peraltro affermava definitivamente molte novità già delineate in diversa misura anche nelle prove precedenti: un diverso rapporto fra i due strumenti, dialettico e paritetico, una dimensione sonora ben più eloquente. Una diversa, monumentale dimensione tout court: 40 minuti, qualcosa di mai sentito prima in questo genere.

In realtà, anche le altre “isole” di questo affascinante arcipelago mostrano che Beethoven, sulla scorta delle Sonate della maturità di Mozart, aveva intrapreso un percorso decisamente importante e autonomo, magari nelle prime prove più allineato con le ragioni formali del salisburghese, ma fervido di soluzioni e di potenziali sviluppi che infatti puntualmente arrivarono al culmine con il grande capolavoro. Semmai è da sottolineare che la Kreutzer rappresenta quasi un punto di arrivo, un “nec plus ultra”. Dovranno passare dieci anni perché il compositore torni a questo genere, con la Sonata op. 96, che è del 1812 e si colloca dunque all’ingresso della fase ultima della creatività beethoveniana.

Nel suddividere questa magnifica materia musicale per un’esecuzione integrale in più serate, si possono adottare metodi diversi, da quello cronologico a quello più attento ai “contenuti”, alle caratteristiche delle singole composizioni. Questa seconda possibilità sembra essere stata adottata dalla violinista Isabelle Faust e dal pianista Alexander Melnikov, almeno a giudicare dall’inaugurazione della nuova “integrale” beethoveniana messa in cantiere dalla Società del Quartetto, per i cui concerti già si sta svolgendo un viaggio nelle Sonate pianistiche secondo Filippo Gamba.

Il programma del duo era infatti dedicato nella prima parte alla coppia delle Sonate che costituiscono il punto mediano della raccolta, ovvero l’op. 23 (n. 4) e l’op. 24 (n. 5), dalla metà dell’Ottocento nota con il titolo apocrifo di “Primavera”. Nella seconda parte, spazio alla conclusiva op. 96 (n. 10). Pensate per essere accoppiate anche editorialmente, come era stato nei casi delle tre dell’op. 12 e dell’op. 30, le due composizioni che hanno aperto la serata offrono un clima espressivo decisamente diverso fra l’una e l’altra e per molti aspetti complementare. Una certa inquietudine percorre l’op. 23, non a caso nella tonalità di La minore, mentre una radiosa tranquillità anima l’op. 24, che appartiene al novero non frequente ma illuminato da brillantissime gemme delle composizioni più serene di Beethoven, come in campo pianistico la Sonata op. 53, “Aurora”. Quanto all’op. 96, composta nei mesi in cui nascevano la Settima e l’Ottava Sinfonia, ma anche il quartetto per archi “Serioso” (op. 95) e l’ultimo Trio con pianoforte, intitolato all’Arciduca Rodolfo, ci si trova di fronte a un capolavoro meditabondo e introspettivo, che commisura la dialettica concertante nel dialogo fra violino e pianoforte con una già evidente intenzione speculativa – come sempre più si affermerà nel tardo stile. E non a caso, la forma attraverso la quale questa riflessione si sviluppa è quella della Variazione, che nell’ultimo movimento porta il tradizionale Rondò nei territori della libertà espressiva e di suono che è un po’ la firma dell’ultimo Beethoven.

Con il suo magnifico Stradivari “Bella Addormentata” del 1704 (il curioso appellativo deriva dalle vicende di questo strumento, rimasto inutilizzato per un secolo e mezzo), Isabelle Faust affronta le Sonate beethoveniane secondo un approccio storicamente consapevole che è la via mediana fra la tradizione interpretativa romantica tipica di larga parte del Novecento e quella più rigorosamente e forse aridamente filologica che ha caratterizzato l’ultimo quarto del secolo scorso. Lo si coglie nell’essenzialità del suono con cui le op. 23 e 24 vengono cesellate, secondo tempi piuttosto stringati e con ricchezza di sfumature dinamiche dentro a un fraseggio comunque rotondo e ampio, favorito dall’uso di un archetto moderno (e quindi più lungo e folto di quelli di primo Ottocento). L’esecuzione gioca sul rapporto fra le caratteristiche del suono in una serie di contrasti tipicamente beethoveniani e risulterebbe comunque nettamente orientata verso lo spirito mozartiano, non fosse per l’apporto di Melnikov, che riesce nel piccolo miracolo di realizzare un perfetto equilibrio timbrico e fonico senza rinunciare a sottolineare l’irruenza e la profondità espressiva tipica della scrittura pianistica del compositore tedesca all’epoca di queste composizioni, l’anno 1800.

Se nella prima parte Isabelle Faust privilegia un suono per certi aspetti vagamente esangue, al cospetto della Sonata op. 96 balza subito chiaro il cambio di “temperatura”, richiesto del resto da una scrittura che non rinuncia a un certo impiego di corde doppie, risolto dalla violinista tedesca con temperamento vigoroso per quanto sempre controllato e maggiore corposità timbrica anche in virtù di un più franco uso del vibrato. Ne esce una definizione stilistica impeccabile: come se il fuoco della “Kreutzer” avesse bruciato le scorie della passione, lasciando il calore di una intimità molto più matura e riflessiva. Anche qui, impeccabile riscontro dialogico da parte di Melnikov, grazie a una sintonia con la violinista evidentemente sperimentata e matura.

Pubblico non da tutto esaurito al Comunale di Vicenza, ma accoglienze di grande calore. Come bis un’anticipazione, forse, del prossimo concerto: l’esuberante Rondò della Sonata op. 12 n. 3.

Cesare Galla
(24 febbraio 2019)

La locandina

ViolinoIsabelle Faust
PianoforteAlexander Melnikov
Programma:
Integrale delle sonate per violino e pianoforte di Beethoven – primo concerto
Sonata in la minore n. 4 op. 23
Sonata in fa maggiore n. 5 op. 24 “La Primavera”
Sonata in sol maggiore n. 10 op. 96

0 0 vote
Vota l'articolo
Iscriviti
Notificami

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

0 Commenti
Inline Feedbacks
View all comments