Vicenza: La nobile eleganza del Beethoven di Gamba

Beethoven è in ritardo di quasi un anno. Naturalmente, lo si dice per gusto del paradosso. Uno avanti come Ludwig van, per definizione non può essere in ritardo: anzi, appare quasi sempre in anticipo, sul quadrante della storia e a maggior ragione su quello della musica. Molto più semplicemente, il ritardo è di Filippo Gamba, l’eccellente pianista veronese cui la Società del Quartetto di Vicenza ha affidato l’esecuzione dell’integrale delle Sonate per pianoforte del genio tedesco. Il progetto di Gamba, infatti, era di “centellinare” il complesso percorso dipanandolo all’insegna di una meditata lentezza, con un concerto – massimo due – ogni dodici mesi. Al giorno d’oggi, la scelta è insolita: molti suoi colleghi, di fronte alla temibile intrapresa, fanno l’esatto contrario, sottoponendosi e un vero e proprio tour de force. È chiaro che Gamba segue altri percorsi, sia per quanto riguarda la sua personale “elaborazione” del monumentale corpus creativo che per quanto riguarda la modalità di trasmetterla al pubblico.

Sta di fatto che il calendario dei concerti non è più quello pensato inizialmente. Il programma dell’altra sera era previsto esattamente un anno fa (aprile 2017, come riporta il sito Internet del pianista). Si dovrebbe ormai essere oltre la metà strada, con sei concerti già realizzati, e invece siamo solo al quarto. Cronologicamente parlando – visto che Gamba è originale anche nella sua scelta di seguire un rigoroso ordine cronologico – abbiamo appena scollinato nell’Ottocento e manca tutto il ventennio che cambierà il mondo del pianoforte e più in generale della musica, fra il Chiaro di Luna e la Sonata op. 111. Che a questo punto, salvo recuperi sempre possibili, farà la sua comparsa al teatro Comunale di Vicenza fra quattro anni, nella primavera del 2022.

Il programma dell’altra sera era peraltro di straordinario interesse, una sorta di ristretta monografia dentro all’integrale. Allineava infatti quattro lavori messi a punto fra 1800 e 1802, le Sonate op. 22, op. 26, op. 27 n. 1 e 2. Pezzi in qualche caso celeberrimi (l’op. 26 contiene una formidabile Marcia funebre, incunabolo del grande affresco della Sinfonia Eroica, l’op. 27 n. 2, il Chiaro di Luna, appunto, è una delle composizioni cui è affidata l’universale popolarità beethoveniana, e a buon diritto), comunque di enorme interesse sia per quanto riguarda l’approccio di Beethoven alla forma sia per l’esplorazione delle possibilità espressive dello strumento pianoforte, che raggiunge un primo culmine di straordinaria potenza soggettiva.

Nelle due Sonate op. 27, l’espressamente indicata vicinanza al genere della Fantasia, per quanto attenuata (“quasi una Fantasia”), esprime senza possibilità di equivoco l’obiettivo del compositore: un approccio improvvisatorio, il più possibile libero anche se mai le coordinate tradizionali vengono scardinate davvero, neppure all’interno dei tre movimenti del rivoluzionario Chiaro di Luna, incastonati l’uno dentro all’altro senza soluzione di continuità.

Nelle due Sonate precedenti, la ricerca appare evidente nelle multiformi scelte formali. Della Marcia funebre si è detto, ma nella stessa op. 26 il primo movimento, mozartianamente, è un tema con Variazioni in tempo lento e così la successione delle quattro parti disegna lo schema di una Sonata da chiesa (lento-veloce-lento-veloce), Nell’op. 22 la tradizionale successione dei movimenti  è rispettata all’esterno, ma sottoposto a una radicale “critica” all’interno, per scelte compositive – particolarmente eclettici i piani armonici, sempre forti i contrasti dinamici – che rendono la non eccelsa invenzione melodica una condizione secondaria.

Al cospetto di questo crogiolo creativo, Filippo Gamba ha fatto valere la nobile eleganza del suo approccio di salda impronta classicistica, sofisticato e profondo quanto serve, tuttavia, per illuminare di luce radente le pieghe del discorso beethoveniano, rispettandone accensioni e sommesse chiusure. Il suo suono è intenso ma indefettibilmente equilibrato, anche laddove molti interpreti si concedono inquietudini che prefigurano  panorami più nettamente romantici. La sua Chiaro di Luna è perfino calligrafica nella precisione dei piani dinamici, nel cesello del colore, soffuso ed effettivamente lunare, nell’intensità di un fraseggio che fa riferimento alla grande tradizione dell’interpretazione di scuola tedesca del Novecento, ma la rinnova nel gusto per l’essenzialità, nell’assenza di qualsiasi retorica, in una misura sottile e ricca di dettagli.

Pubblico non numerosissimo ma avvinto e alla fine prodigo di applausi. Per bis, un Intermezzo della tarda maturità di Brahms: tarda e affascinante apparizione – tutta interiorizzata – del gusto per la Fantasia affermato quasi un secolo prima da Beethoven.

Cesare Galla

(Vicenza, 19 marzo 2018)

La locandina

Filippo GambaPianoforte
Ludwig van Beethoven
Sonate op. 22, op. 26, op. 27 n. 1 e 2

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