Omassini tra opera Italiana e sinfonismo tedesco al Teatro Comunale di Vicenza

Schumann si addice all’Orchestra del Teatro Olimpico. Nella serata in cui campeggiava la Quinta di Beethoven – omaggio sintomatico, visto che il concerto si è tenuto esattamente nel giorno anniversario della morte del gigante tedesco (26 marzo 1827) – l’orchestra giovanile vicentina ha trovato e dato il meglio al cospetto della Quarta schumanniana. È stato così ripreso con naturalezza il filo di un discorso musicale iniziato lo scorso dicembre con il Concerto per violino e proseguito un mese fa con la Seconda Sinfonia. E si è resa ragione a un’opera di alto valore, che le complesse vicende creative spesso finiscono per confinare nel limbo di una valutazione storico-critica quanto meno “sospettosa”.

Si tratta invece di un caposaldo del Romanticismo sinfonico e proprio l’evidenza del suo stretto legame “concettuale” con il monumentale, grandioso antecedente della Quinta beethoveniana lo rende evidente. Schumann osa in certo modo proseguire il discorso iniziato da Beethoven, ma naturalmente si sottrae al confronto sul piano indicato dalla Sinfonia in Do minore, nella quale un potente afflato etico e spirituale si incarna con vibrante immediatezza nel linguaggio musicale ed esprime la gloriosa vittoria di una nuova concezione umanistica. La soggettività che assurge a dimensione universale, tipica della Quinta, nella Quarta diventa esaltazione della sensibilità individuale, lungo un percorso espressivo multiforme e screziato, dalle larghe aperture liriche, e capace tuttavia di una forte affermazione di principi generali. Ma soprattutto, il dispositivo formale beethoveniano, quel suo incardinare insieme lo Scherzo e il Finale secondo una nuova retorica del passaggio dall’oscurità alla luce, nella Quarta diviene in certo modo integrale, coinvolge tutti quattro i movimenti, facendone una sola per quanto articolata struttura: una Fantasia Sinfonica di fascinosa unità tematica e drammatica. Si tratta del più chiaro (e decisivo) momento di passaggio verso la logica del poema sinfonico. Che qui rimane però saldamente nel contesto della musica “assoluta”, svincolata da rapporti con testi letterari o suggestioni artistiche.

Per la prima volta sotto la guida di Francesco Ommassini, che ha così compiuto anche il suo debutto al teatro Comunale di Vicenza, la Oto ha trovato nella Quarta di Schumann la fluidità, la compattezza, la duttile sottigliezza di colori e di fraseggio delle sue prove migliori. Il giovane direttore veneziano ha proposto di questa Sinfonia una lettura nervosa ma concentrata, molto incisiva sul piano dei tempi e molto chiaroscurale, non priva però delle necessarie sottolineature liriche, anche oltre la delicata Romanza del secondo movimento, e della maestosità che caratterizza le introduzioni lente sia del primo che dell’ultimo movimento. Un approccio stilisticamente convincente al quale la Oto ha corrisposto con la “tinta” giusta, con una precisa distribuzione dei pesi timbrici come pure di quelli fonici, tenendo presente che la scrittura di Schumann – anche dopo gli aggiustamenti del compositore stesso sullo “spessore” della strumentazione – era comunque pensata per una formazione di organico contenuto. Simile a quello della formazione vicentina.

Non analoga efficacia aveva espresso la Oto nella prima parte della serata, al cospetto della Quinta di Beethoven. Qui l’interpretazione di Ommassini è parsa improntata a un taglio di classicistica asciuttezza in teoria condivisibile, ma risolto poi in un fraseggio congestionato, mai davvero coinvolgente, riflesso in un suono aspro, specie da parte dei fondamentali archi bassi, e lontano dalla “profondità di campo” che anche una lettura “anti-retorica” di questo capolavoro epocale dovrebbe comunque perseguire. Così, l’equilibrio fra le parti è parso spesso fragile, con gli ottoni imprecisi (salvo i corni, ottimi) e i fiati non particolarmente brillanti. E la formidabile concentrazione espressiva delle Quinta, con i suoi esplosivi scarti dinamici, è rimasta lontana da un’esecuzione apparsa più frenetica che drammatica.

Il teatro era quasi al completo e ha salutato con applausi cordiali non solo Beethoven e Schumann, ma anche l’iniziale Rossini: la Sinfonia dal Tancredi, che poi è quella dell’opera buffa La pietra del paragone, che precede di pochi mesi il primo capolavoro serio del pesarese, rappresentato a Venezia nel febbraio 1813. A questa prima destinazione è parso ispirarsi Ommassini, dando vita a un’esecuzione estroversa e in qualche punto vagamente caricaturale, ma certamente brillante.

Cesare Galla
(26 marzo 2018)

La locandina

Direttore Francesco Ommassini
Programma:
Gioachino Rossini
Sinfonia da “Tancredi”
Ludwig van Beethoven
Sinfonia n. 5 in Do min. op. 67
Robert Schumann
Sinfonia n. 4 in Re min. op. 120

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