Un giovane virtuoso per il giovane Mozart al Teatro Comunale di Vicenza

Esiste anche nella grande musica – come un po’ in tutte le arti – il genere dei capolavori inattesi ma non sorprendenti: opere magistrali, che sembrano spuntare all’improvviso, precocemente, “bruciando” ogni percorso di crescita e di maturazione dei loro autori.  Ma che non costituiscono un’eccezione, e anzi sono lo squillo che annuncia la grande stagione che sta per arrivare. Il Concerto per pianoforte e orchestra K. 271 è uno di questi: numerato come il nono nella prodigiosa collana dei 27 scritti da Mozart, è in realtà il quinto, visto che i primi quattro sono adattamenti di composizioni altrui, esercitazioni del compositore bambino. È un grande concerto, per intenzione creatrice più ancora che per risorse strumentali dell’orchestra – visto che l’organico è quello salisburghese, che aggiunge solo due oboi e due corni agli archi. Rispetto ai precedenti, afferma una ricchezza drammatica che si può definire solo utilizzando il termine “teatrale”. Lo strumento solista assurge al ruolo di personaggio sulla scena, esattamente come sarà per i Concerti nati al culmine dell’esperienza viennese del compositore. È questo protagonismo viene affermato con una perentorietà che non avrà eguale in seguito, con scelte decise, talvolta mai più riproposte.  Come l’idea di spezzare il tema iniziale fra orchestra e pianoforte – il secondo che letteralmente ruba la parola alla prima nel giro delle battute inziali, e per due volte. O come la scelta – e lo fa per la prima volta – di scrivere un movimento lento in modo minore (Do minore), facendo di questo Andantino il cuore espressivo dell’intero lavoro, fino a delineare una tensione che va ben oltre il patetico e che ha davvero le caratteristiche di una “gran scena” operistica. Senza contare il travolgente finale, palestra di virtuosismo ma anche di ricerca formale, visto che all’interno del Rondò Mozart trova il modo di inserire anche un articolato Minuetto, che raffredda la temperatura virtuosistica, non quella poetica.

Questa meraviglia fu completata da Mozart nella sua Salisburgo, nel mese di gennaio in cui compiva 21 anni (quello del 1777) e forse proprio la sua straordinarietà favorì la nascita di una leggenda che ha ormai più di un secolo e resiste anche se non ha alcun aggancio con la realtà storica. La leggenda è riassunta nel titolo spesso dato a questo lavoro, “Jeunehomme Konzert”, nel quale il riferimento è per una “mademoiselle Jeunehomme” grande virtuosa del pianoforte, per la quale il lavoro sarebbe stato scritto. Lo si ripete dal 1912, quando apparve lo studio su Mozart dei francesi Wyzewa e Saint-Foix, anche se nessuno studioso è mai riuscito a trovare lo straccio non si dice di una prova, ma di un indizio dell’esistenza di questa virtuosa. E nonostante tutto lo si continua a ripetere anche da 15 anni a questa parte, da quando cioè l’invenzione è stata definitivamente smascherata e smontata.

È vero che K. 271 fu scritta per un’abile pianista, infatti, ma non è la fantomatica Jeunehomme, bensì la figlia di un grosso personaggio artistico dell’epoca, il danzatore e coreografo Jean-Georges Noverre, che si chiamava Louise-Victoire e aveva qualche anno più di Mozart, il quale certamente conosceva lei e soprattutto conosceva il padre, con il quale aspirava a realizzare un Balletto. Le due volte in cui, nel 1778, il compositore parla di lei nelle sue lettere – solo una volta in relazione a K. 271 – la chiama Madame Jenomy o Jenomè, perché si era sposata qualche anno prima a Vienna con un ricco mercante di origini francesi, Joseph Jenamy. Piccoli errori di trascrizione nei cognomi se ne facevano sempre all’epoca e li faceva anche Mozart, che pure di orecchio ne aveva. Ma da Jenomy arrivare a Jeunehomme (com’è stato fatto) è un salto lungo e soprattutto romanzesco. L’identificazione della pianista per cui il Concerto fu scritto, fra l’altro, è decisiva per capire le motivazioni di Mozart, che creò il suo primo capolavoro concertante non per il fantasma di una virtuosa inesistente, apparsa solo in quell’occasione e poi definitivamente scomparsa, ma per mostrare il meglio di sé  con una sorta di “biglietto da visita musicale” (così lo ha definito lo storico che ha chiarito tutto, Michael Lorenz) nell’ambiente di Noverre.

Un virtuoso niente affatto fantomatico, invece, è Jan Lisiecki, ormai da qualche tempo sulla cresta dell’onda del concertismo internazionale nonostante abbia appena 23 anni. Il pianista canadese di origini polacche è tornato a Vicenza a cinque anni dalla sua prima apparizione, sempre per iniziativa della Società del Quartetto. Nel 2013, diciottenne, aveva tenuto un recital solistico che aveva al centro gli Studi op. 10 di Chopin. Questa volta si è presentato insieme alla Camerata Salzburg, l’orchestra mozartiana per eccellenza (Gregory Ahss ne era il violino concretatore), nella cui tinta risuona sempre una “verità” fatta di eleganza e brillantezza ma anche di profondità, duttilità e precisione. L’interpretazione di K. 271 da parte di Lisiecki è risultata seducente per la leggerezza energica del tocco, magistrale per la qualità multiforme del suono, per la delicatezza riflessiva di un fraseggio sempre lontano dalla monotonia, capace di trovare al proprio interno sfumature rivelatrici. Una prova di straordinaria maturità per un pianista ancora così giovane, che sa come mettere in luce la composita gamma espressiva di un capolavoro come questo, senza mai allontanarsi dal rigore stilistico, cornice necessaria che non deve mai essere fine a se stessa.

Il “Jenamy Konzert” era al centro di una serata dal programma vasto ed eclettico. Se la prima parte è stata tutta dedicata al Classicismo viennese, presentando in apertura anche la trascinante Sinfonia n. 45 di Haydn, risolta con esemplare incisività e sottigliezza dai salisburghesi, nella seconda si è passati da Bach a Šostakovič. Mondi musicali molto lontani, anche se il sommo Cantor è stato un importante riferimento per l’autore russo del Novecento. Ma certo, l’astratto rigore del Ricercar a 6 voci dall’Offerta Musicale è in una dimensione radicalmente altra rispetto alla volutamente ciarliera, provocatoria e grottesca forza comunicativa del Concerto n. 1 per pianoforte e tromba, una rutilante e ammiccante vetrina di citazioni da opere proprie e altrui (si comincia, tanto per gradire, con l’Appassionata di Beethoven). La cattedrale contrappuntistica bachiana è stata proposta dalla Camerata Salzburg in parti reali (due violini, due viole e due violoncelli, con il solo rinforzo di un contrabbasso), con precisione pari all’introspezione analitica e alla meditata qualità di suono, davvero eloquente e convincente pur restando fuori dal contesto della cosiddetta “prassi esecutiva”. Il concerto di Šostakovič ha visto brillare il gusto del gioco consentito a Lisiecki dalla sua tecnica adamantina non meno che dall’ironia che pervade la partitura, con il decisivo e virtuosistico apporto di Kurt Körner alla tromba.

Teatro Comunale affollato per l’ultimo appuntamento della stagione regolare del Quartetto e grandi applausi per tutti. Dopo K. 271, Lisiecki ha ricambiato con la Träumerei dalle Kinderszenen di Schumann, alla fine spazio per la ripetizione del brillantissimo Allegro con brio che chiude il Concerto di Šostakovič.

Cesare Galla
(7 maggio 2018)

La locandina

Interpreti:
Orchestra Camerata Salzburg
Violino concertatore Gregory Ahss
Pianoforte Jan Lisiecki
Tromba Kurt Körner
Programma:
Johann Sebastian Bach
Ricercar à 6 da “Musikalischen Opfer“
Dmitrij Shostakovich
Concerto per pianoforte, orchestra d’archi e tromba n. 1 in Do min. op. 35
Wolfgang Amadeus Mozart
Concerto per pianoforte n. 9 in Mi bem. magg. “Jeunehomme Konzert”
Joseph Haydn
Sinfonia n. 48 in Do magg. “Maria Theresia”

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