Torino: Cenerentola tra le fate
Nell’immaginario collettivo, quando si parla di Cenerentola, viene subito in mente il grande classico d’animazione di Walt Disney: tuttavia, per chi è appassionato d’opera o chi ne è alla curiosa scoperta, nulla può prendere il posto de La Cenerentola, ossia la bontà in trionfo, tra i più grandi capolavori musicali di Gioachino Rossini, consacrato nella storia operistica grazie ad interpreti, registrazioni ed incisioni che rendono quest’opera, composta in tre settimane e andata in scena per la prima volta nel 1817, ancora oggi attuale e presente. Certo, vi sono alcune differenze rispetto alla fiaba di Perrault, adattata dal librettista Jacopo Ferretti, come la matrigna che qui diventa patrigno, la fata madrina che qui è il saggio e benevolo Alidoro e la scarpetta che diventa uno smaniglio (bracciale). L’allestimento, proveniente dal Teatro del Maggio Musicale Fiorentino dove è nato nel 2024, è curato dalla regista Manu Lalli, nel solco di una tradizione sicuramente apprezzabile, strizzante l’occhio a storici allestimenti, su tutti quello di Ponnelle, ma con un’accentuazione fiabesca e di rimando un po’ alla fiaba originale e un po’ allo storico sceneggiato disneyano citato in apertura.
All’interno di una scenografia molto minimalista, curata da Roberta Lazzeri, dove gli spazi girevoli sono ora l’interno della casa di Don Magnifico, ora l’esterno, ora il palazzo principesco di Don Ramiro, e via discorrendo a seconda dello svolgersi dell’azione scenica, con un rimando nobiliare piemontese con il fondale rappresentante la Galleria di Diana della Reggia di Venaria Reale quale omaggio alla città di Torino e al Piemonte.
I costumi, adeguati allo stile e al contesto e di ragguardevole fattura, sono di Gianna Poli, mentre le luci sono curate da Vladi Spigarolo. Si diceva dell’accentuazione fiabesca dalla presenza costante di fate e fatine che, sin dall’ouverture, accompagnano Cenerentola quali emissarie di Alidoro e con movimenti sinuosi ed un eccesso di magica polvere, la aiutano a trasformarsi dalla cenere e i cenci, sino a salire sul trono sognato, leggendo libri e volando con la fantasia: alla fine, dopo aver perdonato tutti, potrà danzare con l’amato principe nel lieto finale del vivere per sempre felici e contenti. Fanno anche capolino, durante l’aria di Alidoro che lo vede donare a Cenerentola l’abito per il ballo, la zucca e i cavalli che la porteranno alla festa, così come sarà una simpatica bimba fatata, con un grande orologio, a ricordare alla sognante fanciulla lo scoccare della mezzanotte. Viene dunque spontaneo chiedersi quanto giusto o sbagliato sia questo eccesso fiabesco, ma vien da pensare che in questo tetro mondo contemporaneo, a volte sia anche giusto sognare un po’, staccare da ciò che ci circonda e bearci del bello, del sogno, della bontà.
Debuttante sul podio di Torino ma esperto conoscitore di Rossini, il direttore d’orchestra Antonino Fogliani è sicurezza interpretativa in un repertorio che conosce con sapienza eccelsa, avendo avuto come maestri Gelmetti e Zedda, portando proprio dell’ultimo l’edizione critica che possiamo apprezzare nella completezza dei recitativi e delle arie, nell’attenzione alle variazioni nei da capo, nell’equilibrare i crescendo e i momenti d’insieme sapendo costruire e tenere vivo con l’Orchestra l’incalzante ritmo “rossiniano”, grazie all’eccellente intesa con gli artisti sul palco e la pronta risposta del sempre ottimo Coro, tutto al maschile, preparato dal maestro Piero Monti, chiamato a coprire temporaneamente il vacante posto lasciato dal dimissionario predecessore Trabacchin. Fogliani, sin dall’ouverture, quasi beandosi della rossiniana bellezza musicale ricamata dai maestri d’orchestra, ci regala un’esecuzione di intelligenza autentica e di rispetto stilistico tali da richiamare, qua e là, i fasti del passato esecutivo rossiniano degli anni ’80 e ’90 (di cui lo scrivente può godere non per memoria vissuta ma per lascito di registrazioni ed incisioni) che mantengono viva la passione e l’interesse per il compositore pesarese. In ciò, oltre alle citate masse orchestrali e corali del Teatro Regio di Torino, gli è complice al fortepiano il maestro Paolo Grosa, che non accompagna semplicemente i recitativi, ma si inserisce con ricami musicali d’improvvisazione ingegnosa, sorridente come lo è l’opera, mai patetici, sempre fantasiosi.
La nostra Angelina, o meglio Cenerentola, è interpretata dal mezzosoprano Vasilisa Berzhanskaya, artista di ormai riconosciuta fama, scoperta del Rossini Opera Festival di Pesaro che l’ha resa oggi interprete rossiniana e belcantistica di gran pregio, facendola arrivare al suo debutto torinese, ma non del ruolo, che conosce ed esegue con rigore stilistico, resa scenica e tripudio musicale, in un’esplosione di colorature, nuances e variazioni grazie alla voce dall’amplissima estensione.
È una Cenerentola inizialmente mite, sognante, ragazza che sta per diventare donna, sempre mossa dalla bontà e dalla gentilezza verso il prossimo, immersa in quel libro dei sogni che diventeranno realtà, portandola a sposare il principe e a danzare insieme a lui. Come si diceva, l’incredibile estensione vocale permette alla Berzhanskaya di salire agli acuti più ripidi e discendere ai gravi più intensi con semplicità, mantenendo l’omogeneità del suono, sapendo esaltare piani e pianissimi grazie all’ottima proiezione; vi è una ricercatezza, d’intesa col direttore, nel differenziare ogni volta il motivo “Una volte c’era un re” a seconda dell’evolversi dell’azione e della scena. Come il crescendo rossiniano, l’esecuzione della Berzhanskaya è un crescendo che letteralmente esplode, come mille fuochi d’artificio, nel rondò finale Non più mesta, circondata dagli affetti più cari, dal vorticare di magica polvere brillante che, come nelle migliori fiabe, conclude in bellezza la storia.
L’amato principe, prima di rivelarsi tale, è il Don Ramiro del tenore Nico Darmanin, fine interprete che tratteggia un uomo innamorato, costretto dalla legge a doversi sposare per ereditare il principato lasciatogli dal padre capitombolato e che, su consiglio del saggio e sapiente Alidoro, si inverte nei ruoli con il fido scudiero Dandini, per meglio capire quale è la donna a lui ideale, sotto le mentite vesti di un servo. E così, con voce di grazia delinea un Don Ramiro delicato, con bella voce di lirico leggero che, se proprio va trovato il pelo nell’uovo, tende ad assottigliarsi con evidenza nella salita al registro acuto. Ciò non compromette la bella esecuzione che, nel complesso, si inserisce in un cast di lusso per una Cenerentola giovanile, fresca, sognante ed innamorata.
Suo fido complice è l’istrionico Dandini del baritono Roberto de Candia, che continua a incantare per la freschezza vocale e scenica, in un ruolo che non solo è cavallo di battaglia, ma esempio di tecnica, studio, approfondimento e passione per un’arte senza tempo. È un Dandini che diverte e si diverte, muovendosi con destrezza e facilità tra scene e note, in un vorticare di colorature, perfette e puntuali, mai trascinate, con un suono sempre puro, pulito, salendo e scendendo sul pentagramma con uniformità e gusto, confermandolo eccellente interprete meritevole di fragorosi applausi.
Di pari livello, quale altro veterano della compagnia, è il Don Magnifico del basso Carlo Lepore, altro interprete d’eccellenza che non sembra mostrare lo scorrere degli anni, conoscitore della parte che lo eleva ad uno dei bassi buffi di riferimento del panorama odierno, con un canto sillabato di qualità altissima, sempre sul fiato e mai senza fiato, con una pronuncia nitida e precisa, là dove è facile che qualcosa si perda per strada, con recitazione di ottimo gusto, senza mai cadere nel macchiettistico, ma evidenziando tutti i pregi e i difetti che possa avere un padre che, in fondo, vuole solo il meglio per le proprie figlie (e un po’ per sé stesso, diciamolo). Figlie che sono interpretate dal soprano Albina Tonkikh (Clorinda) e dal mezzosoprano Martina Myskohlid (Tisbe) entrambe in forza dal Regio Ensemble, che prendono quota dopo un inizio molto leggero, scaldando voce e muscoli lungo la via, gelose e complici sorelle al punto giusto, che sapranno accettare il finale, architettato e via via incoraggiato dall’Alidoro di Maharram Huseynov, basso dalla voce non roboante ma sicuramente curata, in ordine e di bel timbro: da seguirne la crescita.
È dunque un successo assicurato: lo dimostrano l’entusiasmo del pubblico, il quasi tutto esaurito in ogni posto, l’esecuzione ottima che ci permette ancora di sognare, di vivere con spensieratezza, pensando che in fondo, possano ancora vincere la bontà ed il perdono, superando i soprusi, le gelosie, le ripicche. Abbiamo bisogno di più Cenerentole, quella di Torino ce lo insegna.
Leonardo Crosetti
(20 gennaio 2026)
La locandina
| Direttore | Antonino Fogliani |
| Regia | Manu Lalli |
| Scene | Roberta Lazzeri |
| Costumi | Gianna Poli |
| Luci | Vladi Spigarolo |
| Personaggi e interpreti: | |
| Cenerentola | Vasilisa Berzhanskaya |
| Don Ramiro | Nico Darmanin |
| Dandini | Roberto de Candia |
| Don Magnifico | Carlo Lepore |
| Alidoro | Maharram Huseynov |
| Clorinda | Albina Tonkikh |
| Tisbe | Martina Myskohlid |
| Orchestra e Coro Teatro Regio Torino | |
| Maestro del Coro | Piero Monti |
| Maestro al fortepiano | Paolo Grosa |














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