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Adesso è tutto chiaro: gli “errori” di Mozart derivano dalle cattive lezioni di composizione impartitegli dal dotto francescano bolognese.

Dalla liberale Olanda ci giunge ai primi di giugno l’eco di una polemica. La regista Lotte de Beer, una bella signora di 36 anni che ha già allestito opere a Vienna e New York, si è accorta che il libretto del Flauto magico contiene espressioni razziste e misogine. Ad esempio: “weil ein Schwarzer hässlich ist” (perché un Negro è brutto; Monostatos), oppure “ein Weib tut wenig, plaudert viel” (Una donna fa poco, ciarla molto; il Sacerdote), e tante altre.

Dopo le regie attualizzate è il momento dei libretti riscritti per adeguarli al “politicamente corretto”? Se lo domanda un articolo di Kees Vlaardingerbroek apparso il 5 giugno 2018 sul quotidiano olandese “Nieuwe Rotterdamsche Courant”.

Esiste anche nella grande musica – come un po’ in tutte le arti – il genere dei capolavori inattesi ma non sorprendenti: opere magistrali, che sembrano spuntare all’improvviso, precocemente, “bruciando” ogni percorso di crescita e di maturazione dei loro autori.

Tre grandi autori e due straordinari interpreti sono stati protagonisti del settimo appuntamento della Filarmonica della Scala. Al suo ingresso l’orchestra si è disposta alla tedesca lasciando presagire la provenienza e le intenzioni sonore del direttore.

Sabato 13 gennaio debutta al Teatro Comunale di Vicenza il Bartholdy Quintett, uno dei pochi quintetti d’archi stabili del panorama internazionale. I cinque musicisti tedeschi propongono il Quintetto in Sol minore di Mozart e due lavori di fine Ottocento firmati da Zemlinsky e Bruckner.

Con La Clemenza di Tito (Praga, 1791) Wolfgang Amadeus Mozart chiude il suo percorso creativo. E lo fa da Genio assoluto della musica, rivitalizzando un genere, l’opera seria, che stava languendo e restituendo dignità creativa a un lavoro d’occasione […]

Rapide, febbrili, concitate scorrono le note nel Don Giovanni di Damiano Michieletto. Il regista pone la vicenda in uno sbiadito e livido tardo barocco tra piano fisico e metafisico in cui le ombre, reali e metaforiche, dominano le pareti damascate della scena.

Si potrebbe sostenere, con buone ragioni, che a un’orchestra non basta avere nell’insegna la parola “Salisburgo” per essere considerata titolare del “verbo musicale” del genio nato nella città austriaca 261 anni fa.

Menando abbondantemente il can per l’aia della loro cascina revisionista, i signori Bianchini e Trombetta dedicano paginate intere ai festival di Bayreuth e di Salisburgo (vol. II, cap. I e altrove passim). Qui si raggiunge una vetta nell’arte perversa dell’approssimazione e della distorsione dei fatti.