Sarah Davachi, l’arte di reinventarsi
Sarah Davachi è oggi nel panorama della musica di evoluzione, di linguaggio del cambiamento, una delle forti rappresentanze di una certa ideologia. Lei attenta al suono, alla fruizione dello stesso, alla sintesi, manda sempre una possibile via d’uscita del fare musica. Pertanto, le sue opere hanno il contatto strettissimo con il passato storico e ancora di più con l’avanguardia più recente. A Venezia per la Biennale Musica, ha ricevuto il Leone d’argento.
- Cosa può dirmi del suo rapporto con la musica elettronica di Luciano Berio e quale ne è la sua opinione?
Non posso dire di conoscerla a fondo o di avere un’opinione particolarmente netta sulla sua produzione elettronica. Ne ho ascoltato qualcosa – *Omaggio a Joyce*, naturalmente – agli inizi dei miei studi di composizione elettroacustica, ma non direi che abbia avuto un’influenza determinante, almeno sul piano estetico, al di là dell’apprezzamento per il processo compositivo in sé. Tra i compositori di quella generazione, la musica elettronica dei primi tempi di autori come Ligeti e Xenakis ha avuto su di me un impatto molto più forte.
- La stessa domanda vale per Luigi Nono: ritiene che il suo modo di utilizzare l’elettronica sia ancora attuale?
Ripeto, non posso dire di avere un’opinione ben definita al riguardo, dato che non è il tipo di musica elettronica che ascolto abitualmente di questi tempi. Tuttavia, ritengo che l’aspetto politico nell’uso dell’elettronica da parte di Nono fosse davvero unico per la sua esplicitezza. Spesso la consapevolezza politica legata alla tecnologia musicale appare secondaria, quasi una forma di sovversione silenziosa o indiretta; trovo quindi interessante rendere più esplicita la funzione di tale tecnologia.
- Quanto è importante la spiritualità nella sua ricerca musicale?
Non sono una persona religiosa, ma mi considero spirituale. Ritengo che l’esperienza estetica sia una forma di esperienza spirituale, poiché suggerisce qualcosa di più grande di sé; è proprio questo il tipo di spazio sonoro e mentale che cerco di creare nel mio lavoro.
- Cosa ne pensa di Harold Budd, del suo modo di suonare il pianoforte e di combinarlo con l’elettronica?
Apprezzo la sua musica, ma non posso dire che abbia avuto un impatto enorme sulla mia; considero la sua musica molto più eterea, collocata più decisamente nell’ambito dell’ambient. Inoltre, non mi considero più propriamente un pianista, almeno non nell’ambito della mia attività di compositore-interprete; oggi suono il pianoforte soprattutto per piacere e, magari, a volte compare come una trama sonora discreta in qualche album. Forse l’unica eccezione è l’album che ho pubblicato nel 2019, *Pale Bloom*, in cui il pianoforte ha un ruolo di primo piano nel lato A. In quel caso, però, si trattava di composizioni in stile elettroacustico, una definizione che non credo descriva accuratamente l’approccio di Harold Budd.
- E Hans Joachim Roedelius?
Amo gran parte della musica di Roedelius, sia quella realizzata con i suoi vari gruppi sia quella da solista. Riesco a cogliere un legame stilistico più marcato tra la mia musica e la sua, anche se, ripeto, non saprei dire molto sui brani che uniscono pianoforte ed elettronica, dato che non è un linguaggio che frequento o che utilizzo abitualmente nel mio lavoro.
- A questo proposito, cosa apprezza della musica veneziana di Andrea e Giovanni Gabrieli?
È un grande onore presentare le mie composizioni per organo in una città che ha un legame così profondo con questo strumento! Anche quando la musica è molto diversa, credo che le tracce di quelle tradizioni finiscano per permeare le esecuzioni. Amo in particolare la musica che si colloca stilisticamente a cavallo tra due epoche; trovo affascinanti questi periodi di transizione, soprattutto in questo caso, poiché vi si colgono elementi sia del Rinascimento che del Barocco nascente
- Tre compositori: Terry Riley, Morton Feldman e La Monte Young.
Li adoro tutti e tre! Hanno esercitato un’influenza enorme sul mio lavoro di compositore, seppur in modi leggermente diversi. La Monte Young è stato probabilmente quello che ha influito di più: trovo che i miei interessi musicali coincidano in gran parte con ciò che sento nella sua opera. Nella sua tessitura sonora si percepisce una sorta di delicatezza e intimità che cerco di raggiungere anche nel mio lavoro; credo che La Monte Young sia stato il primo compositore a mostrarmi come fosse possibile bilanciare questi due aspetti. A proposito di delicatezza, anche l’opera di Feldman è stata per me una fonte di grande ispirazione nel corso degli anni. Penso che la sua musica lasci molto più spazio rispetto alla mia, anche se sto cercando di introdurre sempre più momenti di silenzio e di respiro nelle mie composizioni. Feldman è stato fondamentale per lo sviluppo del mio senso del ritmo e della scansione temporale, aiutandomi a comprendere i limiti e a capire come utilizzare il tempo e la durata per trasformare la percezione. E naturalmente anche Terry Riley ha avuto un impatto enorme, soprattutto su gran parte dei miei primi lavori, di natura più elettronica. Tuttavia, anche quando lavoro in ambito acustico, ragiono in termini di strutture basate sul *loop* e su come bilanciare la tessitura armonica e quella melodica, conferendo al contempo solennità e respiro al suono complessivo. Credo che nessuno lo faccia bene quanto Terry Riley; come solista, faccio spesso riferimento al suo concetto di “phantom band” (band fantasma). Inoltre, da tastierista, trovo molto stimolante anche il suo approccio all’accordatura.
- Quali compositori del passato rappresentano per lei un punto di riferimento?
Amo tutto ciò che rientra nella cosiddetta “musica antica” (ovvero la musica colta occidentale del 1750 e dei periodi precedenti), ma trovo particolarmente stimolante la musica del tardo Medioevo e del Rinascimento. Si potrebbe persino sostenere che Guillaume de Machaut sia stato il primo musicista “popolare”, dato che creava intenzionalmente raccolte ordinate (sotto forma di manoscritti) delle sue opere e aveva costruito un personaggio pubblico che rappresentava, per così dire, una proiezione di chi fosse al di là della musica. Passando al Rinascimento, amo molto della musica vocale e strumentale di quell’epoca, in particolare quella di compositori come Byrd, Dowland, Palestrina, Josquin e Gesualdo.
Marco Ranaldi


Ph. Clemens Manser
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