Roma: nel Falstaff il cast convince, la regia divide
Il Falstaff di Verdi non andava in scena al Teatro dell’Opera di Roma dal 2010, quando aprì la stagione con l’allestimento di cinquant’anni prima realizzato da Franco Zeffirelli e ripreso poi dal Metropolitan di New York. All’epoca il grande Renato Bruson recitava il ruolo del titolo, meravigliosamente patetico e dignitoso al tempo stesso, mentre Luca Salsi, oggi protagonista, aveva la parte di Ford.
Sedici anni dopo, la scena teatrale è talmente cambiata che il Costanzi, affidandosi alla direzione musicale di Michele Mariotti, sceglie per la regia una tedesca cosmopolita cinquantenne, Tatjana Gürbaca, turca di padre, slovena di minoranza italiana da parte di madre, già direttrice artistica dell’Opera di Magonza e apprezzata dal pubblico internazionale.
Per il suo debutto italiano, la Gürbaca dunque punta tutto sul trasloco. L’osteria della Giarrettiera diventa il bar di un albergo milanese, il Grand Hotel et de Milan, dove Verdi visse gli ultimi giorni della sua vita. Una scena anodina sul grigio, che le tinte fredde di Stefn Bolliger sfumano nel beige, rappresenta un portico e qualche arco ispirati al razionalismo architettonico fascista. Gli avventori del bar dell’albergo di Milano, il dottor Cajus, lo stesso Falstaff e i suoi servitori Bardolfo e Pistola, che l’hanno rapinato dopo averlo fatto ubriacare, sono tutti in abiti anni Cinquanta, giacca, cravatta, soprabito, con accorta palette di colori voluta da Silke Willrett.
Come loro, sempre un po’ ingessate e statiche nei movimenti le allegre comari dei Navigli che ordiranno la burla dell’ubriacone gaudente: Alice Ford in gonna scura al polpaccio, Meg Page in tailleur rosa, prima gonna, poi pantalone, mentre Mrs Quickley, spiluccando patatine fritte al bar, si presenta al cospetto di Sir John in palandrana dorata, con tacchi a spillo e pelliccia di leopardo su abitino verde acqua.
Succede che per rappresentare non già una commedia su un vecchio seduttore fallito, bensì “sull’umanità stessa, sulle nostre illusioni, sui nostri desideri, le nostre debolezze, il nostro instancabile desiderio di trasformare il breve miracolo della vita in qualcosa di più significativo”, come lei stessa dichiara, Tatjana Gürbaca scelga non solo di traslocare in un albergo di Milano, ma di ambientare la scena in casa Ford del secondo quadro in un cilindro in legno chiaro, che Henrik Ahr fa girare su se stesso, esponendo interni e esterni in stile brutalista, forse per sottolineare l’eternità delle illusioni che interessano non solo i guitti dell’epoca elisabettiano e i personaggi di Verdi, ma anche noi spettatori contemporanei che guardiamo lo spettacolo come di fronte a uno specchio che riflette le nostre stesse debolezze. Allora però non si capisce poi come fare i conti col fiabesco, la magia, e il mistero se si resta nella hall dell’albergo o tutt’al più sul marciapiede di via Manzone per rappresentare la sorpresa del terzo atto, quando Verdi, seguendo Shakespeare, ma dinamitandone la visione come ben nota Dino Villatico nel libro di sala, ricorre alla mascherata per l’incontro nottetempo nella foresta incanta, sotto la quercia di Herne, fra spiritelli ,diavoletti e vampirelli, chiamati a punire Falstaff per la sua arroganza, mentre Nannetta, regina delle fate, con in testa una corona di corna di cervo, guida il corteo per indurlo a pentirsi.
Altre incongruenze che lasciano un po’ perplessi in quest’allestimento sobrio, elegante ma forse anche un po’ incolore: nel secondo atto, Ford, travestito da Fontana, si presenta da Falstaff in tuta rossa e scarpe da tennis, munito di racchetta, per convincerlo a sedurre la bella Alice e spianargli così la strada da sciupafemmine. E quando poi irrompe in casa propria in cerca dell’adultero, costringendo Falstaff a nascondersi dietro un paravento e poi finire dentro il cesto dei panni sporchi, sono le donne a spingerlo a forza per buttarlo al fiume, dandosi il cinque, a impresa avvenuta sui canali dei Navigli, come maranza pronti allo sballo… Le stesse donne, proto o iperfemministe, sbandierano lo striscione da corteo anni Settanta, “Tremate le streghe son tornate”, come se fosse necessario stare a sottolineare il potere delle femmine che ordiscono la burla e la contro burla ai danni del povero vecchio.
Per fortuna, le perplessità si superano grazie alle voci dei cantanti: possente quella di Luca Salsi, baritono drammatico e non compiutamente comico, anche se ridicolmente impacciato nelle zampe da caprone che indossa al terzo atto; persuasive le voci quella di Maria Agresta molto ispirata nei panni di Alice, un po’ meno quella di Carmen Artaza al rimorchio nel ruolo di Mrs Page, molto espressiva la Nannetta della giovanissima Marina Monzò che corrisponde di amorosi sensi con l’imbranato Fenton di Dave Monaco in montgomery.
Convincente anche Violeta Urmana, una Mrs Quickly colorata, mentre il Ford del rumeno George Petean, nonostante la tenuta da tennis, e il Cajus di Carlo Bosi non deludono le aspettative del pari del Bardolfo di Paolo Antognetti e del Pistola di Gabriele Sagona. Encomiabili a dire il vero tutti i cantanti, se si considera l’impegno che hanno dovuto profondere per seguire i ritmi sostenuti della direzione di Mariotti, direzione che, per quanto raffinata e curatissima, almeno la sera della prima, spesso anticipava i tempi o li accelerava a dismisura, e sosteneva con troppa insistenza i fortissimo, sacrificando i pianissimo, col rischio specie nei primi due atti di strapazzare le voci, uniformandole e mandandole fuori sincrono.
Molti e calorosi gli applausi dal pubblico romano ai cantanti, al direttore, ma prevedibili i buh per la regista tedesca al suo debutto in Italia.
Marina Valensise
(11 ottobre 2026)
La locandina
| Direttore | Michele Mariotti |
| Regia | Tatjana Gürbaca |
| Scene | Henrik Ahr |
| Costumi | Silke Willrett |
| Luci | Stefan Bolliger |
| Personaggi e interpreti: | |
| Falstaff | Luca Salsi |
| Ford | George Petean |
| Mrs. Alice Ford | Maria Agresta |
| Mrs. Meg Page | Carmen Artaza |
| Mrs. Quickly | Violeta Urmana |
| Nannetta | Marina Monzò |
| Fenton | Dave Monaco |
| Dottor Cajus | Carlo Bosi |
| Bardolfo | Paolo Antognetti |
| Pistola | Gabriele Sagona |
| Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera di Roma | |
| Maestro del Coro | Ciro Visco |












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