Roma: vola a roma il Siegfried secondo Harding
Anche quest’anno l’Accademia di Santa Cecilia ha inaugurato la nuova stagione sinfonica continuando il progetto della tetralogia di Richard Wagner in forma scenica. Dopo il successo dell’anno scorso con la Walkiria, il direttore dell’Orchestra Nazionale di Santa Cecilia, Daniel Harding, ha scelto il Siegfried per la seconda giornata della sagra scenica di Der Ring des Nibelungen, nel nuovo allestimento di Pierre Yovanovitch con la regia di Vincent Huguet e i costumi di Edoardo Rossi.
Anche quest’anno l’orchestra e il coro romani sotto la guida del direttore pilota d’aereo di linea si sono superati per restituire, più di trent’anni dopo l’ultima Tetralogia del 1990 diretta da Sinopoli in forma di concerto, la potenza di una partitura imponente, frutto di un lungo travaglio. Wagner infatti riuscì a completare il terzo atto solo nel 1869, dodici anni dopo aver composto i primi due, e diede libero corso al suo genio non solo grazie alla scoperta della filosofia di Schopenhauer, ma grazie alla rivelazione dell’amore per Cosima Listzt von Bülow, quel “desiderio impetuoso di confessarci la verità, di ammettere reciprocamente di appartenere l’uno all’altro”, che cambierà il corso della loro vita come quello di Siegfried e Brunilde, dilatando la capacità di entrare nelle pieghe più remote dell’animo umano, per illuminare sia il buio pesto della malvagità di Mime, il fabbro incapace di forgiare Notung, la spada invincibile, sia la luce sublime dell’amore con cui Siegfried redime se stesso, trasformando il ragazzo selvaggio e rissoso nel nuovo eroe, che forgiata la spada, uccide il drago e redento dall’amore arriva alla coscienza di sé e della propria paura.
Grande maestria di Harding, costante la sua tenuta sull’orchestra e sul coro, dal preludio del primo atto che s’apre sul timbro grave e scuro, minaccioso e inquietante del basso tuba per raccontare il rimuginare di Mime, e cresce nel preludio del secondo atto, per inseguire poi il sospiro affannoso del drago Fafner che dorme nella grotta. “Ci si è gelato il sangue quando il mostro, accompagnato da tali suoni, è uscito barcollando dalla sua caverna”, scrisse Edward Grieg nella sua recensione del 1876. Possente la dimensione sinfonica dell’opera, “musica di straordinaria bellezza, soprattutto nel campo sinfonico”, notava Čajkovski (anch’egli presente con Grieg e Saint Saëns nel bellissimo libro di sala, col suo scritto sul Festival di Bayreuth del 1876), stupito che Wagner non avesse “l’intenzione di scrivere un’opera in stile sinfonico”, e però ammirato per “l’immenso talento e la tecnica ricchissima” dell’autore.
Parallela l’abilità di Harding nel restituire con l’orchestra romana tutti i passaggi, le modulazioni e le infinite sfumature di una partitura grandiosa, guidando con sapienza le voci del cast di prim’ordine. Voci magnifiche, apparentemente autonome e invece connesse attraverso gli schermi al gesto agile e sicuro del direttore pilota d’aereo, a cominciare da quella del grande Clay Hilley col suo timbro vigoroso e cristallino di tenore eroico nel ruolo di Siegfried, e poi l’ottimo tenore leggero Wolfgang Ablinger-Sperrhacke nel ruolo di Mime, per non parlare del baritono Michael Volle, potente enigmatico Viandante, o del baritono drammatico Wolfgang Koch nel ruolo di Alberich e basso profondo Falk Struckmann in quello Fafner.
Il mezzosoprano ungherese Anna Kissjudit conferma il suo talento nel ruolo di Erda, che duetta con Viandante da un lucernaio, come pure il soprano svedese Elisabet Strid nel ruolo di Brunilde, mentre il soprano francese Lysa Menu debutta con brio come Voce dell’uccello della foresta. Voci precise e possenti, in grado di affrontare volando le quattro ore e passa dello spettacolo, proiettando l’emissione oltre l’orchestra, grazie a doti atletiche non comuni per salire e scendere di continue le scale dell’allestimento che incombe sull’orchestra abolendo le tribune, ma esponendone al pubblico le non poche incongruità.
Come quei francesi che per i loro ospiti italiani s’azzardano a cucinare un piatto di pasta, così il regista Huguet ha voluto dare al Ring un’impronta tutta romana, spaziando dall’antichità classica alla Santa Teresa del Bernini, col rischio però di tradire lo spessore della saga norrenica.
Ecco allora Mime in saio e sandali da frate, Wotan vestito da papa, Brunilde che si risveglia dal sonno eterno spuntando fuori dalla piramide (forse Cestia, o forse egizia come la tomba di Radames) vestita da suora.
È vero che poi si libera dal velo per mostrare la lunga treccia bionda che le arriva fino alla cintola, ma la cosa aggiunge solo sconcerto allo sconcerto di Siegfried…
Marina Valensise
(24 ottobre 2026)
La locandina
| Direttore | Daniel Harding |
| Regia | Vincent Huguet |
| Impianto scenico | Pierre Yovanovitch |
| Costumi | Edoardo Russo |
| Light designer | Christophe Forey |
| Direttore allestimenti scenici | Michele Olcese |
| Personaggi e interpreti: | |
| Siegfried | Clay Hilley |
| Mime | Wolfgang Ablinger-Sperrhacke |
| Il viandante / Wotan | Michael Volle |
| Alberich | Wolfgang Koch |
| Fafner | Falk Struckmann |
| Erda | Anna Kissjudit |
| Brünnhilde | Elisabet Strid |
| Voce dell’uccello della foresta | Lysa Menu |
| Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia | |





















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