Bologna: un racconto fatto di note per la Semele di Handel
Un racconto in musica che scorre fluido, in cui i cantanti, l’orchestra e il coro sono riusciti in quella sempre emozionante magia di dipingere le scene e portare avanti con naturalezza e semplicità la narrazione solo con il linguaggio dei suoni.
Questo si è realizzato all’Auditorium Manzoni a Bologna nell’ambito della Stagione Lirica 2026 “Verso Itaca”, venerdì 23 e domenica 25 ottobre 2026.
Davanti agli occhi degli spettatori, fin dalle prime note dell’ouverture, la bacchetta di Giulio Prandi, come per incanto, ha idealmente aperto le pagine di un grande libro illustrato. Ha dato così vita a una storia fatta di note, pause, silenzi ed emozioni, grazie ad una compagnia di canto di suggestiva bellezza e ad un’Orchestra e un Coro del Teatro Comunale di Bologna duttili e multiformi, plasmati come la creta per assumere le forme dei personaggi.
La storia è quella di Semele, tratta da Le metamorfosi di Ovidio, un argomento profano basato sulla mitologia classica. Insolita mescolanza di commedia e tragedia, narra la vicenda della giovane e bella Semele, figlia di Cadmo, re di Tebe. Segretamente innamorata di Giove, la fanciulla è costretta dal padre a sposare Athamas, principe di Beozia. Di quest’ultimo è invece innamorata la sorella Ino, che confida al principe i propri sentimenti. Semele, restia alle nozze imposte, prega il dio affinché la aiuti a risolvere la sua situazione. Giove, ascoltato l’appello, prende le sembianze di un’aquila e rapisce la giovane. Ciò suscita la gelosia di Juno che, con l’aiuto di Iris, architetta un piano per vendicarsi e distruggere la rivale. Risveglia Somnus dalla sua caverna e lo induce a entrare nei sogni di Giove per alimentare il desiderio per Semele. Successivamente, prendendo le sembianze della sorella Ino, Juno appare a Semele. Dapprima le presenta uno specchio magico che la costringe a innamorarsi immediatamente della propria immagine; poi le ricorda astutamente come ottenere l’immortalità desiderata: Giove deve essere indotto a giacere con lei nella sua vera forma divina, anziché nel suo travestimento mortale. Semele impone a Giove di mostrarsi a lei in tutto il suo splendore divino. Il dio, nonostante l’avesse avvertita del pericolo, è costretto a tenere fede al giuramento, causando così la distruzione dell’amata. Giunone è infine soddisfatta del trionfo, mentre Semele si rende conto troppo tardi delle conseguenze della sua ambizione: mentre si avvicina alla divinità, le fiamme del potere di Giove la bruciano e viene incenerita. Tutti piangono la sua scomparsa. Ino descrive un sogno in cui Apollo ha rivelato il desiderio di Giove che lei e Athamas si sposino. Apollo stesso appare infine e annuncia che Bacco, dio del vino, nascerà come una fenice dalle ceneri di Semele. Tutti celebrano questa inaspettata buona notizia.
Semele venne presentata da Händel come «An English Opera, but called an Orator and performed as such at Covent Garden» («Un’opera inglese, chiamata tuttavia oratorio ed eseguita come tale al Covent Garden») per l’inizio della Quaresima del 1744.
Händel era al servizio della Royal Academy of Music e assunse egli stesso la gestione del Covent Garden dal 1734 al 1737 e poi dal 1742. Dal 1732 in poi decise di inserire nelle stagioni operistiche del King’s Theatre e del Covent Garden anche le esecuzioni di oratori, un genere dagli intenti edificanti proposto abitualmente durante l’Avvento e la Quaresima.
A differenza dell’opera, cantata in italiano, l’oratorio intonava testi in inglese, diventando così una sorta di “prodotto nazionale”. Nel corso degli anni il pubblico londinese aveva dimostrato sempre meno interesse nei confronti dell’opera italiana, e di conseguenza anche verso quelle di Händel.
Il genere di questo imponente lavoro è stato molto discusso. Il suo libretto di taglio operistico e i prestiti da Scarlatti hanno portato molti a definirlo “un’opera mancata”: più di un oratorio e meno di un’opera. Il lavoro è classificato, infatti, come un oratorio, ma fonde in sé elementi dell’opera lirica, dell’oratorio e del dramma classico, anticipando le grandi opere del XIX secolo.
Non è propriamente un oratorio perché questo termine è usato per opere basate su testi sacri o religiosi, mentre Semele presenta un testo laico. Non è neppure un’opera lirica a causa del gran numero di cori (ce ne sono dieci in Semele laddove due o tre sarebbero il numero normale per un’opera di Händel), scritti nello stile dell’inno oratoriale.
Inoltre, a differenza dell’opera, numerosi episodi affidano il loro effetto all’immaginazione del pubblico piuttosto che alla rappresentazione diretta, in particolare la morte di Semele e le allusioni alla sua relazione con Giove. Di tipico dell’oratorio vi sono la fitta presenza di brani corali e la frequente attribuzione di più personaggi a un singolo interprete. Caratteristica peculiare di Semele è infine la lussureggiante gamma stilistica, caratterizzata dalla compresenza di arie in varia forma, dall’incremento di recitativi accompagnati e pezzi d’insieme, e da una ricca collezione di metri musicali e di indicazioni agogiche.
Semele è però un oratorio come lo intendeva Händel — rischiando anche in veste di impresario — nella specificità dell’orizzonte britannico: versificato non in italiano ma in inglese, suddiviso non in due parti ma in tre atti, e rivolto non ai devoti nell’oratorio ma al pubblico pagante nel teatro d’opera. I soggetti scelti erano tratti prevalentemente dall’Antico Testamento; l’estensione puntava più verso le tre ore di un’opera che verso i sessanta, novanta, eccezionalmente centoventi minuti di un oratorio.
Per il libretto Händel si rivolse a William Congreve, il più importante autore inglese di commedie nel mezzo secolo di restaurazione monarchica degli Stuart, che intorno al 1705-1706 aveva scritto un testo su questo soggetto messo in musica da John Eccles, compositore assai attivo da una dozzina d’anni nelle musiche di scena e nel genere ibrido del masque.
Händel lo fece riadattare per sé da un ignoto collaboratore. Si trattò forse di Newburgh Hamilton, lo stesso che aveva già ricavato per lui, da John Dryden e John Milton, i libretti dell’ode Alexander’s Feast e dell’oratorio Samson, e che tornò al suo fianco per Occasional Oratorio. Il collaboratore sfrondò i dialoghi, inserì cori e arie, sistemò i versi di un’aria e riscrisse da zero quelli di altre due.
Le reazioni alla prima esecuzione, avvenuta il 10 febbraio 1744 al Covent Garden, furono in linea di massima molto critiche. Charles Jennens, il librettista del Messiah, definì Semele sbrigativamente “non un oratorio, ma un’opera oscena!”.
La sua storia pagana ed erotica, presentata all’inizio della Quaresima, scioccò molti tra il pubblico. L’opera ebbe poche rappresentazioni in quell’anno e poi non fu mai più ripresa durante la vita di Händel, per poi essere completamente messa da parte nel XIX secolo. Solo a partire dal Novecento Semele è stata riconosciuta e apprezzata come uno dei capolavori più accattivanti del compositore di Halle.
Un’introduzione solenne nell’ouverture — che a tratti fa presagire la tragedia — è stata affidata all’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna, capace di ibridarsi e piegare gli strumenti moderni alle sonorità barocche.
Si è passati poi all’arioso del primo sacerdote Behold! Auspicious flashes rise, interpretato dal basso Ben Kazez, che con la sua voce possente è riuscito a passare dalla statuaria e imponente figura di Cadmo all’ironico Somnus. Da sottolineare inoltre la rassicurante presenza del Coro del Teatro Comunale di Bologna, ben preparato dal M° Claudio Marino Moretti, sempre impeccabile e dalla sonorità luminosa in Lucky omens bless our rites.
Merito encomiabile di tutti i solisti è la straordinaria capacità di mettere la parola e il dramma al servizio della partitura senza lasciarsi andare a “divismi” o a esibizioni fini a se stesse, mettendo in luce eccellenti qualità tecniche e vocali.
Semele, per il suo egocentrismo, è un personaggio mortale in mano agli dei: noi non possiamo che stare dalla sua parte e riconoscerci in lei e nelle sue fragilità.
L’isolamento del personaggio rispetto agli altri viene reso tangibile dall’interpretazione e dalla vocalità del soprano Suzanne Jerosme, che infonde un colore lirico con accenti drammatici alla sua Semele. La cantante valorizza lo spessore e il volume vocale del suo strumento, che nei passaggi di agilità — seppur controllatissimi e sempre puliti — tende a sacrificare leggermente.
Questo non le impedisce di passare dal virtuosismo più impervio e pirotecnico (come The morning lark, la raffinatissima e aristocratica “gavotte” Endless pleasure, endless love, ripresa dal coro, With fond desiring, e l’aria “dello specchio” Myself I shall adore, in cui si apprezza il gioco di imitazione tra la voce e i violini) alle arie più meditative, non meno impegnative tecnicamente e non prive di ornamentazioni (O sleep, why dost thou leave me, My racking thoughts, Thus let my thanks be paid, I ever am granting). Fino a giungere alla struggente Ah me! Too late now I repent in cui Semele si pente della propria smisurata ambizione che l’ha condotta alla rovina; con quel «I can no more» finale quasi accennato e carico di dolore, la cantante ha lasciato il pubblico con il fiato sospeso e nella commozione più profonda.
Funge da perfetto contraltare alla fragilità di Semele la perfida sicurezza della gelosa Juno, vero motore e artefice di tutta la vicenda con i suoi intriganti inganni.
Giuseppina Bridelli è riuscita perfettamente a centrare il personaggio e ad adattare la propria duttilissima vocalità, facendola diventare aspra per risaltare la gelosia e il desiderio di vendetta, nelle arie Hence, Iris, hence away, Behold in this mirror o nel recitativo accompagnato Conjure him by his oath, in cui manipola perfidamente la rivale. Mostra tutta la soddisfazione finale per la vittoria in Above measure, e dà sfoggio di tutta la sua essenza divina e di attitudine al comando nelle scene con Iris, interpretata con un suono rotondo e morbido da Monica Piccinini, e Somnus, dall’istrionico Ben Kazez con il quale si lascia andare ad una sottile ironia nel grazioso e divertente duetto Obey my will.
Cambia totalmente registro nell’interpretare Ino, la dolce e amorosa sorella di Semele: a fronte di un semplice cambio di scialle, rosso per Juno e bianco per Ino, la voce si trasforma completamente e si ammorbidisce nell’accorata e intima dichiarazione d’amore ad Athamas Turn, hopeless lover, in cui l’animo delicato di Ino viene esaltato dalla sola presenza degli strumenti del basso continuo, o nell’amorevole duetto con la sorella Semele della scena quarta del secondo atto.
Raffinatissimo l’Athamas di Raffaele Pe, che non si è risparmiato nel risolvere con grandissima abilità e tecnica i passaggi più impervi nelle arie Hymen, haste e nella trascendentale Despair no more shall wound me; il controtenore è riuscito a raggiungere vette altissime sfoderando una linea di canto e una liricità fatte di mezze voci e sfumature che hanno letteralmente rapito gli ascoltatori nella delicatissima ed emozionante Your tuneful voice.
Ha esibito una vocalità limpida e squillante, nonostante qualche opacità nelle zone medio-gravi, il tenore Jorge Navarro Colorado, interprete di Giove e Apollo: regale, rassicurante ma anche spietatamente cruento suo malgrado. Ha dato prova di una propensione all’agilità sempre precisa e impeccabile e di un declamato sempre chiaro ed intelligibile nei recitativi.
I recitativi hanno rappresentato forse il momento più interessante, in cui le pagine del libro scorrono in modo fluido per progredire grazie alla mimica e alla dizione di tutti i solisti e al prezioso supporto del Basso continuo realizzato da Alessandro Culiani (violoncello), Luca Faraci e Francesco Tomasi (chitarroni), Angelo Troncone (Organo/Cembalo).
Vera anima e burattinaio che ha guidato e sostenuto solisti, coro e orchestra è stato il M° Giulio Prandi. Il direttore ha saputo plasmare e unire l’orchestra “ibrida”, trasformando con un interessante chiasmo il suono degli strumenti moderni in quello degli strumenti antichi e cavando sonorità più moderne dagli antichi, nell’intento di creare una scenografia sonora per far vedere ciò che è scritto nella musica.
Dalle evocazioni dei tuoni di Giove con i timpani alla fine del bellissimo quartetto del primo atto Avert these omens, all ye pow’rs! tra Cadmo, Ino, Atamante e Semele, ai presagi tragici dell’ouverture; dal nervosismo della sinfonia del secondo atto affidata ai soli archi che richiama l’imminente ingresso di Juno desiderosa di vendetta, alla sinfonia all’inizio del terzo atto che ritrae il dio Somnus addormentato nella sua caverna con ritmi lenti affidati agli strumenti gravi dell’orchestra (violoncelli e fagotti divisi) anticipando l’ingresso di Juno che sveglia il dio dal suo sonno.
Infine, prezioso è stato l’intervento del coro interpretato come entità ultraterrena portatrice di serenità e speranza, fino alla gioia finale di Happy, happy shall we be con cui si chiude l’oratorio riportando tutto l’ottimismo e la gioia di vivere di Bacco, capace di risollevare da qualsiasi tormento con il suo “magico nettare”.
Federica Bressan
(25 ottobre 2026)
La locandina
| Direttore | Giulio Prandi |
| Personaggi e interpreti | |
| Jupiter/Apollo | Jorge Navarro Colorado |
| Cadmus, re di Tebe/Somnus/Primo sacerdote | Ben Kazez |
| Athamas, principe di Beozia | Raffaele Pe |
| Juno/Ino | Giuseppina Bridelli |
| Iris | Monica Piccinini |
| Semele, figlia di Cadmo | Suzanne Jerosme |
| Basso continuo | Alessandro Culiani, Luca Faraci, Francesco Tomasi, Angelo Troncone |
| Orchestra, Coro e Tecnici del Teatro Comunale di Bologna | |
| Maestro del Coro | Claudio Marino Moretti |












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