Bologna: la musica è facile! – Giuseppe Chiari per AngelicA al MAMbo
Il soffitto della Sala delle Ciminiere è altissimo, ti gira quasi la testa per scrutarlo tutto. In questo luogo ampio pianoforti colorati, incartati, sporcati, sbertucciati, scocciati, sono tutti lì in fila, muti. Ad un certo punto però la fila è spezzata da uno spazio dove ce n’è uno pulito, serio, luccicante, pronto. Accanto caraffe, bicchieri, recipienti trasparenti con acqua, più là un piccolo tavolo con sassi colorati, a seguire uno più basso con schegge di polistirolo, cartone pressato, rotoli di carta, forbici. Completano lo scenario un violoncello adagiato e due chitarre.
Siamo al MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna – e quello è il palcoscenico del doppio concerto che il Festival AngelicA – Centro di Ricerca Musicale – dedica alla mostra Giuseppe Chiari 1926-2026 Partitura per un museo. Gran bella mostra, una retrospettiva completa, curata da Lorenzo Balbi e Mario Chiari, che svela tutte le sfaccettature, i percorsi, le provocazioni dell’artista fiorentino che ancora oggi ci destabilizzano, mettono in discussione categorie, luoghi comuni, ci fanno riflettere. Emblematica, nella sua fulminante semplicità, la frase gigante, una lettera per foglio, che ci accoglie all’ingresso LA MUSICA È FACILE (1972). La giovane studentessa di Conservatorio arrivata trafelata, dopo una giornata di solfeggio, con il suo zainetto pieno di sogni, la legge perplessa. Più tardi capirà.
La sinergia tra MAMbo e AngelicA è frizzante. In un luogo unico opere grafiche, dipinti, schizzi, spartiti ritoccati, video, foto, manifesti, parole d’ordine, pianoforti personalizzati, e prima della chiusura anche suoni, gesti, la performance, un doppio concerto con musiciste che da anni si dedicano allo studio e approfondimento della poetica creativa di Chiari.
Agnese Toniutti redige un programma Fluxus Cardboards For Giuseppe Chiari Solo che coinvolge compositori che non solo hanno preso parte più o meno attiva al movimento/non-movimento Fluxus (del quale il compositore fiorentino è stato unico italiano a far parte come membro ufficiale dal 1962) ma condividono con lui una stessa visione della ricerca, della sperimentazione, dell’azione musicale: Philip Corner, Giancarlo Cardini e Mieko Shiomi.
Intervalli n.2, Do, che fa parte di un ciclo pianistico di dodici parti, è un buon biglietto d’ingresso nel mondo di Chiari. Blocchi accordali roteano sospesi, si rincorrono, vanno come a riempire uno spazio indefinito, si accumulano creando tensioni. L’assenza di uno sviluppo tematico come il silenzio tra gli aggregati sonori giocano un ruolo decisivo nella costruzione del brano, evitano il rischio di una immobilità che non viene mai percepita. La logica ripetizione/variazione di Chiari negli anni Cinquanta in qualche modo potremo leggerla come anticipatrice del minimalismo. La Toniutti cesella ogni elemento, gli offre una forma cangiante in uno scenario dove ritmo esecutivo e gesto, completano una lettura profonda. Con Exstensions of Giuseppe Chiari’s “DO” e Giuseppe Chiari’s “DO”further extended Corner gioca, elabora, dilata gli intervalli. Estensioni che rigenerano suoni nuovi, percorsi imprevisti, angoli acuti, cascate luminose. Corner usa i materiali di Chiari, li evoca, come rampa di lancio per nuove esplorazioni, in un dialogo a due dove si afferma che la partitura non è mai definitiva.
Se Chiari è soprattutto conosciuto, anche da chi frequenta poco la contemporanea, per Gesti sul piano (una lunga gestazione che va dal 1962 al 1976) una ragione di fondo ci sarà. Probabilmente perché è tra i primi esempi di musica da vedere, filo diretto con la poetica Fluxus. Il compositore fa saltare in aria concetti radicati come virtuosismo, accademismo, ritualità e convenzioni concertistiche, repertori codificati. Il pianoforte borghese si trasforma in un oggetto senza storia che produce suoni, oltre la tastiera, lo puoi percuotere, accarezzare, esplorare in tutti i suoi angoli. Questa visione è strettamente legata al gesto, il movimento delle mani, di tutto il corpo, diviene esso stesso parte dell’esecuzione, una centralità che trasforma la performance in un’opera visiva. Una musica d’azione mai uguale a se stessa, plastica, imprevedibile. La Toniutti, che sa benissimo che anche il proprio ruolo, il suo rapporto con lo strumento è costantemente in discussione, sceglie la strada di un prosciugamento dell’aspetto performativo a favore di una radicale ricerca sonora.
L’ultima violenta vibrazione dei gesti ancora vaga quando si apre lo scenario su Foglie d’autunno lentamente trascolorano. Potremo definire Cardini una piacevole anomalia nel quadro della nuova musica del secondo Novecento. Che ci fa in quel contesto di ricerca estrema un compositore che dichiara di amare incondizionatamente la melodia? A Bologna la risposta ce la dà la pianista friulana che conosce bene il compositore toscano proponendo questo breve capolavoro. Con Foglie d’autunno…Cardini dimostra come la melodia, depurata da luoghi comuni e vizi, ci possa raccontare attraverso bellezza, purezza del silenzio, poesia dell’attimo fuggente, le inquietudini, problematiche e fragilità dell’uomo contemporaneo. Nella trama cardiniana la traccia melodica evocata è sempre macchiata, ferita da un’inquietudine, un dubbio, che la rende attuale, mai scontata, mai sdolcinata. Nel gioco delle amicizie, complicità e dediche Chiari tra il 1997 e il 1998 scrive PCA (Per Cardini) due fascicoli contenenti otto brevi composizioni pianistiche. Qui traspare l’intimità dello scambio dialogico, attraverso frasi brevi, asciutte. Il compositore pare volersi avvicinare alla poetica dell’amico, riuscendo solo a sfiorarla.
Il set della Toniutti si chiude con Direction music for a pianist della Shiomi. La pianista diviene anche voce narrante su frammenti poetici, riflessioni sull’arte e sulla vita. La gestualità si concretizza nel lancio ciclico verso il pubblico di cartoncini (le cardboards del titolo del set), come messaggi in bottiglia. Le tracce pianistiche possiedono ambientazioni variabili, ora nette ora evanescenti. La performance crea una relazione diretta con il pubblico attraverso i cartoncini come oggetti musicali, la parola, il monologo, il pianoforte inteso come congegno capace di generare un’azione amplifica la capacità comunicativa del lavoro. Certo è che la meccanicità di questi episodi rischia di toglierti la sorpresa di ciò che avverrà.
Lo spazio temporale tra il primo e secondo set, due passi, qualche chiacchera, un caffè, uno sguardo alla mostra, non disperde la tensione diffusa. Siamo pronti ad andare avanti, capire. Con Chiara Saccone e Deborah Walker entriamo decisamente nell’aspetto più performativo e concettuale del percorso di Chiari. Fu il noto critico d’arte Gillo Dorfles negli anni ’70 – pubblicando Il metodo per suonare (11 partiture, 11 metodi per suonare strumenti musicali, ma anche oggetti, elementi, luoghi…) – a svelarci dopo dieci anni dalla sua creazione questa traccia fondamentale. Con una notazione minuziosa e meticolosa Chiari vi esplora tutte le possibilità gestuali e sonore, dalle posizioni di mani, braccia e gomiti sulla tastiera, all’inclinazione per raggiungere il punto di rottura di un materiale, alle possibili variazioni di dimensioni e frequenza delle gocce d’acqua…e così via.
Affrontare questi materiali tutt’oggi ci costringe come fruitori a fare tabula rasa di abitudini e vizi. Se è vero che dall’orinatoio capovolto di Duchamp, al 4’33” di Cage, ai tagli di Fontana, siamo allenati da tempo a rivedere i nostri approcci all’arte contemporanea, ogni volta è una prova nuova. Stessa cosa vale per gli artisti che devono trametterci credibilità, farci capire che quel gesto/suono facile è arte, ma non per tutti, perché la violazione di un codice è concessa a chi ha un ruolo creativo riconosciuto.
La Saccone e la Walker dal loro ingresso in scena riescono a disegnare un’ambientazione, quasi un cerimoniale, dove tutti i gesti, i suoni, i silenzi, posseggono un senso, il senso di un grande affresco. Qualunque sia l’azione, collettiva o singola, la complicità, il divertimento, gli sguardi, il sapersi ascoltare, permette loro di divenire un corpo unico. I giochi con l’acqua, i travasi, gli sciabordii, i sassolini che vibrano, rimbalzano, si scontrano, trasmettono una sensazione ludica, ma concentrandosi anche la sorprendente scoperta di suoni che nella nostra distratta quotidianità avevamo classificato inutili. Il sottile rumore di rottura di materiali diversi, le briciole bianche del polistirolo che schizzano qua e là, i fogli di carta tagliata che frusciano, le chitarre strapazzate orfane della passionalità flamenca, tutto si somma in una vitale scenografia. Quando le due musiciste affrontano i loro strumenti di elezione, pianoforte e violoncello, usandoli in un turbinio di invenzioni improbabili quanto affascinanti, non li distinguiamo più da tutti gli altri materiali coinvolti.
Paolo Carradori
(26 settembre 2026)
La locandina
| Pianoforte | Agnese Toniutti |
| Programma: | |
| FLUXUS CARDBOARDS FOR GIUSEPPE CHIARI SOLO | |
| Giuseppe Chiari (1926-2007) | |
| Intervalli n.2, DO (1950) | |
| Philip Corner (1933) | |
| Extensions of Giuseppe Chiari’s “DO” (2024-2025) | |
| Giuseppe Chiari’s “DO” further extended (2024-2025) | |
| Giuseppe Chiari | |
| Gestis sul piano (1962-1976) | |
| Giancarlo Cardini (1940-2022) | |
| Foglie d’autunno lentamente trascolorano (1983) | |
| Giuseppe Chiari | |
| PCA (Per Cardini) 1-2 (1997) | |
| PCA (Per Cardini) 3-8 (1998) | |
| Mieko Shiomi (1938) | |
| Direction music for a pianist (1990) per pianoforte, voce narrante e cartoncini | |
| Secondo Set | |
| Pianoforte, chitarra, oggetti | Chiara Saccone |
| Violoncello, chitarra, oggetti | Deborah Walker |
| Programma: | |
| Giuseppe Chiari (1926-2007) | |
| Metodi per suonare (1962-1975) | |
| I sassi | |
| Il pianoforte | |
| La chitarra | |
| Il violoncello | |
| Il rompere | |
| L’acqua | |




Ph. Roberto Ricci
Ph. Festival Cristofori / TwoLostVoyagers
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